Politica

Renzi: i nodi da sciogliere su Referendum e Italicum

Nervi tesi a Palazzo Chigi. Dove il premier affina la strategia politica per il prossimo futuro. Suo e del Paese

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Claudia Daconto

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Dalle parti di Palazzo Chigi pare tiri una brutta aria. Nervi a fior di pelle, tensione alle stelle. Quasi tutti sono contro quasi tutti gli altri. Litigano pure i renziani del giglio magico. Sulla data del referendum: c'è chi vorrebbe rinviarlo chi no. Sul modo di comunicarlo: spersonalizzando la sfida oppure no. Chi vorrebbe le dimissioni di Renzi in caso di sconfitta, chi invece pensa che dovrebbe comunque restare al suo posto.

La batosta delle amministrative, come era prevedibile, ha lasciato il segno e la direzione nazionale di lunedì si annuncia ancora più tesa del previsto. Cosa abbia in mente il diretto interessato, accusato e accusatore allo stesso tempo, è difficile da stabilire. Anche perché il premier non disdegna affatto i colpi di scena, le trovate a effetto, le inversioni di marcia improvvise e spiazzanti. Va però tenuto in considerazione anche il carattere dell'uomo, la sua cifra politica ma anche umana.

Per questo ipotizzare per esempio che Matteo Renzi possa davvero smettere da un momento all'altro di mettere in gioco tutto se stesso nella battaglia referendaria appare un mero esercizio d'immaginazione.

Referendum costituzionale

Dopo le amministrative la strada verso la prova referendaria di ottobre si era messa pericolosamente in salita. E ovviamente ancora lo è. Tuttavia l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione europea - ma anche il responso delle urne spagnole - potrebbe rendere le cose un po' più semplici per il premier. Se prima della Brexit Renzi sembrava intenzionato a fare più leva sulla volontà di cambiamento che i cittadini avevano espresso con forza votando in massa per il M5s, adesso la paura dell'ignoto, del salto nel buio come quello compiuto dagli inglesi, fa tornare in auge il tema della stabilità.

Alle Europee del 2014 il Pd di Renzi ottenne oltre il 40%, e fu partito più votato tra tutti quelli che compongono oggi il Parlamento di Bruxelles, non solo grazie agli 80 euro ma perché fu percepito come l'unica forza in grado di opporsi a un clima di forte euroscetticismo incarnato in Italia dai vari Salvini e Grillo. 

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Come allora, anche oggi il premier vuole riuscire a convincere gli italiani, ma anche gli altri capi di governo europei, di essere l'unico leader in grado di disinnescare le mine antisistema, arginare i populismi, le spinte centrifughe, l'instabilità finanziaria. L'unico a poter dare al Paese una riforma, quella elettorale, che assicura governabilità – e quindi stabilità - e un'altra, quella costituzionale, che consentirà al Parlamento di legiferare più velocemente e più efficacemente riducendo allo stesso tempo anche i costi.

Questione data: il referendum slitterà al massimo di qualche settimana, a fine ottobre, e non di alcuni mesi come qualcuno, anche molto vicino al premier, ha suggerito. Questione dimissioni: dovesse perdere, Renzi si dimetterà. Non c'è infatti alcun motivo per cui non dovrebbe farlo. Se non decidere di subire volontariamente, fino alle prossime elezioni, un lento e mortale logoramento. 

Italicum

Anche i rumors circolati in questi giorni di una eventuale disponibilità del premier a riaprire la partita sull'Italicum non sembrano essere così fondati. Le pressioni in questo senso sono molte e forti. Arrivano da dentro il Pd e da fuori.

Minoranza dem, centristi e centrodestra chiedono che l'enorme premio di maggioranza (340 seggi a chi ottiene il 40% al primo turno o vince il ballottaggio) sia assegnato alla coalizione e non alla lista. Anche perché, in un sistema tripolare come quello presente in Italia, il rischio sarebbe quello di assegnare una maggioranza schiacciante in Parlamento a una forza sola che magari non lo sarebbe affatto nel Paese. Senza contare che, alla luce dei risultati delle amministrative, il partito maggiormente accreditato ad ottenerle sarebbe il M5S che infatti si dichiara ogni giorno assolutamente contrario a ogni possibile modifica alla legge elettorale.

Renzi, da parte sua, insiste nel dire che non si cambiano le regole del gioco solo perché un'altra squadra ha vinto il campionato locale. Inoltre l'eventuale premio alla coalizione favorirebbe soprattutto il centrodestra che mira a ricompattarsi proprio in vista delle politiche. Perché Renzi dovrebbe permetterlo - anche se uno spiraglio di dialogo in questo senso con Forza Italia si è sicuramente aperto - dal momento che è convinto che, più che il M5S, saranno le destre moderate il vero avversario da battere? E tuttavia, nonostante queste resistenze, alla fine potrebbe essere la stessa Consulta, il cui parere è atteso per il 4 ottobre, a bocciare alcune parti dell'Italicum costringendo il Parlamento ad apportare comunque delle modifiche.

Correnti interne

In questo contesto così complesso si inseriscono anche le mai sopite lotte di potere interne al Pd. Matteo Renzi deve vedersela non solo con la minoranza dei soliti Bersani e D'Alema (l'ex premier non fa che ripetere che il premier dovrebbe fare al più presto le valigie).

Ad alzare la testa sono infatti anche le correnti di maggioranza. I cosiddetti “giovani turchi” di Matteo Orfini e Andrea Orlando (“Rifare l'Italia” il nome che si sono dati), nonostante le pesanti batoste romana e napoletana, sono in movimento soprattutto in vista del congresso. Il più attivo è però Dario Franceschini, ministro della Cultura che due anni fa dichiarò di aver sciolto la sua corrente. 

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Il presidente del Consiglio Matteo Renzi (d) e il ministro dei Beni e delle Attivita' Culturali Dario Franceschini. – Credits: ANSA/ALESSANDRO DI MEO

AreaDem è rimasta tuttavia viva e vegeta, tanto che a Roma Franceschini è riuscito a far eleggere la moglie, Michela Di Biase, neo capogruppo Pd in consiglio comunale, con una caterva di voti. Gli amanti del gossip politico malignano che dietro le frequenti apparizioni del ministro in Transatlantico, ma anche nei ritrovi romani del potere (bar e ristoranti del centro), ci sia un piano contro il premier finalizzato a prenderne il posto in caso di sconfitta al referendum di ottobre.

Magari non subito. Franceschini smentisce con sdegno ma c'è un precedente che lo stesso Renzi tiene sempre a mente. Quando premier era Enrico Letta, l'attuale ministro della Cultura aspettò che l'allora capo del governo fosse cotto a puntino prima di abbandonarlo al suo destino e issarsi sul carro del nuovo vincitore. Un'altra buona ragione per non dar retta a quelli, come lo stesso Franceschini, che lo invitano a non dimettersi se perde il referendum.

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