Venezia, il Festival e il miraggio della mondanità - Day 2
Venezia, il Festival e il miraggio della mondanità - Day 2
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Venezia, il Festival e il miraggio della mondanità - Day 2

La kermesse, i suoi personaggi e tutto quello che ci sta intorno. Vista con gli occhi di uno scrittore - Day 1 - Le madrine - Le immagini

Nonostante l’ostello sia un’esperienza orribile per via dei suoi frequentatori (quanto possono essere utili scarponi da trekking e bacchette da passeggio attaccate allo zaino in una città come Venezia?), alzarsi presto e trovarsi di fronte al mare è sempre un’esperienza rigenerante. E infatti è pieno di festivalieri gongolanti che salgono sui vaporetti per arrivare alla fermata San Zaccaria e cambiare per andare al Lido.

La luce rarefatta e il cielo spugnoso di nuvole color salnitro che virano verso il mercurio durante il tragitto compensano il non alloggiare nel carissimo e affollatissimo Lido tutti i pendolari del Festival.

Sbarcato, corro verso il Casinò. La coda per gli accrediti è abbastanza breve, nonostante alcuni dei giornalisti di mezza tacca che, come me, non hanno ritirato l’accredito nel giorno in cui l’ha fatto il 90% della stampa presente, cerchino di attaccar briga con il povero stewart (che poi, non ho ancora capito perché negli ultimi anni la “sicurezza” sia sempre più affidata a efebici bimbetti di 12 kg. Che siano tutti campioni di arti marziali?).

A ogni modo, vista la velocità delle addette, la proiezione delle 9.00, con qualche minuto di ritardo, non mi è preclusa. È un film che urla a ogni scena Metafora! Metafora! Metafora! maiuscolandone l’evidenza di inquadratura in inquadratura (abbiamo capito, giuro, che la strada che prima era stretta e poi diventa larga è una metafora, quello che non è chiaro è: di cosa?).

Uscito faccio due chiacchiere con Bruno Fornara, tra i selezionatori del Festival, e mi faccio dare due dritte sui film da seguire in giornata, tra cui un poliziesco molto duro (pare) che vedrò alle 19.00 e un film giapponese che non saprei ricordare neanche se avessi il programma davanti e che quindi, verosimilmente, perderò.

La cosa incredibile dello stare al Festival di Venezia è la straordinaria ordinarietà con cui si va al cinema la mattina. Sale enormi, schermi giganteschi e poltrone piene appena dopo aver preso il cappuccino. Come alle prime dei Blockbuster d’azione nei multisala alle 8 di sera, ma senza adolescenti esagitati che urlano e gozzovogliano e senza ulteriore fila per i biglietti. Mentre aspetto la proiezione successiva conosco finalmente un mio grande mito, Mariarosa Mancuso. La conoscevo di nome e la leggevo ogni tanto fin quando un mio amico carissimo, Federico, suo grandissimo fan, non me ne ha fatto innamorare.

Ci eravamo sentiti via mail alcune volte dopo che mi aveva intervistato sulla radio svizzera per l’uscita del mio primo libro e io (dopo aver collegato che la Mancuso al telefono era la Mancuso critica cinematografica de Il Foglio) ho sfruttato l’occasione del mio soggiorno a Venezia per risentirla.

Così è un vero piacere conoscerla di persona al caffè Lions. Faccio male i miei calcoli e ordino un caffè. Ma ho smesso di fumare da troppo poco perché non scatti l’automatismo caffè-sigaretta. Qualcuno se ne accende una. E io voglio morire. Non hanno gelati Algida nel bar, quindi non posso sostituire il tabacco con il Magnum Infinity chocolate, mio palliativo personale al bisogno di fumare e contraltare dei cerotti e delle sigarette elettroniche che usano le persone prive di fantasia. E ovviamente non posso neanche mettermi a correre (lo so, ho manie compulsive) visto che scarpe da corsa e pantaloncini sono all’ostello, dall’altra parte del mondo.

