Il racconto in diretta di come si attiva il protocollo da coronavirus
L'ingresso dell'ospedale Niguarda (Wikimedia Commons)
Il racconto in diretta di come si attiva il protocollo da coronavirus
Salute

Il racconto in diretta di come si attiva il protocollo da coronavirus

Una nostra giornalista ha visitato l'Ospedale Niguarda di Milano e si è trovata nel mezzo di un probabile caso di Covid-19. Ecco cosa è successo. Leggi qui tutti gli articoli sul tema

Ospedale Niguarda, Milano. Il coronavirus è qui, anzi. La guerra contro il coronavirus è qui.

Una guerra di trincea che abbiamo voluto vedere con i nostri occhi per capire cosa capita in un Pronto soccorso in prima linea se malauguratamente capitasse di doverci entrare.

Dalla prima diffusione del virus in Italia il Sistema Sanitario lombardo si è trovato a gestire una situazione inaspettata che ha affrontato con professionalità ma soprattutto con completa dedizione dei suoi operatori sanitari tanto che oggi in Lombardia gli ospedali impegnati nell'analisi dei casi di contagio sono sei: l'Ospedale Sacco, il Dipartimento di Scienze Biomediche dell'Università di Milano, il Policlinico San Matteo di Pavia, il Policlinico di Milano, l'Ospedale di Bergamo e l'Ospedale Niguarda. Al momento sono questi i luoghi attrezzati per le emergenze di terapia intensiva dove vengono indirizzati tutti i casi di sospetto contagio.

L'Ospedale Niguarda, fiore all'occhiello della sanità lombarda, con i suoi 1.213 posti letto, 10 dipartimenti sanitari, 42 sale operatorie e 285 ambulatori e 4.100 dipendenti tra cui 750 medici e 2.000 infermieri, mi sembra il luogo ideale per osservare da vicino l'emergenza.

Entrando dall'ingresso principale è impossibile non osservare con più attenzione del solito il grande gruppo statuario con la figura di San Carlo Borromeo, fosse solo per le reminiscenze scolastiche manzoniane che lo fanno immediatamente collegare alla peste di Milano del 1576 (antecedente a quella descritta nel romanzo) quando, con la fuga dei notabili, l'arcivescovo fu l'unica autorità in città a prodigarsi per i cittadini.

Ci dirigiamo verso il cuore pulsante della prima accoglienza sanitaria del Niguarda: il Blocco DEA, un ospedale nell'ospedale in cui ha sede il Pronto soccorso.

I corridoi sono un andirivieni di medici e infermieri in piena attività. C'è un non so che di rassicurante nel viso delle persone che incontriamo malgrado gli occhi visibilmente appesantiti da ritmi serrati di lavoro.

La nostra guida è il coordinatore infermieristico Monica Ghinaglia che, con Renzo Doneda, è la colonna portante del Pronto soccorso. Ci riceve con una stretta di mano, una piacevole sensazione di calore che l'ansia di questi ultimi tempi di contagio aveva fatto dimenticare. Ci riassume un'organizzazione che si è dovuto creare improvvisamente: «Dal 21 febbraio è stata attivata un'Unità di Crisi interna all'Ospedale composta da diverse professionalità in grado di coordinare la gestione dei casi di contagio e in costante contatto con Regione Lombardia (due volte al giorno). Il gruppo di crisi è attivo 7 giorni su 7 ed è il punto di riferimento da cui ogni reparto dell'Ospedale riceve indicazioni sul trattamento dei pazienti positivi, sull'uso degli strumenti di protezione, sul flusso dei tamponi da analizzare e sulla decisione di eventuali azioni straordinarie».

Guardandosi intorno la situazione è più tranquilla di quanto si possa immaginare. Nell'anticamera ci sono solo parenti in attesa di notizie, tutti rigorosamente dotati di mascherine.

«Solitamente questo Pronto soccorso gestisce una media di 300 casi al giorno, ma il timore del contagio ha fatto scendere l'afflusso del 60%». A quanto pare i codici bianchi e verdi sono praticamente assenti. «Gli interventi chirurgici non urgenti e riprogrammabili sono stati spostati per liberare posti letto, soprattutto nelle terapie intensive, e assicurare la disponibilità del personale anestesiologico e infermieristico. Gli ambulatori sono garantiti anche se molti pazienti rimandano le visite. Da sabato scorso fin dal triage (la prima valutazione per assegnare il grado di priorità del trattamento sanitario) i pazienti con sospetto contagio sono gestiti in un percorso diverso al fine di evitare il più possibile i contatti con gli altri. Un percorso simile è seguito anche nel Pronto Soccorso di Ginecologia».

Quali sono le modalità con cui vengono individuati i casi sospetti?

«I pazienti che manifestano febbre senza avere però altri sintomi (ad esempio mal di pancia che potrebbe essere appendicite o altre infezioni) oppure quelli che hanno una febbre connessa con i segnali tipici di un'influenza (mal di schiena, indolenzimento degli arti, mal di testa, difficoltà respiratorie) sono da subito assistiti in un'area separata in attesa dell'esito del tampone».

Mentre parliamo la vita del pronto soccorso continua: un uomo arriva lamentandosi per una scheggia finita in un occhio, una anziana signora è accudita su una barella, una bambina accusa sintomi di tonsillite, un ragazzo con un gesso al piede si sostiene sulle stampelle.

Si presenta una coppia sui trent'anni. Il marito ha la febbre e gli occhi lucidi. Entrambi sono visibilmente preoccupati. Gli operatori che li accolgono sono affabili e soprattutto esaustivi. Protetti da camici e mascherina gli infermieri misurano la febbre e con il saturimetro (una pinza messa a un dito della mano, ndr.) misurano il grado di saturazione di ossigeno nel sangue. Il caso è ritenuto sospetto. Immediatamente si attiva la linea di emergenza predefinita e, indossata la mascherina, il paziente è indirizzato verso il percorso di isolamento (solo le persone con disabilità possono essere accompagnate con tutte le protezioni necessarie). Anche la spiegazione su ciò che lo attende è semplice ed esaustiva: verrà sottoposto a esami del sangue e radiografia toracica e, se i valori saranno ritenuti a rischio di contagio, sarà trattenuto per effettuare il tampone che in 12/14 ore offrirà il responso. In caso di valori nella norma ai primi esami (così come con tampone negativo) potrà ritornare a casa rimanendo per 15 giorni in autoisolamento, ma potendo uscire solo dopo 2 giorni dalla scomparsa dei sintomi. Se invece il tampone è positivo al contagio e secondo la gravità dei sintomi il paziente è distribuito negli reparti attrezzati per la degenza del coronavirus senza alcun contatto con gli altri reparti dell'Ospedale: il reparto di medicina di urgenza per chi non presenta particolari rischi (23 posti letto), quello di sub-terapia intensiva che assiste chi ha problemi respiratori (13 posti letto), la terapia intensiva per chi necessita di essere aiutato nella respirazione con strumenti di ventilazione (18 posti letto). Il tutto in continuo aggiornamento secondo lo sviluppo che prenderà l'epidemia e le disposizioni che saranno date da Stato e Regione.

L'uomo che abbiamo lasciato alle mani competenti e gentili dell'infermiere saluta la moglie visibilmente più preoccupata di lui. Pochi gesti, un sorriso, le chiavi della macchina. «Tenete accesi i telefonini – dice l'infermiere - così può aggiornare sua moglie. Non si preoccupi, andrà tutto bene».

L'amore ai tempi del coronavirus passa anche dall'attesa di una telefonata di conforto.

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