Scienza

Giornata della Terra: salviamo il mondo dalla plastica

Negli oceani ce ne sono 150 milioni di tonnellate che mettono in pericolo interi ecosistemi. L'azione per combattere l'inquinamento deve essere globale

plastica

Marta Buonadonna

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Affoghiamo in un mare di plastica, ma questa emergenza ambientale può essere affrontata e risolta. Lo dimostra il fatto che alcune iniziative in atto hanno già dato risultati positivi e mostrano il cammino da seguire. Domenica 22 aprile si celebra in tutto il mondo la Giornata della Terra, il cui tema centrale per quest'anno sarà proprio la lotta all'inquinamento da plastica. La situazione è già critica, ecco perché occorre intervenire su scala globale, imitando le buone pratiche.

Le dimensioni del problema

Secondo l'associazione di produttori di materie plastiche PlasticsEurope, la produzione mondiale di plastica è passata da circa 1,5 milioni di tonnellate nel 1950 a circa 275 milioni di tonnellate nel 2010; tra i 4 milioni e i 12 milioni di tonnellate vengono scaricati ogni anno negli oceani dai paesi costieri.

Circa 1 milione di bottiglie di plastica vengono vendute ogni minuto nel mondo, tanto per dire, e solo il 14% viene riciclato. Tutto il resto rischia di finire e in buona parte finisce in mare, dove arriva a inquinare anche gli anfratti più remoti. Il danno per gli organismi marini è incalcolabile, quello potenziale per le persone che mangiano pesce, quindi anche voi e io, spaventoso.

Si stima che gli oceani siano disseminati di oltre 150 milioni di tonnellate di plastica. "I nostri fondali stanno diventando una discarica di plastica, che si sta dimostrando devastante per la fauna selvatica. Lontano dagli occhi non dovrebbe significare lontano dalla testa", ha dichiarato Lyndsey Dodds, capo delle politiche per il mare del WWF.

Le cinque vite della plastica

Un pannolino di quelli che abbiamo usato a centinaia per i nostri figli rimane nell'ambiente per qualcosa come 450 anni, più di 5 volte l'aspettativa di vita del bambino che li ha indossati. Lo stesso lasso di tempo serve per biodegradarsi alle bottiglie di plastica, che consumiamo nel corso della vita nell'ordine delle decine di migliaia a testa. Ai sacchetti servono "solo" 20 anni, più che abbastanza per fare danni notevolissimi, specialmente alle creature che vivono nel mare.

E poi naturalmente c'è tutta l'altra plastica. Quella dei contenitori alimentari, degli imballaggi di detergenti e cosmetici, spazzolini, dentifrici, cannucce, posate di plastica, fino a quella contenuta nei dispositivi tecnologici: pensate solo alla quantità di cover per smartphone che si vendono ogni giorno. Questi oggetti non restano uguali a se stessi per tutto il tempo che impiegano a biodegradarsi. Sole, onde e vento contribuiscono a sminuzzarli, trasformandoli in frammenti minuscoli in grado di fare se possibile ancora più danni.

Uno studio pubblicato su Science Advances lo scorso anno stimava che "siano state prodotte circa 8300 milioni di tonnellate di plastica e fino al 2015 siano state generate circa 6300 milioni di tonnellate di rifiuti plastici, di cui circa il 9% è stato riciclato, il 12% è stato incenerito e il 79% è stato accumulato nelle discariche o disperso nell'ambiente". Ed ecco la cupa previsione: "Se le attuali tendenze di produzione e gestione dei rifiuti continueranno, circa 12.000 milioni di tonnellate di rifiuti in plastica si troveranno in discarica o nell'ambiente naturale entro il 2050".

Il 2050 è più vicino di quanto ci faccia piacere pensare, ergo occorre trovare un modo per interrompere la nostra crescente dipendenza dalla plastica, intesa come un'autentica forma di droga della quale sembriamo incapaci di fare a meno.

Un enzima ci salverà?

Il succo della questione è che liberarsi della plastica che abbiamo già rovesciato nel mare è molto difficile, anche se gli scienziati sono al lavoro per cercare soluzioni. E a volte le scoperte migliori si fanno per caso come sembra essere accaduto ai ricercatori del National Renewable Energy Laboratory (NREL) del Dipartimento dell'Energia statunitense e dell'Università di Portsmouth del Regno Unito. Gli scienziati stavano studiando un enzima prodotto da un batterio scoperto nel 2016 da un gruppo di ricercatori giapponesi, che si è dimostrato in grado di degradare il PET, una delle plastiche più usate.

Nel corso dei loro esperimenti gli scienziati inglesi e americani hanno mutato l'enzima rendendolo involontariamente ancor più capace di "mangiarsi" le bottiglie di plastica di polietilene tereftalato, il PET appunto. "Quello che è successo in realtà", ha spiegato John McGeehan, dell'Università di Portsmouth, è che abbiamo migliorato l'enzima, il che è stato un po' uno shock".