Così passo tutto il secondo film (unico film ambientato in Australia in cui, a sorpresa, sono onnipresenti i cammelli selvatici e in cui dopo un’ora di film, quando finalmente compare il primo canguro sullo schermo viene fatto secco in meno di un secondo) con la bava alla bocca. E quando l'altra critica de Il Foglio, Anselma Dell’Olio, esce per andare a scrivere, le corro dietro: “cosa dovrei scrivere per scrivere di costume?” “tutto quello che ti passa per la testa”. Mi guardo intorno. E vista la quantità di bellissime ragazze vestite in maniera molto leggera penso che devo prendere con le pinze il suo consiglio. Se non voglio collezionare un bouquet di querele. “Ma anche di te, che oggi farai il red carpet con il leone d’oro alla carriera Friedkin?”, le domando. “Certo, dipende dal tuo caporedattore. Comunque l’importante è che cerchi di far vivere il festival da vicino a chi non è qui”.

“Qui” è il posto dove ogni amante del cinema vorrebbe essere. Qui è il bel mondo dei caffè e delle mance (anche se mangiate un panino con la mortadella con mezza naturale, pasto molto poco cinematografico). Qui è dove tutti salutano tutti e le classi sociali sono dettate dal colore degli accrediti, rosso per i quotidiani, che passano prima, blu per i periodici, che passano dopo.

Seguo Mariarosa Mancuso in sala stampa, che non avrei saputo trovare altrimenti. È enorme, elegante, come la sala di un casinò con, al posto di tavoli verdi, montagne di fiches e rumore di dadi, una massa variopinta e malvestita di persone ingobbite su computer portatili a contendersi lo scoop del giorno,  a regolare i conti con il regista che ha osato infliggergli l’ennesimo polpettone o a incensare l’esordiente del momento sotto l’implacabile scorrere del tempo universale di grossi orologi coi fusi orari del mondo. Internet è free. Ma io ovviamente faccio fatica a connettermi con questo netbook maledetto.

“Dovresti prenderti un Mac”, mi sussurra un giornalista con occhiali da hipster, ciuffo blu elettrico e maglietta verde acido. Mi trattengo. “Tu non menerai questo hippy provocatore anche se l’aver smesso di fumare potrebbe risultare un’ottima attenuante davanti a un giudice”, mi ripeto in testa.

Fisso lo schermo del mio netbook, sconnesso. Così mi guardo intorno. Nessuno sembra potermi aiutare. Qualcuno indossa la divisa ufficiale dell’intellettuale (colori autunnali, Clarcks) ma la maggior parte ha un look sportivo (per dire: “io me ne frego di sembrare quello che sono”).

Poi c’è un tizio alto due metri, calvo, una bustina militare in testa, una specie di salopette con la misteriosa scritta TVP. Provo a fotografarlo per metterlo su Twitter ma emette un grugnito poco rassicurante. Ma chi lo ha fatto entrare? Sarà pericoloso? Mi alzo e mi rivolgo a un gentile ragazzo dell’organizzazione, piacevolmente nerd, il quale digita non so quali tasti per avviare non so quali sequenze per permettermi di accedere alla rete.

Nell’attesa do un’occhiata alla conferenza stampa di non so chi, in corso nell’altra sala, riprodotta da schermi silenziosi. Sfoglio distrattamente una brochure di Ciak sul secondo giorno di Festival. E commetto l’imperdonabile errore di accettare il caffè omaggio da un’hostess inconsapevole. Dopo il primo sorso la mia personale battaglia contro il fumo diventa una guerra senza esclusione di colpi. E trovarsi in sala stampa, al fresco, per scrivere un pezzo dalla mostra del cinema di Venezia, non mi sembra affatto un privilegio ma una tortura.

Se nel pomeriggio non vedo un buon film stasera mi compro un sigaro.

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