Il Cav ai servizi sociali ma Renzi si affida a Berlusconi
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Il Cav ai servizi sociali ma Renzi si affida a Berlusconi
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Il Cav ai servizi sociali ma Renzi si affida a Berlusconi

Umberto Bossi sintetizza: "Quel che succede a Berlusconi succede anche a Renzi". Destini e (riforme) sono incrociati - La Sacra Famiglia - Le limitazioni di Berlusconi

Se avessero deciso  scelte più dure per Silvio Berlusconi  ci avrebbe rimesso Matteo Renzi... In realtà questo affidamento soft ai sevizi sociali suona più come un lasciapassare al premier e alle riforme che alla agibilità politica durante la campagna elettorale per Berlusconi”.

Questo è il commento, sotto anonimato, che circola nel Transatlantico di Montecitorio dopo il verdetto del Tribunale di Sorveglianza di Milano sulle modalità dell’esecuzione della pena relativa alla sentenza Mediaset. Certo, poteva andare peggio, riconoscono i deputati azzurri, ma non “non c’è dubbio che questo è un vulnus per la democrazia”, commentano due forzisti di peso come Raffaele Fitto e Mariastella Gelmini. Il paradosso dei destini incrociati tra Renzi e Berlusconi,  sta nel fatto che senza il Cav Renzi le riforme non le fa. Rischia di perdere la faccia. E di fare le valigie, come lui stesso più volte detto, al di là della perenne minaccia di andare a votare.

 Questo è il senso dell’incontro a Palazzo Chigi tra il premier e il Cav, a poche ore dalla decisione del Tribunale di Sorveglianza. Renzi, senza il voto compatto di Forza Italia, al Senato rischia davvero di non avere più i  numeri, dopo la fronda dei 22 senatori capitani da Vannino Chiti, uomo forte dell’ala dalemian-bersaniana. Un’avvisaglia di quanto può succedere, del resto, è venuta domenica dall’assemblea separata della minoranza pd a Roma, proprio mentre Renzi apriva la campagna elettorale per le europee a Torino.  Un big come Massimo D’Alema ha detto chiaro e tondo che bisogna rimettere mano al partito. Berlusconi, pur alle prese con un’odissea giudiziaria, che non trova riscontri nel mondo occidentale, accompagnato da Gianni Letta e da Denis Verdini ha mostrato ancora una volta da uomo di Stato senso di responsabilità,  volontà di stare ai patti, ma  quelli sottoscritti il 18 gennaio a Largo del Nazareno.

Avrebbe quindi chiesto a Renzi modifiche al disegno di legge sulla trasformazione di Palazzo Madama in Senato delle autonomie. Che, secondo Forza Italia, non può diventare una camera composta di fatto di amministratori in gran parte di centrosinistra, di 21 personaggi nominati dal presidente della Repubblica,  e per giunta con potere di nomina dello stesso capo dello Stato. Il rischio sarebbe di avere un presidente di sinistra a vita.  La condizione posta a Renzi per votare la riforma sarebbe quindi di eliminare dal testo i 21 nominati dal Quirinale, non dare il potere di voto per il capo dello Stato e riequilibrare la presenza dei sindaci sulla base del numero di abitanti delle varie regioni. La Lombardia e altre regioni del Nord non possono avere lo stesso numero dei sindaci della Val d’Aosta. E la Lombardia come altre zone del Nord sono le aree in  cui il centrodestra è più forte. Renzi si sarebbe mostrato disponibile alle modifiche, sempre a patto che per il Senato non ci sia alcuna forma di eleggibilità. “Se sarà così il premier avrà in nostri voti entro il 25 maggio”, dice, sotto anonimato, un deputato azzurro di rango. Ecco perché a poche ore dalla decisione del Tribunale di Sorveglianza, un renziano doc a Panorama.it confidava: “Se Matteo potesse fare qualcosa per Berlusconi l’avrebbe già fatta”. Ma la battuta più fulminante, a testimonianza dei destini incrociati di Silvio e Matteo, è quella che a Panorama.it consegna Umberto Bossi: "Per proprietà transitiva quel che succede a Berlusconi succede a Renzi".

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