Pil e Italicum: Renzi ha sempre più bisogno di Berlusconi

I retroscena dell'incontro tra il premier e il leader di Forza Italia, dove si è parlato di legge elettorale ma non solo

Il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, rientra a Palazzo Grazioli al termine dell'incontro con il presidente del Consiglio Matteo Renzi a Palazzo Chigi – Credits: ANSA/ANGELO CARCONI

Paola Sacchi

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Un Silvio Berlusconi più forte e un Matteo Renzi reso più debole da quel dato Istat (meno 0,2 per cento per il Pil) che fa entrare l'Italia in recessione rimandano l'Italicum a settembre.

La situazione è talmente capovolta rispetto a qualche mese fa che, secondo gossip del Transatlantico, farebbe rispondere a Berlusconi così ai tanti parlamentari forzisti che vorrebbero affondare il colpo sul premier: “Calma, trattenetevi, non è il momento”.

Narrano gole profonde forziste che se fosse stato per il Cav, che già ieri aveva ampiamente intuito l'entrata in recessione dell'Italia, l'incontro con il premier si sarebbe dovuto tenere la settimana prossima, proprio per ragionare a bocce ferme del destino della legge elettorale, una volta incassata dal governo la riforma del Senato, grazie al contributo decisivo di Forza Italia. Ma un po' per il pressing di Angelino Alfano, un po' per la evidente necessità di ribadire che la legge elettorale era e rimane quella (salvo marginali e condivise modifiche, come ha sottolineato il capogruppo azzurro al Senato Paolo Romani, del patto del Nazareno) e un po' legittimamente per rimarcare che Forza Italia e il suo leader Berlusconi sono un'opposizione di lotta ma anche di governo, l'incontro si è tenuto. Proprio nel momento di maggiore debolezza del governo Renzi.

E' durato poco più di tre ore, ma a quanto risulta “Matteo” e “Silvio” avrebbero parlato più della disastrosa situazione economica del paese che delle soglie di sbarramento per accedere in parlamento, diventate questione di vita o di morte per il Nuovo Centrodestra di Alfano. Risultato, come si affanna a spiegare Lorenzo Guerini, vicesegretario Pd, ci sarebbe una disponibilità a ragionare sull'abbassamento delle soglie. Meno disponibilità invece da parte da Berlusconi sulle preferenze. Ncd ha addirittura minacciato di far mancare l'apporto decisivo al governo se non verranno accolte le sue richieste. Ma la pistola appare già da ora abbastanza scarica. Per alzare il prezzo, come spiegava l'altra sera Roberto Formigoni a Panorama.it, Ncd ha lanciato la proposta di un primo turno dove si presentano solo le liste e vincerebbe solo chi raggiunge il 40 per cento, poi se questo non accadrebbe si andrebbe a un secondo turno con forze coalizzate.

Per il primo turno ci sarebbe una soglia del 2 per cento, per il secondo del 4. “Chiediamo la luna? Sì, ma per alzare il prezzo che significa ottenere le preferenze”, ha spiegato a Panorama.it a poche ore dal vertice Berlusconi-Renzi, Formigoni. Ecco perché il plenipotenziario renziano Guerini ora deve dire che la riforma elettorale deve essere “la più larga e condivisa”. Necessità di equilibri di governo. Ma, come avrebbe ribadito Berlusconi, accomapganato da Gianni Letta e Denis Verdini, la riforma elettorale e cioè l'Italicum già approvato alla Camera ha due padri: Renzi e Berlusconi. E quelli devono rimanere.

Dal patto del Nazareno non ci si discosta se non per marginali e condivise modifiche. Significa che per le forze minori al massimo la soglia di sbarramento potrà scendere dal 4,5 al 4 per cento, per garantire un processo in cui Forza Italia resta il perno del polo alternativo. Quel polo alternativo di centrodestra che Raffalele Fitto, mister preferenze azzurro alle europee, invoca a maggior ragione alla luce della doccia fredda del dato Istat.

Un dato che cambia il rapporto di forze del patto del Nazareno. Con un Renzi che domani in Senato metterà il sigillo sulla prima lettura (solo a Palazzo Madama) del superamento del bicameralismo perfetto. Ma che ora più ma ha bisogno di Berlusconi.   

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