La prova di forza di Kobane
EPA/TOLGA BOZOGLU
La prova di forza di Kobane
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La prova di forza di Kobane

È al centro della disputa tra Washington e Ankara. Con i primi che vogliono aiutare i curdi e i secondi che li temono

Per Lookout news

La Turchia permetterà ai combattenti curdi iracheni di attraversare il confine con la Siria per raggiungere la città siriana di Kobane, cinta d’assedio dai miliziani dello Stato islamico. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu da Ankara, aggiungendo che i difficili colloqui sul tema continuano, ma non ha voluto fornire ulteriori dettagli.

L’annuncio avviene nello stesso giorno in cui il comando americano per il Medio Oriente e l’Asia Centrale ha paracadutato aiuti (gli Hercules C-130 hanno sganciato soprattutto armi e munizioni, ma anche attrezzature mediche e generi di prima necessità) ai curdi siriani che da settimane stanno resistendo all’impressionante accerchiamento posto dagli uomini di Al Baghdadi sulla cittadina siriana. Kobane, si va ripetendo da giorni, è più un simbolo che una città strategica per il fronte siriano, ai fini della guerra. Ma questo concetto vale forse per la coalizione internazionale e non invece per le milizie dello Stato Islamico. Infatti, se dal Pentagono fanno sapere che la sua caduta non è considerata determinante ai fini della continuazione della guerra, per i jihadisti sunniti essa è invece fondamentale.


Kobane è una prova di forza tanto per Washington quanto per Ankara e il Califfato

La conquista di Kobane
La caduta di Kobane permetterebbe allo Stato Islamico di controllare il confine siriano fino ad Aleppo per garantire collegamenti e comunicazioni con le province irachene e gestire con maggior facilità tanto i movimenti delle truppe quanto gli scambi commerciali in tutta la fascia settentrionale del Califfato. Al di qua dalla barricata, invece, il punto è soprattutto politico: gli Stati Uniti - che come noto agiscono sempre d’imperio e senza mediare le proprie decisioni - hanno deciso unilateralmente di rifornire le forze curde con armi e munizioni, senza tenere conto delle preoccupazioni sollevate dalla Turchia, che ritiene i partiti politici curdi del PKK turco e del PYD siriano, da cui discendono le milizie curde, “organizzazioni terroristiche” senza mezzi termini. Dunque, per Ankara è una questione di sicurezza nazionale.

 Il numero uno a Washington, Barack Obama, invece, la vede diversamente e ha preavvertito telefonicamente il presidente turco Recep Tayyip Erdogan dell’intenzione di armare i curdi: “Comprendiamo le preoccupazioni turche, ma lo Stato islamico è un nemico comune” è stato il succo della comunicazione, secondo un portavoce della Casa Bianca. L’Amministrazione Obama, dunque, ha messo l’alleato mediorientale di fronte al fatto compiuto.

La policy turca
Il governo di Ankara ha risposto apparentemente con un assenso, dal momento che poche ore fa ha annunciato di accettare il passaggio delle milizie curde sul proprio territorio, affinché raggiungano Kobane e tentino di scongiurare la sua conquista. Certo, sinora è solo un annuncio e presto scopriremo quanta sostanza si celi dietro le intenzioni turche.

 

Resta il fatto che ventiquattr’ore prima della telefonata di Obama, Erdogan aveva ribadito l’intenzione di non voler armare i curdi, siano essi i Peshmerga o altri combattenti. E quest’affermazione è specchio di una posizione politica turca molto ben definita e di lungo corso, che certo non potrà modificarsi a piacimento degli americani o per esigenze contingenti.

 

Prima di ulteriori decisioni, Ankara guarderà probabilmente ai risultati tangibili di questa decisione cui si è dovuta adeguare obtorto collo. Già, perché secondo il CentCom, il Comando Centrale Americano, nonostante le forze statunitensi dall’inizio di ottobre abbiano condotto più di 135 attacchi aerei contro le postazioni dello Stato Islamico a Kobane, “la città potrebbe ancora cadere”.

 

Le conseguenze della presa di Kobane
Se la strategia americana, che per la prima volta ha deciso di armare i curdi, si rivelerà efficace per respingere l’assedio di Kobane, allora la Turchia dovrà rivedere molte delle posizioni tenute sinora e vincere le resistenze che fino a questo momento le hanno impedito di ingaggiare un conflitto diretto contro gli uomini del Califfato.

 Se, al contrario, Kobane cadrà in mano allo Stato Islamico, Ankara ne trarrà le debite conseguenze. Anche perché, non dimentichiamolo, alla fine della guerra i curdi reclameranno il diritto a costituirsi come Stato e lotteranno per ottenere il riconoscimento del Kurdistan. Questo è un dato di fatto ben noto tanto al governo turco, quanto ai governi siriano, iracheno e iraniano.

 Speriamo che questo sia chiaro anche al governo di Washington, i cui analisti e strateghi militari spesso difettano proprio nell’analizzare le conseguenze di lungo termine di una guerra. Del resto, finché le milizie dello Stato Islamico andranno all’attacco è difficile immaginare una loro sconfitta e una grande ritirata, dal momento che qui stanno investendo molte risorse e, come dimostrano i risultati sul campo, ciò che gli riesce meglio è proprio aggredire e non invece difendere.

 Kobane, insomma, è una prova di forza tanto per Washington quanto per Ankara e il Califfato.

Kobane vista dal confine turco

Gokhan Sahin/Getty Images
Sanriufa, Turchia
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