Mi chiamo Marcelo Burlon e per me le pierre sono una cosa seria

Ha iniziato facendo selezione alla porta di una delle discoteche più famose di Milano. Oggi organizza feste per la moda e in pochi mesi è diventato anche stilista: le sue magliette piacciono a sportivi e rapper

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Annalia Venezia

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Dalla Patagonia argentina alla Romagna, per poi arrivare a Milano. Pierre nei locali, modello per Helmut Lang e Jean-Paul Gaultier, dj in locali esclusivi come il Silencio di Parigi, organizzatore di eventi della moda e oggi stilista emergente da 1 milione di fatturato annuo. Non si ferma un secondo Marcelo Burlon, classe 1976, orgoglioso del suo passato difficile almeno quanto della sua linea di T-shirt apprezzate da giocatori di basket e rapper, e dalle boutique più alla moda d’Italia e del mondo.

Allora si può ancora fare fortuna in Italia, nonostante tutto. Vero. Sono arrivato in Romagna con i miei genitori quando ero piccolo. Famiglia di operai, modesta. Eravamo così in difficoltà che finita la terza media mi sono messo a lavorare per dare una mano in famiglia. Peccato, ma non guardo indietro.

Come è arrivato ai locali?

Riccione era la mecca, io ho iniziato a 14 anni facendo animazione nei Club Kids, poi sono passato ai locali della zona. È stata una grande palestra di vita e professionale.

A Milano in tanti se la ricordano alla porta dei Magazzini generali. Se lei diceva no, non si passava

È passato tanto tempo. Ho iniziato a fare selezione alla porta lì alla fine degli anni 90, quello era il posto dove a Milano passavano tutti, da Domenico Dolce a Riccardo Tisci, da Lea T a Mariacarla Boscono, e tanti fotografi bravissimi allora emergenti.

Che poi sono diventati suoi amici

Più che amici, alcuni sono degli esempi di vita. Gente che è arrivata dove voleva senza aiuti. I consigli migliori li ho avuti da loro che sono la mia seconda famiglia.

Chi le ha insegnato di più?

Di certo Lea T. (vero nome Leandro Cerezo, figlio transessuale dell’ex giocatore brasiliano Toninho Cerezo, oggi modella e musa di molti stilisti, ndr). Quando la guardo, penso che se trova lei la forza posso trovarla anch’io in qualsiasi situazione.

E Riccardo Tisci, il direttore creativo di Givenchy? Si dice che lui sia stato il suo vero pigmalione

Pensi che una volta ai Magazzini lo bloccai alla porta, poi siamo diventati amici. Con lui ho lavorato molto, prima che arrivasse a Givenchy. Siamo sempre legatissimi, ma professionalmente abbiamo preso strade diverse.

Oggi lei è anche art director dell’emergente settimana della moda di Tel Aviv. Qual è il segreto di un buon evento?

Mettere insieme persone diverse e farle divertire. Ho organizzato eventi per Prada, Gucci e Diesel, solo per fare qualche nome, e nella mia mailing list c’erano street artist e figli di papà. Da trattare tutti allo stesso modo.

Cosa rappresentano le immagini sulle sue magliette?

Simboli esoterici degli indigeni che abitavano in Patagonia nel ’68, nei villaggi hippy. Sono dei portafortuna.

Un suo difetto?

Sono della Vergine, pignolo fino all’eccesso. E faccio una grande fatica a delegare. Ma dovrò imparare a fidarmi.

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