Sorpresa Masterpiece
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Sorpresa Masterpiece

Verdetto (quasi) a caldo: Masterpiece diverte. E se parlasse anche come di come si fa a venderlo un libro, potrebbe essere nomen omen

Essere contro Masterpiece a priori è l’inacidito pregiudizio degli esclusi alle selezioni, il puntiglio di autori che vendono poco, del frammentato mondo di pubblicati inesistenti e degli intellettuali austeri in difesa dello status acquisito.

Essere scrittori significa essenzialmente questo: pubblicare qualcosa e guadagnarci. Per citare Jacopo Cirillo del blog Finzioni: “Scrittore è chi libro pubblica, come direbbe Boskov se fosse un editor di Einaudi”. 

Che uno pubblichi dopo aver fatto la gavetta per decenni, che lo faccia perché ha delle conoscenze nel ramo, perché ha fortuna, perché è ostinato, perché si prositituisce, non dovrebbe avere niente a che vedere con il giudizio sul libro pubblicato.

Un libro è una cosa diversa da un manoscritto. L’essere pubblicato lo rende qualcosa di diverso da un insieme di parole scritte. C’è un titolo da concordare con l’editore, una copertina (di solito orrenda) da farsi andar bene, un formato, che non di rado è quello sbagliato, una distribuzione, una comunicazione, una distribuzione, una critica, un confronto serrato con il pubblico che vanno a comporre il libro. E tutto questo lo rende una merce che deve essere venduta perché abbia senso di esistere.

Avete presente i titoli di coda dei film? Tutta quella gente, dal regista al portatore di caffè elencata dopo la scena finale? Dietro un libro c’è solo meno gente (e meno soldi). Ma il principio, anche se gli sciatti celebratori di strane forme di ascetismo tentano di dissimularlo, è lo stesso.
 
Oltretutto l’idea dei talent, come quella dei reality, è potenzialmente fantastica. Il vero problema è che di solito diventano delle pagliacciate buoniste, in cui nulla di quello che di meraviglioso potrebbe accadere, accade davvero.

Fosse per me, all’Isola dei Famosi farei firmare ben altre liberatorie e lascerei i famosi che vogliono rilanciare la loro perduta popolarità a combattere con bestie feroci, affrontarsi per rubarsi il cibo e magari finire in una scarpata.

Dei ballerini e dei cantanti, dei provini in genere, mostrerei anche i momenti salienti del sesso orale durante le audizioni per ottenere la parte, tutt’altro che secondari in molti casi.

Come degli aspiranti cuochi mostrerei veramente come sono le cucine (si parla solo di sesso, il bullismo, il razzismo e il sessismo sono alla base del successo di ogni ristorante stellato).

Delle ragazzine della ginnastica artistica mostrerei anche gli ormoni contro la crescita che molte di loro prendono. La contrattazione dei cachet degli attori, le discriminazioni tra musicisti, la rivalità tra presentatori, i compromessi della vita degli artisti nel rapporto con galleristi e curatori. Tutto, potenzialmente, è realityzzabile. Perché tutta la vita è artificiabile, nel disperato tentativo di renderla meno nebulosa e dolorosa.

Vorrei solo vorrei solo che i reality fossero davvero reality. E non delle versioni editate per casalinghe impressionabili.

Il gesto di scrivere in sé, non è riprendibile. Si tratta di compulsare sulla tastiera, scrivendo, cancellando, riscrivendo. Ma visto che serve spettacolarizzare (vivaddio) io butterei questi aspiranti scrittori nel fuoco di una guerra civile per farmi un capitolo di libro alla Hemingway, li manderei nel braccio della morte per fare la prova Truman Capote, li imbarcherei su una baleniera, li abbandonerei su isole deserte, li ingozzerei di madeleines fino a renderli obesi.

Detto questo, Masterpiece è andato in onda. E come è ovvio, i casi umani, nel bene e nel male, l’hanno fatta da padroni. Ma non sono affatto peggio dei casi umani che di norma hanno successo in libreria e spopolano mediamente nei talk, in cui gli scrittori non fanno altro che parlare della propria vita, nel totale disinteresse per la qualità e per il modo in cui ne scrivono.

La scrittura ha molto meno a che fare con il “cosa” e con il “perché”, e molto di più col “come”, di quanto gli sciocchi semplicioni della comunicazione potranno mai capire.

Però Masterpiece è molto più divertente di quanto ci si potesse immaginare. A parte la quota rosa, totalmente inconsistente, scelta per la giuria, anche i giudici sono molto divertenti. E i concorrenti, non tutti, chiaro, ma più del previsto, sono teste pensanti.

In più, tornando alla filiera produttiva, 100.000 copie stampate come premio (anche se fino a che non vedo, non credo) di qualunque cosa bastano e avanzano a far sì che chiunque vinca avrà successo.

La realtà dei fatti è che vendere è molto più semplice di come la fanno i soloni dell’editoria. Stampate. E lanciate. Il giorno in cui qualche editore avrà il coraggio di far levare cacciabombardieri carichi di libri sulle città per travolgerle con copie omaggio, avrà vinto.

Se solo la smettessero con frasi stupide come “il sacro fuoco della scrittura” e cominciassero a parlare di business, perfino Masterpiece potrebbe essere un capolavoro.

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