Scajola assolto. I 45 mesi di gogna visti da sua figlia
ANSA/ALESSANDRO DI MEO
Scajola assolto. I 45 mesi di gogna visti da sua figlia
News

Scajola assolto. I 45 mesi di gogna visti da sua figlia

Giustizia è fatta. Ma restano i veleni che hanno segnato un uomo e la sua famiglia. Li racconta in queste pagine Lucia Scajola, giornalista di Panorama e figlia dell’ex ministro

Non è vero che tutti i politici sono corrotti, che tutti i magistrati sono politicizzati e che vince sempre il più furbo. Non è vero che l’immagine oggi conta più della sostanza e che sopravvive solo chi reagisce agli attacchi. Non è vero che tutto il male viene solo per nuocere.

Me lo ha insegnato mio papà, anche se qualche volta ho faticato a credergli.

Tre anni e nove mesi fa, la sera del 22 aprile 2010, mi aveva chiamato per dirmi che il giorno dopo, sui giornali, avrei letto delle “cose spiacevoli” su noi e la casa di Roma. Era durante la presentazione del restyling di Panorama: al museo della Permanente, a Milano, c’era tutta la dirigenza Mondadori e io mi ero chiusa in bagno per piangere. Il primo pensiero era stato come avrei giustificato al ragazzo che frequentavo da poco quello che avrebbe letto l’indomani su Repubblica.
Il secondo, come avrei affrontato l’intervista affidatami dal mio caporedattore per quella mattina: sarei andata dai fratelli Alberto e Grazia Ciardo, ex proprietari dell’ospedale San Carlo di Milano, assolti dopo 5 anni di accuse infamanti e un mese di carcere preventivo. Loro erano vittime che meritavano la dovuta riabilitazione. Io no: ero solo all’inizio dell’incubo e mi vergognavo.

Mi sforzai di scrivere quel pezzo in fretta e presi il primo aereo per Roma. Volevo capire e stare con papà. Quella sera c’era una grande cena, di quelle romane e di potere che si raccontano su Dagospia: andai con lui e mamma. Ricordo la carezza fredda del direttore di un quotidiano che mi promise: “Passerà in fretta”, sapendo probabilmente di mentire.

I giorni successivi furono convulsi: lui era sereno e gli avvocati non riuscivano a intravvedere nessuna ipotesi di reato, eppure dai giornali, nessuno escluso, venivano fuori infiniti rigagnoli di letame che davano adito a ogni genere di sospetto e reato. Una corrente difficile da contenere. Specie quando si è soli.

A nessuno piaceva la sua versione: anche chi aveva fatto finta di credergli in una lunga intervista, il giorno dopo, ritrattò dichiarando l’indifendibilità del ministro Scajola. Così, il 4 maggio, è arrivato alle dimissioni: senza un avviso di garanzia e probabilmente senza una spiegazione soddisfacente, né per lui né per gli altri.

Papà decise nella notte, da solo. Andai in camera sua alle 6 di mattina e lo trovai sveglio, lucido e determinato a dare la notizia il  prima possibile. Fu senz’altro la fretta e la voglia di prevenire interferenze a suggerire di convocare subito una conferenza stampa: drammaticamente sincera la sua comunicazione, comprensibilmente irritante, per i giornalisti, la decisione di non rispondere a nessuna loro domanda. Non un successo mediatico, insomma.
Ma credevamo tutti che il peggio fosse passato. E invece no, quei 16 giorni di inferno erano stati solo l’inizio. Non era più ministro e non era nemmeno indagato; i Pubblici Ministeri di Perugia (la prima Procura ad occuparsi del caso) non ravvisavano, evidentemente, nessuna ipotesi di reato, eppure i giornali non davano tregua: avevano trasformato mio papà in un emblema definitivamente negativo.

Lui incassava, smetteva di reagire, qualche volta anche di sperare, ma leggeva tutto. Ogni singola riga. Io impazzivo nella stupida illusione di poter sminare dove riuscivo. Un incubo: ogni mattina, insieme a quello della sveglia, lampeggiava sul telefono il led rossoche indicava l’arrivo delle mail con la rassegna stampa, molto più corposa dopo che la Procura di Roma aveva deciso di riaprire l’indagine, già archiviata da Perugia quindici mesi prima. Il rito era più o meno questo: leggere tutte quelle pagine, piangere, ridormire, cercare una buona ragione per alzarsi, andare al lavoro sentendo papà, mamma e Pier, mio fratello.

Dopo quei giorni, è arrivata l’inchiesta per il porto di Imperia, con altre montagne di fango e vergogna. E poi, dopo 18 mesi di altre vivisezione, il 7 gennaio 2013, un’altra archiviazione, chiesta dallo stesso Pubblico Ministero, per la sua estraneità ai fatti.

L’immagine di mio papà però rimaneva sporca. Quasi per tutti. Tanto che non si ricandidò alle Politiche dell’anno scorso.

Io lo sapevo chi era e chi è ho imparato a conoscerne difetti e punti deboli, ma anche conti correnti e cartelle cliniche: è stato faticoso digerire tanto fango a fronte di altre consapevolezze.

Lui ci provava stando in poltrona e un po’ in giardino, accudito da una moglie che gli ha dato l’anima. Soffriva quasi sempre. Poca politica, poche uscite, zero sorrisi, tante messe. Contava i traditori, i bugiardi, i delatori, anche se non è mai stato bravo a ricordarsene.

Il suo compito, diceva, era “studiare le carte”, convinto che nella vita, “bisogna avere pazienza e sapere aspettare”. Potevano prescrivere il reato. Lo hanno assolto con formula piena. Dopo 45 mesi di graticola mediatica.

Aveva ragione lui. E io lo ringrazio per questo.

Ti potrebbe piacere anche

I più letti