L'enzima mutante impiega alcuni giorni per iniziare a scomporre la plastica, assai meno dei secoli che occorrono perché la degradazione avvenga naturalmente negli oceani. Ma i ricercatori sembrano convinti che il processo possa essere ulteriormente accelerato per poi essere impiegato su larga scala.

Le bottiglie che attualmente vengono riciclate possono essere trasformate solo in fibre opache per abbigliamento o tappeti. Il nuovo enzima apre la strada alla possibilità di riciclare le bottiglie di plastica trasparente trasformandole in altre bottiglie di plastica trasparente, riducendo di fatto la necessità di produrre nuova plastica. Certo, commenta McGeehan, "il petrolio è economico, quindi il PET vergine è economico. È così facile per i produttori generare crescenti quantità di questo materiale, piuttosto che provare a riciclare". Secondo lo scienziato però "la percezione sta cambiando così tanto che le aziende stanno iniziando a considerare come possono riciclare correttamente".

Riduci, riusa, ricicla

La questione di fondo è che occorre prima di tutto cominciare a ridurre la quantità di plastica vergine che produciamo e impieghiamo se vogliamo avere un impatto decisivo sulla quantità di rifiuti in plastica che finiscono nell'ambiente. In molti paesi la lotta alla plastica è già cominciata, quasi ovunque il primo obiettivo sono stati i sacchetti. Laddove sono stati imposti limiti al loro uso, divieti o anche semplicemente è stato dato loro un prezzo, la quantità di rifiuti prodotta è diminuita.

E' ciò che è successo nel Regno Unito e lo dimostra uno studio appena pubblicato su Science of The Total Environment, basato sull'analisi di quanto recuperato in mare da circa 2500 spedizioni condotte tra il 1992 e il 2017. Il sovrapprezzo applicato ai sacchetti dei supermercati inglesi, che consiste in 5 penny, ha portato a un calo dell'80% del consumo di sacchetti di plastica in tutta l'Inghilterra, (9 miliardi di sacchetti in meno dall'ottobre 2015) e questo si riflette, in base alle conclusioni dello studio, in un declino osservato dei sacchetti di plastica tra i rifiuti recuperati nel Mare del Nord, in controtendenza con un aumento generalizzato dei rifiuti in plastica in tutti gli altri mari.

"Abbiamo osservato forti diminuzioni nella percentuale di sacchetti di plastica catturati dalle reti da pesca sui fondali marini del Regno Unito rispetto al 2010 e questa ricerca suggerisce che lavorando insieme possiamo ridurre, riutilizzare e riciclare per affrontare il problema dei rifiuti marini", ha dichiarato Thomas Maes del Centro per le scienze dell'ambiente, della pesca e dell'acquacoltura, autore principale dello studio.

Tasse, divieti & co.

"Le tasse e le imposte sono un passo avanti - la riduzione dei sacchetti di plastica che entrano nell'oceano ne è la prova - ma abbiamo bisogno che il governo pensi più in grande e metta fine all'uso di tutta la plastica monouso evitabile entro il 2025".

E in effetti va in questa direzione la proposta della premier Theresa May, annunciata mercoledì in una riunione delle nazioni del Commonwealth, di vietare cannucce di plastica e cotton fioc per fare del Regno Unito un leader mondiale nella lotta alla plastica. In realtà, come fa notare un commentatore della BBC, si tratta per il momento solo di ambizioni e anche piuttosto timide.

"Quando i ministri parlano del Regno Unito che guida il mondo su questo tema caldo, vale la pena guardare le azioni di altri paesi" avverte David Shukman. "Dozzine hanno in realtà bandito i sacchetti di plastica: la Gran Bretagna ha un sistema per il quale i rivenditori devono farli pagare. E dallo scorso anno il Kenya ha adottato le misure più drastiche di tutti: ci sono multe se si usano i sacchetti di plastica e se chi ha un'azienda viene beccato a produrli o importarli, deve affrontare fino a quattro anni di carcere. Tra molte affermazioni sulla lotta contro la guerra alla plastica, i keniani stanno guidando la carica".

Quel che è chiaro è che se i cittadini possono cercare per quanto possibile di fare scelte sostenibili (rinunciando a tutto ciò che è usa e getta e per esempio scegliendo i prodotti anche sulla base di loro imballaggi), sono le aziende a dover fare il grosso. E per indurre le aziende a fare la cosa giusta servono leggi chiare, fatte applicare in modo draconiano.

Oggi quello dell'inquinamento della plastica è finalmente diventato un tema caldo, presente all'attenzione di tutti. Questa Giornata della Terra serve a renderlo ancora più familiare alle orecchie dei cittadini, perché contribuiscano a farsi portatori di un cambiamento nella società, magari anche chiedendo ai loro governi di agire. Dove si sono fatti passi nella giusta direzione qualcosa è in effetti cambiato. Ora, come sempre quando si parla di questioni ambientali, lo sforzo deve farsi globale.

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