"Che bella la Sicilia" cantano gli attori sul palco «che grande ammirazione, ad ogni elezione sforna menti d’eccezione…". Al Teatro Finocchiaro di Palermo va in scena Buttanissima Sicilia, spettacolo teatrale tratto dall’omonimo libro dello scrittore Pietrangelo Buttafuoco, con Salvo Piparo, Costanza Licata e Irene Maria Salerno. "Un’opera dei pupi" in turné da un anno. Ma riaggiornata, riscritta e ricucita a ogni occasione dal giornalista Giuseppe Sottile: regista sapiente, implacabile fustigatore, cronista informato. Un teatro in cui vanno in cena protagonisti pomposi di una tragedia che è la tragedia della Sicilia abbandonata, saccheggiata e irredimibile. Il protagonista, continuamente evocato e sbeffeggiato, simbolo di un’isola senza speranza, è Rosario Crocetta, l’attuale governatore, alias "Saro", interpretato da uno scatenato Piparo.

La Sicilia è terra che non sa mai riconoscere le sue tragedie, dice l’attore, passando dalla risata alla malinconia. E ogni tragedia diventa avanspettacolo: opera dei Pupi, appunto. Le ballate di Costanza Licata e Irene Maria Salerno intramezzano "’u cuntu": voci sfottenti e sguaiate del popolo siciliano che, seppure rassegnato, non risparmia lo sberleffo ai potenti. Basti citare l’inarrivabile ballata dedicata a Crocetta, piena di ammiccamenti e accrocchi linguistici: "Così parte la favola. C’era una volta un re. Sasà, Sariddu, Peppino e Sesè".

E vanno in scena, ancora rivisti e riaggiornati, i temi classici di Buttanissima. Il flagello dell’autonomia: "Isola isolata, dove i macellai non macellano e i panificatori non panificano". Urla Piparo: "Serve solo ai parassiti e ai giufà". E poi l’immancabile tema della "mafia dell’antimafia": ormai giunta, come testimoniato dalle più recenti cronache giudiziarie, al suo apice più drammatico. Una tragedia in cui tutti i pupi finiscono per rassomigliarsi. "Così parte la favola. C’era una volta un re...".

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