È il voto europeo il vero banco di prova
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È il voto europeo il vero banco di prova

Le consultazioni di fine maggio sono anche da noi un referendum contro l'Unione europea

Cascano proprio male le elezioni europee più importanti della storia: tra il 22 e il 25 maggio 2014, quando la presumibile ripresa non si sarà ancora materializzata nelle tasche dei cittadini, il vento della rivolta soffierà ancora prepotente e il benessere continentale risulterà ancora più compromesso.

Ed ecco perché il suo popolo, il popolo europeo, potrebbe sentenziare la fine dell’Unione, quantomeno di quella che c’è adesso. Finora per il parlamento di Strasburgo si è votato già sette volte e sempre in maniera relativamente gioiosa: la prima nel 1979, l’ultima nel 2009. Le elezioni del 2014 rischiano invece di manifestare percentuali stratosferiche di astensione. Oppure di far emergere nelle urne una sorta di referendum contro l’euro e l’Europa: stando ai sondaggi, nella Camera Ue il partito di maggioranza relativa dovrebbe essere quello degli euroscettici. Anche nella sua componente italiana. Con l’aggravante che si voterà a poche settimane dal 1° luglio, data di partenza del semestre europeo a guida italiana.

Gli astenuti.Dei due rischi, quello che meno dovrebbe incidere da noi è l’astensionismo, e non perché gli italiani amino i burocrati di Bruxelles o l’Europa delle banche. Tra l’altro, gran parte delle forze politiche è perlomeno critica verso l’Unione, quindi disponibile a intercettare il malcontento. Però da sola la protesta non basta a portare la gente alle urne, tanto è vero che i sondaggisti continuano a rilevare che il partito del non voto rimane tra il 41 e il 52 per cento. La realtà delle cose dice anche altro, cioè che a maggio ci saranno altri due «referendum», coinvolgenti passioni ed elettori, che non riguardano l’Unione ma nuovi contenitori e persone tutte italiane.

I contenitori.Le prossime europee testeranno la rinata Forza Italia (che non concorre dal 2004), il nuovo Partito democratico depurato dopo 93 anni di storia dall’apparato comunista e postcomunista, la Lega nord orfana del fondatore Umberto Bossi, l’Udc di Pier Ferdinando Casini alla prova della scissione  da Scelta civica, la Sel vendoliana (da Nichi Vendola) trasformata dopo      il congresso del 26 gennaio 2014 in Sel boldriniana (da Laura Boldrini, presidente della Camera). Poi c’è una serie impressionante di debutti: il Movimento 5 stelle, il Nuovo centrodestra, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, la stessa Scelta civica di Mario Monti, finanche   la (post) Alleanza nazionale di Gianni Alemanno e destrorsi vari.

I nani. I partiti piccoli e piccolissimi, alle europee, hanno in teoria una grande occasione. Grazie a un sistema di voto che non prevede coalizioni e premia solitamente la caratterizzazione identitaria, hanno sempre fatto miglior figura rispetto al voto nazionale. Certo non è mai bastato a superare il 4 per cento, soglia che garantisce l’ingresso   al Parlamento Ue, ma ha garantito   visibilità e la possibilità di trattare poltrone nel Parlamento italiano con i partiti «giganti». A questo giro, però, i nani rischiano seriamente di farsi male. Pesa tantissimo il secondo, implicito, referendum.

La prima volta. Alle europee i vari Silvio Berlusconi, Matteo Renzi, Beppe Grillo e Angelino Alfano si giocano tutto. Come mai è capitato prima nella loro vita. Il Cavaliere dovrà dimostrare che la condanna per i diritti Mediaset non ha inciso sulla sua capacità di aggregazione, con tutti gli ostacoli, tutt’altro che marginali, imposti dalla legge Severino: mancata candidatura (è una prima volta) e una campagna elettorale condizionata dai giudici. A Renzi (al debutto da leader della sinistra) toccherà ottenere un risultato almeno sopra il 30 per cento; per ora il segretario del Pd dice che non candiderà né Rosy Bindi né Massimo D’Alema e questo dà adito a voci insistenti di scissioni (per Bindi) e candidature all’estero (per D’Alema, per la precisione in Francia).

Beppe Grillo avrà il compito di provare che la sua forza antipolitica, esordendo sul ring europeo, non finirà ko per l’irrilevanza dimostrata nel Parlamento italiano. Ad Alfano, infine, spetta
la «prima» più complessa perché paleserà se la sua scissione da Forza Italia è stata la geniale mossa del leone o, viceversa, lo stupido calcio di un asino.

Sempre che alle europee e alle amministrative già in agenda (4.061 comuni, tra  i quali 26 capoluoghi di provincia, e due regioni: Abruzzo e Sardegna),  non vengano accorpate anche elezioni politiche anticipate. Il governo di Enrico Letta, infatti, rimane precario. Come  e più dell’Europa unita.  
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