Yara Gambirasio
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Yara: chi ha pensato ai figli di Bossetti?

Nella fretta di dare la notizia nessuno ha pensato alle conseguenze sulla vita dei tre figli di 13, 10 e 8 anni del presunto killer. Parla lo psicologo e criminologo Silvio Ciappi. Alfano, che dici?   Il dilemma del killer. L'intreccio di casa Bosetti - I due investigatori eroi

Il parroco di Sotto il Monte, Don Dolcini, fa la spola tra la canonica e la casa di Massimo Giuseppe Bossetti, il presunto killer di Yara. Don Dolcini tenta di consolare i familiari. Ieri, però, il parroco ha trovato solo la suocera nella cascina che si trova nella frazione di Piana di Sopra, al confine tra Mapello e il paese di San Giovanni XXIII. La moglie del muratore e i tre figli di 13, 10 e 8 anni sono scappati dall'uragano che ha sconvolto la loro vita. O almeno hanno tentato di farlo fisicamente, lasciando quelle stanze che fino a qualche ora prima avevano condiviso con Massimo Giuseppe, marito e padre.

La famiglia del presunto assassino non poteva non essere travolta dal dolore. "La moglie non fa altro che piangere, è disperata, per lei è stata una batosta brutale e umiliante", ha raccontato una vicina. Ma qualcuno ha pensato ai figli? Perché non è stata data alla famiglia del presunto killer il tempo per organizzarsi, per cercare di tutelare quei ragazzi, uno dei quali ha la stessa età di Yara quando è stata brutalmente seviziata? È mai possibile che per assicurare alla giustizia un colpevole si travolgano in serie vite, anche innocenti, che da questa storia potrebbero uscire irrimediabilmente devastate?

Silvio Ciappi, psicologo e criminologo, che risvolti psicologici può avere avuto sui figli dell'uomo?
Sicuramente i figli sono a loro volta vittime indirette, di tutta questa situazione tenuta nell'ombra. Credo che forse, addirittura, il problema irrisolto del presunto autore sia quello dei rapporti tra genitorialità e filiazione, solo che in questo caso l'aggressività è stata diretta non sui propri figli ma diciamo su un obiettivo esterno. L'aggressività nei confronti dei figli è stata ed è violenta. Le loro foto apparse su FB anche per qualche ora li hanno gettato in pasto allo spirito di risentimento e di vendetta pubblica. Credo che in questa fase delicata non debbano essere lasciati soli ma possano ricevere il sostegno di persone specializzate. Inoltre sono totalmente disaccordo con l'euforia pubblica (e sopratutto con quella istituzionale) a seguito della cattura di questa persona. Ci sono ancora molti punti interrogativi e fino a che non si conoscono i moventi occorre prudenza. I trionfalismi di “politica giudiziaria” spesso sono stati a sua volta nella cronaca giudiziaria di questo Paesi, clamorosamente smentiti. Non sarà questo il caso ma occorre, ripeto, prudenza.

La famiglia del presunto killer è a sua volta vittima innocente della furia assassina che l'uomo ha avuto su Yara...
Sicuramente. In tutta questa storia sono state ribaltati e 'violentati' nella loro intimità almeno quattro nuclei familiari. L'obiettivo inconscio, stando così le cose, di questa tragica vicenda sembra proprio quello di 'spaccare' l'unità familiare, in una sorta di gesto violento che fa portare a galla tutte  le contraddizioni di un invischiamento familiare che duravano da anni. Credo che in forma diretta o indiretta, consapevole o inconsapevole, i demoni del focolare abbiano ripreso la loro rivincita. E in tutto questo vi è proprio l'eco di tutta la tragicità della situazione.

Quale poteva o doveva essere l'approccio che gli inquirenti e persino il ministro Alfano avrebbero dovuto adottare nei confronti della famiglia del presento killer?
Non so quale sia stato l'approccio nel dettaglio. Credo che in questo caso debbano essere attivate delle 'unità psicologiche di crisi' proprio come succede in caso di disastri naturali. Vedere la propria vita cambiata dall'oggi al domani e senza poterci fare niente costituisce un trauma vero e proprio. Fare giustizia significa anche predisporre strumenti di tutela.

Quei tre ragazzini saranno condizionati per il resto della loro vita?
Sì, e con buona probabilità il trauma avrà conseguenze profonde, almeno che non si riesca fin da subito a predisporre strumenti anticipati di prevenzione del rischio. E la famiglia in questo caso non può rimanere sola. I bambini devono essere aiutati a cercare una spiegazione, un senso: un trauma lo si supera mettendo in gioco i nostri sistemi motivazionali superiori, quelli della neocorteccia ovverosia del ragionamento, del pensiero, della riflessione. Credo che qualcuno se ne debba far carico, per eliminare quella spirale di violenza che spesso non è solo il gesto isolato di un folle, ma l'esito di violenze e traumi sedimentati, che senza adeguato supporto, possono rimanere anche silenti per anni. Salvo poi deflagrare, tracimando persone e cose. La violenza spesso è l'esito di storie interrotte, di un buio di significato che avvolge storie individuali e familiari, di una carenza di significato che porta a dissociare il nostro aspetto riflessivo da quello istintuale e così finisce che agiamo, senza dar significato, in maniera automatica. Voglio citare la Arendt, il male è sempre banale, è l'incapacità di dare un significato alle cose.

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