Lucia Scajola

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"Possa venire il giorno (e forse verrà presto) in cui fuggirò nei boschi di qualche isola, a vivere d’estasi, di calma e d’arte, circondato da una nuova famiglia lontano dalla lotta europea per il denaro. Lì a Tahiti potrò ascoltare, nel silenzio delle notti tropicali, la dolce musica sussurrante degli slanci del mio cuore in armonia con gli esseri misteriosi che mi stanno intorno. Finalmente libero, senza preoccupazioni di denaro, potrò cantare e morire".

Era il 1891, e in piena crisi del positivismo Paul Gauguin, nelle lettere alla moglie, scriveva così dalla Polinesia, al tempo Possedimenti dell’Oceania, del suo desiderio di libertà dalle sovrastrutture borghesi che già allora iniziavano a pesare sull’uomo occidentale. Dopo 125 anni, con lo scricchiolare del modello globale e di quasi tutte le certezze novecentesche, il senso di oppressione è probabilmente ancora più diffuso.

Ecco dunque che quel polmone verde fatto di 118 isolotti dalle forme disneyane, sparpagliati su acque verde smeraldo, da cui spuntano delfini, balene, canoe, tra ciuffi di onde bianche che si spaccano sulla barriera corallina, con una sincronia che nessuna fontana raggiungerà mai, ha ancora lo stesso valore terapeutico per chi ha un po’ di male di vivere e, naturalmente, può permettersi il viaggio.

Già, perché la Polinesia, che è un’insieme di cinque arcipelaghi (isole della Società, Australi, Tuamotu, Gambier, Marchesi) appartenente alla Francia, non corrisponde soltanto all’immagine dell’accessoriatissimo resort sulla spiaggia, punto di arrivo di molte coppiette in viaggio di nozze. Piuttosto, toccata con mano, fa sentire di essere davvero, come amano dire i locali, "l’arcipelago del Mana", ovvero l’energia vitale che qui permea ogni cosa. Chi sa cercare l’anima dei luoghi, teorizzata dallo psicoanalista James Hillman, qui la trova. E questa è un’anima interessante, scaturita dal mescolarsi tra la natura prorompente (parliamo pur sempre di vulcani estinti), le tradizioni primitive, le contaminazioni francesi, inglesi, cinesi, giapponesi, americane, hawaiane e australiane.

Sono gli stessi abitanti, passati attraverso le epoche coloniali, quella missionaria inglese prima e quella francese a partire dal 1842, a rivendicare adesso la loro voglia di recuperare l’identità, prima che sia tardi, anche attraverso il riutilizzo della lingua locale, vietata per molti anni dal governo di Parigi e ora tornata in uso.

A raccontarcelo è Gina Bunton, direttrice internazionale dell’Ufficio del Turismo. Bella e decisamente occidentale nello stile e nel piglio, spiega perché, per esempio, nel suo ufficio si stia decidendo di puntare così tanto su iniziative popolari come Heiva, il mastodontico festival locale di balli, canti e gare sportive, concesso per la prima volta, nel 1881, dalla Francia, per ingraziarsi la popolazione in concomitanza con la festa nazionale per la presa della Bastiglia.

"Ai miei tempi, alla fine degli anni Novanta,  si faceva solo danza moderna, oggi, invece, tutti i giovani trovano cool partecipare a questo evento, fortemente identitario". Un indizio, forse,  di questa nuova era post-globale, sempre meno affascinata dall’omologazione. Per un turista che capiti in luglio a Papeete, capoluogo della Polinesia Francese sull’isola di Tahiti (da sola ha 180 mila abitanti), il suggerimento è di assistere non tanto alle gare di canto e ballo, che sarebbero il pezzo forte, quanto a quelle sportive, che consistono in sfide tra i corridori che portano la frutta o le pietre sulle spalle, competizioni tra chi sale per primo in cima alle palme, o quelle tra chi apre più cocchi.

Tutto e di più sulla manifestazione si trova su Heiva a Raivavae, libro fotografico curato da Manuela Macori, architetta romana, approdata quasi per caso nel 2001 in Polinesia e mai più tornata (il suo blog edilsognocontinua.wordpress.com è pieno di spunti per chi parte o arriva nel Pacifico).

La Polinesia non è dunque solo Bora Bora, famosa per i suoi pazzeschi resort sulla barriera corallina e le nuotate tra i delfini, o Papeete, la moderna capitale, dove sono d’obbligo una sosta al mercato centrale e una cena di street food in piazza Vaiete, possibilmente alla Roulotte che, tra tutte, serve il miglior pesce crudo alla polinesiana, ovvero quello macerato nel latte di cocco.

