Fabrizio Corona in carcere, scendono in campo gli avvocati

I difensori di Corona, Nadia Alecci e Giuseppe Lucibelli, dicono la loro sulla sentenza

Fabrizio Corona in manette (Credits: Gettyimages)

Andrea Lallo

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Fabrizio Corona è in carcere a Busto Arsizio, ma la sua vicenda processuale resta inchiodata sulle pagine dei giornali e nei salotti televisivi.

Dopo le lacrime di mamma Gabriella nello studio di Verissimo e il suo appello affinché il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano entri nel merito di una sentenza che la signora Corona definisce iniqua, oggi a parlare sono gli avvocati dell'ex re dei paparazzi. Nadia Alecci, uno dei difensori di Fabrizio, ospite dell'Arena di Massimo Giletti, lo ha detto forte e chiaro: "Cinque sono anni la pena per i mafiosi che le estorsioni le fanno davvero".

Invece con una lettera aperta pubblicata dal sito www.tempi.it l'avvocato Giuseppe Lucibello, secondo legale di Corona, è entrato nel merito dell'intera vicenda processuale in maniera molto dettagliata.

"Nel paese dove tutti si sentono allenatori della Nazionale di calcio - scrive Lucibelli - si assiste, da qualche giorno, ad un nuovo, avvincente, esercizio intellettuale: improvvisarsi avvocato difensore del sig. Fabrizio Corona.

In televisione e sui giornali ognuno dice la sua spingendosi sino a voler individuare, retrospettivamente, le migliori strategie processuali.

Tuttavia, prima di lanciarsi in più o meno autorevoli, nonché improvvisate, dissertazioni su come si sia giunti alle sentenze di condanna occorrerebbe avere piena cognizione delle vicende processuali".

E poi continua:  "Quando sono iniziate le sue vicissitudini giudiziarie (Potenza- Woodcock – con l’inchiesta Vallettopoli) Fabrizio era stato rappresentato come il dominus di una sorta di S.P.E.C.T.R.E. del gossip, seppur incensurato.

Dopo anni di processi, grazie alla paziente e laboriosa opera anche dei colleghi che mi hanno preceduto o affiancato, l’ipotesi accusatoria di Potenza è stata smontata e la quasi totalità delle accuse mosse a Corona è venuta meno.

L’imputazione di associazione per delinquere non è giunta neanche al dibattimento.

Conseguentemente le contestate estorsioni, si sono “sparpagliate” – per ragioni di competenza territoriale – in mezza Italia, creando così il primo serio danno a Fabrizio, costretto a difendersi in più sedi anziché innanzi ad un unico Giudice".

Secondo Lucibelli tra i diversi Tribunali sparsi nel Paese che si sono occupati di Corona non c'è mai stato un accordo e questo ha determinato l'incongruenza, per l'avvocato, della sentenza di Torino che è del tutto distante da quella emessa dalla Corte di Roma per una materia analoga.

"Per i Giudici di Roma il pagamento di decine di migliaia di euro  – da parte di un noto sportivo – per il ritiro di un servizio giornalistico non aveva natura illecita, tant’è che il procedimento è stato archiviato.

I Giudici di Milano, competenti per sette casi di estorsione tentata o consumata, tra il primo ed il secondo grado, hanno ritenuto di mandare assolto Corona in ben 5 di essi.

La condanna, ad un anno e 5 mesi, per i due residui tentativi è intervenuta per l’eccessiva lesività delle foto.

Nonostante le decisioni di Roma e Milano, i Giudici di Torino,  per un fatto indiscutibilmente analogo a quelli per cui vi è stata assoluzione, hanno ritenuto Corona colpevole condannandolo alla pesantissima pena di 5 anni di reclusione".

"Ebbene  - sentenzia dopo l'avvocato - il sottoscritto è ancora fermamente convinto che le condanne inflitte in relazione alla pratica del “ritiro” siano assolutamente ingiuste e che prospettare a qualcuno l’esercizio di un diritto quale la pubblicazione di un servizio fotografico (realizzato lecitamente) non ha nulla a che fare con la coercizione tipica del reato di estorsione".

"In definitiva - conclude - in tutta questa vicenda l’aspetto che suscita maggiori perplessità è l’inspiegabile disparità di trattamento tra un Tribunale e l’altro e la circostanza che, pur applicando le stesse norme di diritto, i Giudici siano giunti a sentenze così diverse.

Mai come in questo caso, in effetti, la supplenza giurisdizionale volta a colmare l’ennesimo vuoto legislativo ha prodotto risultati così discordanti".

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