La Rai, i tagli negati e il grande male che si chiama politica
ANSA/ANGELO CARCONI
La Rai, i tagli negati e il grande male che si chiama politica
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La Rai, i tagli negati e il grande male che si chiama politica

Il "no" dell'azienda al taglio di 150 milioni chiesto dal Governo conferma un sistema che tutti dicono di voler cambiare ma che tutti vogliono mantenere

Cinque giornalisti (uno per ciascuna testata) e altrettanti operatori di ripresa per seguire Matteo Renzi al G20 di Brisbane. La lista degli sprechi in casa Rai potrebbe iniziare benissimo dall'ultima mega spedizione di inviati in Australia. Una trasferta sicuramente onerosa per le casse dell'azienda alla quale, però, nessuno dei direttori ha voluto rinunciare. Quella che infatti in molti, tra cui l'Usigrai (il sindacato dei giornalisti Rai), si ostinano a chiamare “difesa del servizio pubblico”, per chi paga il canone (o ha deciso di non pagarlo più anche per questo motivo), non è altro che la bandiera dietro la quale nascondere gli sprechi e la conservazione di ingiustificabili privilegi. Ovviamente con il permesso della politica.

Quella politica che infatti ieri, attraverso i suoi rappresentanti nel cda di Viale Mazzini ha deciso, trasversalmente, di fare causa al governo contro il taglio di 150 milioni di euro previsto nel decreto Irpef per finanziare, in parte, il bonus da 80 euro destinato ai lavoratori che guadagnano dai 1.500 euro in giù. Contrari solo Antonio Pilati e Luisa Todini che si è dimessa contro il voto definendolo “inaccettabile e irresponsabile”. La presidente Anna Maria Tarantola si è astenuta mentre il direttore generale Luigi Gubitosi ha espresso dissenso nei confronti della maggioranza del Cda.

Tutti gli altri hanno votato a favore. Da Marco Pinto, il consigliere scelto dal Tesoro all'epoca del governo Monti e che adesso vota contro il governo, a Gherardo Colombo e Benedetta Tobagi, indicati dal Pd di Bersani dopo che l'ex segretario, in epoca di fibrillazioni “anti-casta”, era pilatescamente ricorso al parere di quattro associazioni espressione della cosiddetta “società civile”. Che dire poi dei 5Stelle? Il Movimento di Beppe Grillo non ha membri nel Consiglio ma Roberto Fico presiede la commissione di Vigilanza Rai. Proprio lui, che aveva promesso di aprire il carrozzone di viale Mazzini con l'apriscatola, oggi da una parte esulta per la scelta del Cda espressione dei partiti, dall'altra invoca la liberazione del Cda dai partiti.

Insomma, esiste un fronte maggioritario che, lo ha dimostrato ieri, nulla vuole cedere per il risanamento generale del Paese. Un partito della conservazione di un sistema che tutti, da destra a sinistra, si sgolano a dire di voler cambiare ma che nei fatti si impegnano con tutti i mezzi a mantenere.

La decisione presa ieri, proprio nel giorno del debutto in borsa della controllata RaiWay (la società che gestisce le torri di trasmissione della tv pubblica) il cui titolo ha subito infatti una forte frenata appena sono cominciate a circolare le voci sulla spaccatura nel Cda, non solo rappresenta un pessimo segnale per il mercato, ma soprattutto per la Rai stessa. Oltre che i programmi di scarsa qualità, sono infatti iniziative del genere - un ricorso fatto dalla politica contro tagli legittimi - a incentivare l'evasione dal canone, ad allontanare i cittadini da un'azienda ostinata a rimanere fuori dal percorso di rinnovamento che, anche faticosamente, sta coinvolgendo il resto del Paese. Un'azienda che dovrebbe essere di tutti e che invece dimostra di voler rimanere di pochi. Una Rai poco mamma e molto matrigna.


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