Craxi, i giorni dell'abbandono quando spediva messaggi nella bottiglia

In occasione dell'uscita del libro «Io parlo e continuerò a parlare» (Mondadori), a cura di Andrea Spiri, la nostra Paola Sacchi ci racconta in presa diretta i giorni degli appunti dall'esilio tunisino dello statista socialista

15 aprile 1986. Il presidente del consiglio, Bettino Craxi, fra Giulio Andreotti e Giovanni Spadolini, riferisce alla Camera – Credits: ANSA

Paola Sacchi

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Forse solo un indovino avrebbe potuto prevederlo con certezza già nel 1997. Bisognava essere Bettino Craxi per scrivere in appunti, come messaggi spediti in una bottiglia nel mare da Hammamet all’Italia, che Gianfranco Fini avrebbe prima o poi tradito Silvio Berlusconi. Il quale sarebbe stato oggetto di «persecuzione giudiziaria».

Bisognava essere il leader che per un decennio dominò e modernizzò l’Italia con un carisma inversamente proporzionale ai voti del suo partito, che toccò quota massima del 14 per cento, per prevedere già da allora che ci sarebbe venuto a governare un consulente di qualche banca americana, parole dietro le quali già si stagliava l’identikit di Mario Monti. Ma la bottiglia con quei messaggi non arrivava in Italia, si arenava quasi sempre nel Mediterraneo. E se arrivava, quegli appunti finivano regolarmente cestinati nelle redazioni dei giornali. Craxi era il diavolo, l’appestato, il male assoluto. Avvicinarsi a lui significava toccare i fili della luce della «falsa rivoluzione» di Mani pulite. Ora, quei messaggi affidati a un bottiglia sono approdati davvero in Italia, per volontà di Stefania Craxi, figlia di «Bettino» e presidente della Fondazione dedicata alla memoria del padre. «Io parlo e continuerò a parlare» (Mondadori), curato dallo storico Andrea Spiri, ci restituisce per intero tutti gli appunti, in parte inediti, dell’esilio tunisino. Craxi li scrisse tutti a mano, con «la biro, come Pietro Nenni», come lui stesso disse alla sottoscritta che per tre estati di seguito andò a trovarlo per un’intervista sulla mancata unità tra Psi e Pci.

-- IL BOOKTRAILER DI Io parlo e continuerò a parlare

Mi parlò a lungo sulla terrazza della Sheraton ma a patto che non scrivessi, perché solo lui avrebbe stabilito i tempi per farla uscire. L’intervista, autorizzata da sua figlia Stefania, è uscita su Panorama.it l’anno scorso (leggila qui ) in occasione del tredicesimo anniversario della sua morte avvenuta il 19 gennaio 2000. Ma, rispettando il patto di non scrivere, ebbi da Craxi il privilegio di poter avvicinare «il diavolo». Ho assistito in presa diretta a una parte dei giorni in cui sono maturati quegli appunti. Era domenica 24 agosto 1997. Terrazza dello Sheraton (detto Sheratòn, con francesismo tunisino), che non sembrava uno Sheraton (elegante, ma sobrio, e niente rubinetti d’oro, semmai perdevano acqua con fastidioso ticchettio notturno e regolare ma quasi mai risolutivo intervento di gentili idraulici tunisini). Capii che Craxi era ancora Craxi quando si presentò. Lo charme dello statista, non bello ma affascinante, una sorta di Al Pacino della politica italiana, si confermò tutto nel rispettoso e affettuoso saluto con il quale accolse, con posa istituzionale, «Monsieur le president» la bella e giovane manager francese della catena Sheraton. Craxi ordinava ogni volta «citronelle» (acqua e limone), la offriva alla sottoscritta. E si intignava per pagare, mentre lo Sheraton voleva offrire. L’aveva sempre vinta lui.

Ogni volta salutava tra i primi il pianista libanese che suonava «Mambo number five», di Lou Bega. E baciava la mano ai reietti della storia, come una signora siciliana, di ceto proletario, diventava tale dopo un’operazione a Casablanca, ma schifata sulla spiaggia dai radical o nazional-chic di casa nostra. «Bettino» lo sapeva e lo faceva apposta ogni volta. E dopo essere stata omaggiata da lui, alla povera neo-signora almeno per qualche giorno veniva assicurato il saluto. Questo era Craxi negli anni dell’esilio.

Con lui gli italiani in vacanza in Tunisia erano doppi. Sulla terrazza dello Sheraton lo omaggiavano e chiedevano autografi e chiedevano come andava la sua salute. Poi però qualcuno di loro il giorno dopo riprendeva a uniformarsi alla nomèa del diavolo. Ma una buona parte di quei turisti si interrogava e non capiva davvero perché quell’uomo, che incuteva rispetto, trasmetteva autorevolezza, carisma e charme, anche con le scarpe da ginnastica tagliate ai lati per via dell’amputazione di una parte delle dita dei piedi, a causa del diabete, fosse stato ridotto a passare i suoi giorni così. Ma «Monsieur le President» non amava compiangersi. Andava dritto al punto.

Prima domanda alla cronista: «Come vanno le cose in Italia?». Non faccio in tempo a rispondere che me lo dice lui: «Bravo, eh, Giuliano Ferrara, uno dei pochi che mi telefona sempre, a presentarsi nel Mugello contro Antonio Di Pietro…Bravo e coraggioso. Purtroppo non vincerà. Di Pietro? Ma quello è un ometto. Lui è il killer per conto di altri (la Cia era tra i sospetti maggiori di Craxi ndr). Romano Prodi? Obbedisce a poteri forti internazionali, che porteranno l’Italia in miseria, perché l’Italia deve diventare un paese terziarizzato, che non conta più nulla…»

Quanto al sistema di finanziamento illecito ai partiti, alla fatidica domanda della cronista sui destinatari delle tangenti del Psi, Craxi non negò la risposta dopo alcuni attimi di suspence: «Ho finanziato Yasser Arafat, i dissidenti sovietici…la bella vita l’hanno fatta altri nel Psi, non io, lo vedi con i tuoi occhi la vita che Anna ed io conduciamo qui….».  Indossava sempre la sahariana dell’esiliato, il massimo del lusso era una bella maglia rosa corallo di cotone con la quale si presentò un giorno allo Sheraton. I turisti italiani: «Presidente, come è elegante oggi!». E lui: «Grazie, sto anche bene, sono dimagrito. Ho smesso di fumare, per una volta ho dato retta al medico e la “santè” va molto meglio». Autografi a non finire. Magari sono gli stessi italiani che ogni giorno ancora oggi  omaggiano la tomba del «latitante» che «latitante» non era. Come scrive Nicolò Amato, ex direttore del Dap (dipartimento dell’amministrazione penitenziaria), ex magistrato di grido, avvocato di Craxi,  nel libro «Bettino Craxi, dunque colpevole», lui lasciò l’Italia il 5 maggio del 1994 con regolare passaporto. Ma il 12 maggio la Procura di Milano gli vietò di lasciare l’Italia, mentre anche i bambini sapevano dove fosse: casa sua, Hammamet, Tunisia. Dice Amato (Nicolò): i magistrati devono applicare le leggi, non scriverne di nuove. Ma, in questo modo, sottolinea l’ex direttore del Dap, scrissero di fatto la legge dell’ordine di rimpatrio che nella nostra legislatura non esiste. C’era, invece, una volta Bettino Craxi. Che continua a parlare.  

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