Venezia: cronache molto marziane di un Festival molto mondano
Venezia: cronache molto marziane di un Festival molto mondano
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Venezia: cronache molto marziane di un Festival molto mondano

Tra sala stampa e tappeto rosso, stelle annoiate e filmmaker «prolifici come criceti», piccoli vezzi e grandi ipocrisie, appunti di un soggiorno al Lido firmati da un giovane scrittore disincantato

La dolce vita, in una fotografia, è Roma. La Fontana di Trevi, la fatuità, la grande bellezza. Ma quest’immagine, nella scrittura di luce in movimento di cui è parte, è cinema. E il cinema è Venezia.

A ogni Festival di Venezia, con puntualità retorica, viene decretata la crisi del cinema e ci si auspica una sua ripresa, come ricordano, con un sarcasmo non voluto, alcuni filmati dell’Istituto Luce che precedono le proiezioni dei film in concorso. Ma, vivi o morti che siano, i film sono solo un aspetto del festival. Quello che conta è tutto il contorno. L’arrivo planando sull’acqua. La luce rarefatta dei canali. Il cielo spugnoso di nuvole color salnitro che vira verso il mercurio durante il viaggio in vaporetto. I migliaia di pendolari del festival. I red carpet. Gli applausi. Le risa. I fischi. Siamo tutti qui, a inseguire il miraggio della mondanità.

Una mondanità vera, fatta di vip, stanze principesche, cene favolose in un andirivieni di Maserati, sponsor della mostra. Ma, più di tutto, una mondanità brulicante di addetti ai lavori, secondo i vari gradi di fama, secondo la posizione occupata nella catena alimentare, più o meno patetici, più o meno intenti a tessere relazioni necessarie a sopravvivere in questo mondo morente.

Perché il festival non è fatto solo di lussuosi aperitivi all’Excelsior, in compagnia di politici e star che ricordano con nostalgia i compianti Alberto (Sordi) e Marcello (Mastroianni), in un andirivieni di succhi e prosecchi con cui buttar giù qualche pasticchina di Xanax o di Zoloft, torturando mollemente club sandwich che non ci si azzarda a mangiare davvero, trivellati da brevi scariche di flash.

Non c’è solo lo spleen, quel misto di noia e pacato disinteresse, vero complemento d’arredo che avvolge i tavoli disseminati di resti dei ristoranti più prestigiosi. Ci sono anche i disgustosi panini venduti a prezzi folli dai bar attorno alle sale, così avari da proporre o solo prosciutto o solo formaggio, da consumarsi nella frenesia caciarona della sala stampa allestita dentro il Casinò. Svuotata di tavoli verdi, montagne di fiches e rumore di dadi, è popolata da una massa variopinta e malvestita di mestieranti ingobbiti su computer portatili, intenti a contendersi lo scoop del giorno, a regolare i conti con il regista che ha osato infliggergli l’ennesimo polpettone o a incensare il fenomeno del momento sotto l’implacabile scorrere del tempo universale di grossi orologi coi fusi orari del mondo. Anche se il tempo del festival è sospeso dalla straordinaria ordinarietà con cui si va al cinema subito dopo il cappuccino, la penna in mano a sfidare il buio straniante delle enormi sale, che qualche genio aggira con penne che si illuminano scrivendo, come tanti lumini di cimitero.

Col passare dei giorni le sale diventano via via più simili a campeggi. Al terzo film della giornata signore eleganti si sfilano le scarpe e mettono i piedi sullo schienale vuoto davanti a loro, voraci vegani sbucciano la frutta sottratta nel buffet dell’albergo a colazione, giovani blogger improvvisano live twitting dagli iPad infastidendo i vicini col riverbero azzurrino della socialità contemporanea.

Oltre ai giornalisti veri, muniti di invidiabile pedigree che ne legittima la boria e il cinismo, c’è tutto uno zoo di fanfaroni e imbucati, inviati da riviste, giornali e reti televisive inesistenti, strepitanti per un posto al sole in laguna. A «dividere e imperare», un rigido sistema di caste impedisce la fraternizzazione tra appartenenti a classi sociali diverse. Che a volte entrano in conflitto. Come durante le conferenze stampa più ambite, in cui, a sala quasi piena, possono entrare solo pass rossi, quelli dei quotidiani. A seguire gli accrediti blu, dei periodici, messi meglio di quelli con accredito giallo e con accredito verde (che qualcuno sostiene essere delegazioni di ecologisti) ma costretti a inchinarsi davanti ai possessori di accredito rosso con pallino verde che consente anche l’accesso al red carpet e, secondo una leggenda metropolitana, alle stanze d’albergo dei vip.

Così gli ultimi della catena, per seguire le conferenze stampa, devono arrivare ore prima. E può succedere che per aspettare Nicolas Cage, James Franco o Terry Gilliam tocchi subirsi le dichiarazioni di un gruppo di peruviani pronti a suonare gli zufoli e fingersi pellerossa pur di parlare di «femminismo e coltura delle barbabietole» (o qualcosa del genere), costringendo gli accampati a sfilarsi le cuffie della traduzione e improvvisare un sonnellino.

Ma i veri paria sono gli aspiranti filmmaker (la parola regista non va più di moda) provenienti da paesini della provincia più profonda, con idee confuse su cosa sia esattamente il riscatto sociale: «Sai, ho parlato due ore con C.W. che ha, tipo, vinto cose, è famosissimo, apre questa scuola e vogliono fare un film, questo film qua, sulle carpe, capito, cioè, tipo, una metafora no Tav, e vediamo un po’, proviamo, ma tu vuoi andare alle 5 là? Io non ce la faccio più. Facciamo così, proviamo a beccare Mollica e se non ce la facciamo ce ne andiamo a mangiare al cinese».

Questa casta precaria e senza talenti, prolifica come criceti, alimenta la pavidità dei produttori italiani a investire nell’intrattenimento di qualità e inflaziona i commenti all’uscita dai cinema tentando disperatamente (e interessatamente) di giustificare i film più sconclusionati che (si spera) non troveranno distributori (e che ci si stupisce abbiano trovato dei produttori).

Gli hipster del cinema adorano i film tedeschi di tre ore suddivisi in 59 capitoli sulla violenza domestica e le relazioni lesbiche con metafore teatrali sull’Italia contemporanea. Snobbano i film con un montaggio che non fa venire il mal di mare (o di laguna), odiano l’America profonda, con liquori, bandiere sudiste, pistole, e l’America costiera fra sesso, droga e stravizi nel nulla assoluto di città senza cuore. Sarebbero più credibili se non si sbracciassero per sollevare un indignato sopracciglio quando passa la Fico e si vantassero con sufficienza al telefono con gli amici di aver visto qualche impronunciabile attore etnochic invece di sghignazzare gozzuti per aver visto la Marini in passerella.

Ma la dolce vita è anche questo carrozzone di impudenti e gradassi, di snob, eccentrici, di freak sognatori e di affaristi senza scrupoli, la dolce vita è la via lattea del proiettore, l’intransigenza delle critiche, l’eco delle lamentele. La dolce vita è il cinema che ogni anno rinasce e trova la morte, a Venezia.

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