Le isole della Società, con la loro rigogliosa natura antropomorfa, intrecciata di ibischi giganti e alberi da frutto, includono anche la spettacolare e piccolissima Maupiti, oppure Moorea, circa 16 mila abitanti, verdissima e profumata, grazie alle immense piantagioni di ananas e vaniglia nell’interno, e costellata da certi micro isolotti come Motu One, l’"isola di sabbia", abitata solo da palme, uccelli colorati e qualche tartaruga sulla riva.

A Moorea vale la pena una sosta al Tiki Village. Non tanto per i laboratori artigianali organizzati sotto questo insieme di capannine, quanto per parlare con chi vive qui. Timata, torso nudo e perizoma, capo e uomo immagine della struttura, arriva da Rangiroa, primitivo atollo delle isole Tumuatu, e confessa la sua allergia alle automobili. Ricostruire un villaggio tradizionale a scopi turistici è stato il miglior compromesso tra la sua natura selvaggia e la necessità di fare crescere meglio possibile i suoi figli. I quali, 11 e 13 anni, si presentano orgogliosamente come francesi, ma ammettono con candore di non sapere come sia fatta una doccia.

I ragazzi comunque avrebbero preferito restare nelle Tumuatu, arcipelago molto più remoto e quasi privo di auto, dove si consigliano, oltre allo snorkeling, le gite in bicicletta, dormendo, possibilmente, nelle pensioni familiari, come Tevahine Dream, con romantiche e confortevoli capanne sulla spiaggia. L’associazione delle pensioni di famiglia, comunque, si chiama Ia Ora (ia-ora.com) ed è sviluppata su tutta la Polinesia.

Ancora più incontaminte sono le isole Gambier, dove vanno visitate le coltivazioni delle perle nere, tipiche polinesiane, unica vera industria dell’intera area, a parte il turismo. Da vedere qui la cattedrale di San Michele a Rikitea, da poco restaurata.  Remotissime pure le Australi, di cui fa parte la sperduta Rurutu, anche nota come «isola delle balene», con le quali qui si fa il bagno, e Raivavae, la cui piscina naturale di Motu Vauimanu, toglie il fiato. Le Marchesi, infine, sono le isole di Paul Gauguin: è qui, tra le spiagge deserte di Atuona, sull’isola di Hiva Oa, che il pittore ha scelto di tornare a morire nel 1903.

Prima della sua ultima partenza verso la Francia, due anni prima, così si esprimeva l’artista: «Addio terra, terra ospitale, terra meravigliosa, patria di libertà e di bellezza! Parto con due anni di più, ringiovanito di venti, più barbaro anche di quando sono arrivato, eppure più sapiente. Sì, i selvaggi hanno insegnato molte cose al vecchio civilizzato, molte cose, quegli ignoranti della scienza del vivere e dell’arte di essere felici!». Un messaggio che ci sentiamo di fare nostro anche un secolo dopo.

Carta di identità
La Polinesia, annessa a Parigi nel 1842, è Territorio d’oltremare francesedal 1946. È costituita da 118 isole, per 5 arcipelaghi,270 mila abitanti, di cui 180 mila sull’isola di Tahiti. Papeete è la capitale. I polinesiani puri sono il 54 per cento. Seguono gli incroci con francesi e cinesi.

La presa della Bastiglia
Nel 1881 i francesi, nuovi colonizzatori, cercarono di ingraziarsi la popolazione, snaturata dai tanti divieti dei missionari inglesi. Concessero così ai polinesiani di festeggiare anche loro il 14 luglio.
Nacque allora Heiva, festa  tradizionale di canti, balli e gare sportive che oggi dura per quasi tutto il mese di luglio.

La ricetta simbolo
Il pesce crudo è il piatto nazionale. La ricetta qui prevede: tonno bianco a dadini, 200 ml di latte di cocco; 3 lime spremuti; un pomodoro a tocchetti; una carota tagliata alla julienne; un cetriolo a dadini; una cipolla piccola tagliata molto sottile; pepe e sale.

In pratica:

Il viaggio
Tra voli e scali, dura circa 23 ore.
Si consiglia la tratta Parigi-Los Angeles-Papeete, con la compagnia polinesiana Air Tahiti Nui. Oppure, con la stessa compagnia, il passaggio da est: Parigi-Tokyo-Papeete. Tariffa minima, in bassa stagione, con partenza da Roma o Milano: 1.780 euro (airtahitinui.com).

Il fuso orario

Dall’Italia si spostano le lancette 12 ore indietro.

Costi del pernottamento

Una settimana per due all’Hilton di Moorea, dal 23 al 29 dicembre, costa circa 484 euro a notte.
In una pensione di famiglia, nella stessa isola, si spendono invece circa 80 euro a notte per una stanza doppia.

Info: tahiti-tourisme.com

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