E nel voto sui sindaci il Pd sconta anche l’effetto delle inchieste
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E nel voto sui sindaci il Pd sconta anche l’effetto delle inchieste
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E nel voto sui sindaci il Pd sconta anche l’effetto delle inchieste

Il Pd è diventato il partito da battere per tutti, il partito che i settori più insofferenti della società, a torto o a ragione, stanno prendendo a emblema di tutto ciò che non va.

Le amministrative, dopo l’euforia delle europee, hanno riportato Matteo Renzi e il renzismo con i piedi per terra: perdere una roccaforte storica come Livorno, città in cui nacque il Pci, o Perugia, dove la sinistra governava dal 1946, fa molto male. E l’analisi della battuta d’arresto che si fa largo dentro il primo cerchio renziano è tutt’altro che superficiale. Certo sul risultato ha pesato l’ondata di scandali che ha colpito il Pd: la vicenda Expo o il caso Mose, che ha visto finire in manette il sindaco Pd di Venezia, hanno dimostrato che settori del partito sono parte integrante di quel "sistema di corruzione" che continua ad affliggere l’Italia. Con tutte le conseguenze negative del caso.

Ma nel contempo hanno messo in luce quanto sia difficile cambiare nel profondo questo Paese e imboccare la via delle riforme. Il tutto combinato con un segnale ancora più allarmante per Renzi e i suoi: il Pd è diventato il partito da battere per tutti, il partito nazione, per usare un termine che piace a Renzi, o partito sistema, per usarne uno coniato dai suoi detrattori, che i settori più insofferenti della società, a torto o a ragione, stanno prendendo a emblema di tutto ciò che non va. Non per nulla l’elettorato grillino e quello del centrodestra sono diventati vasi comunicanti che quasi naturalmente confluiscono sui candidati non Pd, siano essi di Forza Italia o del M5s. A ben vedere, dalla fase del bipolarismo la politica italiana sta entrando definitivamente in quella tripolare. E, soprattutto, nel giro di due settimane tutti hanno scoperto che Renzi non è Napoleone.

Ecco perché tra i renziani c’è chi si domanda se davvero il Pd può prendersi da solo sulle spalle le riforme, che, anche a sinistra, si portano dietro un tasso non indifferente di impopolarità. "Certe cose si fanno con le larghe coalizioni" diceva già alla vigilia del voto una renziana doc come Rosa Maria Di Giorgi. E, sparito l’arcipelago centrista, nel nuovo contesto l’unico interlocutore possibile è Forza Italia. Uno schema che non rifiuta neppure un barricadero come Roberto Giachetti. "Matteo" sostiene "deve puntare alle riforme, o, se non è possibile farle, andare al voto. Anche con il Consultellum (cioè il sistema uscito dalla sentenza della Consulta, ndr). Dopo, se non avrà i numeri per governare da solo, potrà mettere in piedi un’alleanza tra i due grandi partiti: il Pd e Forza Italia".

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