Renzi-D'Alema e la storia del dissenso a sinistra

Dalle furibondi liti tra Togliatti e Secchia, alla spaccatura verificatasi prima della rielezione di Napolitano fino all'ultimo scontro sull'articolo 18

RENZI-D'ALEMA, C'ERAVAMO TANTO ODIATI ORA NON PIU'

Massimo D'Alema e Matteo Renzi. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Sabino Labia

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Quello che è avvenuto negli ultimi giorni all’interno del PD, con lo scontro finale durante la direzione del partito tra Renzi e la vecchia guardia guidata da Massimo D'Alema, ha resuscitato in molti il fantasma del dissenso a sinistra.


Sull'articolo 18 torna lo psicodramma Pd


La storia del Partito Comunista, non è mai stata unitaria così come raccontata nella memorialistica ufficiale, anzi. Dal 1948 al 1989, fino alla caduta del Muro di Berlino e alla conseguente svolta della Bolognina, i motivi di dissenso al suo interno ci sono sempre stati ma, soprattutto, sono stati violenti e senza esclusione di colpi, tanto da risolversi poi con defenestrazioni, epurazioni o isolamenti per chi osava esprimere un’opinione diversa dal pensiero unico.

La vicenda de Il Manifesto è quella passata alla storia come la più drammatica, ma ce ne sono state altre che hanno prodotto lacerazioni interne spesso insanabili.

Il primo grande dissenso che si ricordi risale al 1951 quando Stalin chiese a Togliatti di trasferirsi a Praga per guidare il Cominform (l’organizzazione internazionale dei partiti comunisti). La Direzione comunista votò a favore del trasferimento. Arturo Colombi e Pietro Secchia si recarono a Mosca e vennero accolti da Togliatti con queste parole: “Siete dei figli di puttana, volete farmi fuori, credete che non l’abbia capito? Ma ficcatevelo bene in testa, io torno in Italia”. Passano due anni e si consuma lo strappo definitivo tra Secchia e Togliatti. Un gruppo di comunisti di Prato invia una lettera alla direzione per chiedere se, come a Mosca anche in Italia, esista “un culto della personalità” all’interno del partito. Secondo la Direzione Centrale dietro gli autori della lettera si celerebbe proprio la figura di Secchia che verrà definitivamente isolato.

Il 1956 fu l’anno del “Rapporto Kruscev” sulle purghe staliniane e dell’invasione in Ungheria. Giuseppe Di Vittorio, per la sua posizione contraria, verrà sottoposto a un umiliante processo interno conclusosi con il sindacalista in lacrime e costretto a rilasciare all’Ansa una dichiarazione di piena sudditanza a Togliatti. Il poeta e scrittore Fabrizio Onofri, dopo aver denunciato il processo di "degenerazione, burocratizzazione e opportunismo di fatto" del Comitato centrale del partito, verrà addirittura espulso e come conseguenza si registrerà la fuoriuscita di Antonio Giolitti e di un cospicuo gruppo di intellettuali. Il 7 agosto 1957, lo scrittore Italo Calvino si dimetterà dal partito inviando una dura lettera pubblicata su l’Unità: “Cari compagni, devo comunicarvi la mia decisione ponderata e dolorosa di dimettermi dal Partito. Ho rinnovato la tessera manifestando un dissenso. Insieme a molti compagni, avevo auspicato che il Partito Comunista Italiano si mettesse alla testa del rinnovamento internazionale del comunismo, condannando metodi di esercizio del potere rivelatisi fallimentari e antipopolari”.

Giorgio Amendola e Pietro Ingrao vivranno negli anni Sessanta e Settanta la medesima sorte per aver osato avanzare qualche dubbio sulla visione del “partito unico”, in polemica con il Migliore. Entrambi dopo anni di purgatorio verranno ricompensati, il primo con un’inutile candidatura di bandiera al Quirinale nel 1978 e il secondo con l’elezione alla Presidenza della Camera nel 1976.

Al XII congresso del PCI, nel 1969, nasce la polemica del gruppo de Il Manifesto. Rossana Rossanda, dalla tribuna, accusa i vertici del partito per il colpevole silenzio sull’invasione della Cecoslovacchia. Tutto si risolverà con l’epurazione da parte del Tribunale dell’Inquisizione comunista, nel novembre dello stesso anno, di Rossana Rossanda, Luigi Pintor, Lucio Magri, Aldo Natoli, Massimo Caprara e altri.

Con la proposta di compromesso storico, avanzata da Enrico Berlinguer, si registra l’ultima vera diaspora interna. All’interno del partito l’idea non viene accolta nel migliore dei modi perchè il segretario, in carica da pochi mesi, non era passato prima per i massimi organismi dirigenti. Sia al Comitato centrale che al XIV Congresso nessun leader del partito spenderà una parola per quella formula. Tutto rientrerà, però, perché di lì a qualche giorno le elezioni obbligheranno tutti a un ricompattamento.

Nel 1977 Leonardo Sciascia, uno dei tanti intellettuali usciti dal partito, dichiarerà: “C’è una classe dirigente che non muta e che non muterà se non suicidandosi. Non voglio per nulla distorglierla da questo proposito”.

Morto il Pci (diventato poi Pds/Ds/Pd), cambiano i nomi ma il dissenso rimane. Siamo nel 2002 e un'altra fotografia impressa nell'immaginario collettivo è quella del palco di Piazza Navona con Nanni Moretti che urlava "Con questi dirigenti non vinceremo mai, non sanno più parlare al cuore, alla testa e all'anima delle persone".

E siamo alle drammatiche ore che precedono la rielezione a Presidente della Repubblica di Giorgio Napolitano nel 2013. Pier Luigi Bersani tra lo stupore generale, del partito e della base, impone prima Franco Marini come candidato ufficiale come conseguenza di un accordo con Forza Italia e, successivamente, dopo l'ennesima resa dei conti al Teatro Capranica, decide di buttare allo sbaraglio il nome di Romano Prodi senza passare per il tradizionale ballottaggio, che in questo caso era proprio con Massimo D'Alema.

Ora D'Alema e Bersani tornano ad allearsi per sfidare il segretario e Presidente del Consiglio, Matteo Renzi il rottamatore, sulla questione dell'Art. 18 ma che altro non è se non l'ennesima resa dei conti all'interno della sinistra.



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