Nel 2017 in Italia sono state acquistate 26,9 milioni di paia di sneakers, per un valore di 1.245,4 milioni di euro al dettaglio e si stima che il mercato globale possa raggiungere i 115 miliardi di dollari entro il 2023. La fonte è il Centro Studi Confindustria Moda per Assocalzaturifici che al fenomeno, culturale e commerciale, sneakers ha dedicato un intero appuntamento fieristico.

Ma cominciamo dall’inizio, dal nome che in realtà è un verbo: to sneake, già in uso nell’inglese cinquecentesco, significa letteralmente «muoversi lentamente» e per derivazione anche «strisciare». È solo nell’Ottocento, però, che viene introdotto il sostantivo sneaker per indicare quel tipo di scarpe silenziose, appunto, perché hanno la suola in gomma invece che in cuoio, come si legge nel Funk and Wagnall’s Standard Dictionary, grazie al quale il vocabolo diventa di uso corrente nella lingua inglese. E non solo, in realtà entra prepotentemente nell’esperanto globale.

La storia delle scarpe da ginnastica è legata alla storia dello sport, soprattutto americano, del basket, del football, del rugby fino a quando, negli anni 60, le sneakers escono dai campi per calvalcare i vialetti dei college e da scarpe sportive diventano elemento di una divisa giovanile prima, di protesta dopo, durante gli anni delle contestazioni. Fino agli anni 2000, quando le sneakers vivono una nuova e inedita trasformazione per assurgere addirittura a status symbol. Griffate, più costose di un paio di scarpe artigianali, sono uno dei fenomeni di costume più interessanti degli ultimi anni. Nessuno, neppure il più visionario dei designer avrebbe scommesso sulle sneakers da sfoggiare con l’abito da sera.

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