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Italicum, Mattarella ha firmato. Ecco cosa rischia adesso Renzi

La vittoria sulla nuova legge elettorale potrà complicare la vita al premier

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Il presidente del consiglio Matteo Renzi. – Credits: ANSA/ ANGELO CARCONI

Arrivata oggi la firma, scontata, del presidente Sergio Mattarella sull'Italicum. Un successo indiscutibile targato Renzi-Boschi che prescinde dai contenuti della riforma e che dimostra , ancora una volta, la capacità del premier di saper bene interpretare la voglia di cambiamento che attraversa buona parte dell'opinione pubblica indipendentemente da cosa venga cambiato e come. E che tuttavia non basta a nascondere i rischi ai quali da oggi Matteo Renzi si troverà ancora più esposto.


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"Vietnam" al Senato

Intanto i numeri. La legge elettorale nata da un accordo tra Pd e Forza Italia, noto come Patto del Nazareno, è stata alla fine approvata alla Camera da una maggioranza inferiore a quella finora a disposizione del governo (334 voti su 400). I partiti d'opposizione nemmeno si sono presentati in Aula. Motivo valido per gli avversari del premier per contestarne la legittimità. Nel giro di quattro votazioni (sulle tre questioni di fiducia e nel voto finale a scrutinio segreto) il dissenso interno al Pd è lievitato da 38 ad almeno 55 deputati. Al Senato, dove è in ballo una riforma già molto contestata e dove i numeri a disposizione della maggioranza sono ancora più risicati, Renzi rischia ancora di più. “Io non gli farei passare più nulla” ha sibilato Rosy Bindi ed è possibile che i colleghi senatori cercheranno quanto meno di rendergli le cose il più difficili possibile. A Palazzo Madama i dissidenti dem che non votarono l'Italicum furono 24, sufficienti oggi a mandare sotto il governo.

Le altre riforme

Renzi è convinto, o vuole far credere, che l'approvazione dell'Italicum metterà la quinta alla ripresa economica. Tuttavia sfugge il nesso tra il via libera a una legge elettorale che, al netto di un possibile decreto che ne anticipi l'entrata in vigore, sarà utilizzabile solo dal 1 luglio 2016 e il rilancio della nostra economia. Ad oggi i segnali non sono positivi. Le stime sulla crescita registrano un misero +0,7% e proprio ieri in borsa si è registrata una giornata nera con Milano che ha chiuso a meno 2,76 per cento. Per non parlare dei dati sulla disoccupazione che a marzo è salita al 13% dal 12,7 del mese precedente (al 43,1 quella giovanile contro il 42,8 di febbraio). Il vero scoglio per Renzi è infatti proprio la ripresa. Le riforme economiche arrancano. Quella della Pubblica amministrazione si è impantanata. In ballo ci sono ancora la riforma della Rai e il ddl sulla scuola contro cui ieri migliaia di insegnanti, genitori e studenti hanno scioperato. Approvato l'Italicum, il governo Renzi saprà dimostrare altrettanta velocità e determinazione anche su questi fronti?

Un congresso permanente

I nemici che si è fatto in casa minacciano di renderglielo il più complicato possibile. Molti di loro, da Pier Luigi Bersani a Roberto Speranza (candidato a diventare l'anti-Renzi a patto, e non è affatto detto, che gli altri gli riconoscano il ruolo), non hanno alcuna intenzione di mollargli la “Ditta”. L'intenzione è quella di combattere fino in fondo una battaglia “per far sentire nel Paese una voce diversa da quella di Renzi”. Anche se l'idea di trasformare le aule parlamentari nella sede di un congresso permanente per costringere Renzi a scendere a patti su ogni questione possibile, potrebbe rivelarsi un nuovo boomerang. Soprattutto alla luce delle divisioni che continuano ad attraversare la minoranza dem. Se Civati sogna infatti di farsi un partito suo, per Speranza una scissione significherebbe il suicidio politico visto che “questa nuova legge elettorale non lascia molti spazi a sinistra”.

Le difficoltà a livello locale

Il vero problema Renzi non ce l'ha infatti in Parlamento, bensì nei territori dove le vicende delle settimane scorse legate alle prossime elezioni regionali hanno dimostrato che il premier-segretario fatica a controllare il suo partito a livello locale e a esprimere candidature che non risultino indigeste. Come in Liguria dove, dopo le primarie, il Pd si è letteralmente disintegrato e dove molti non voteranno la candidata renziana, Raffaella Paita, preferendolel'ex Luca Pastorino. In altre regioni il candidato ufficiale non è nemmeno un fedelissimo del segretario. Così in Campania, dove Vincenzo De Luca è stato a rischio sostituzione fino all'ultimo momento; in Puglia, dove Michele Emiliano non può certo essere considerato espressione della classe dirigente renziana; idem in Umbria con Katiuscia Marini, nel Veneto e nelle Marche degli ex bersaniani Moretti e Ceriscioli e in Toscana, dove Enrico Rossi non si è nemmeno mai convertito.

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