Tutti contro Renzi. O quasi

Il Pd ed il difficile rapporto con il suo "rottamatore"

Matteo Renzi e Massimo D'Alema (Credits: Ansa)

Claudia Daconto

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C'è un gioco, all'interno del Pd, che ormai da molti mesi va per la maggiore: quello del tiro al piccione. Allo stesso piccione di sempre, tra l'altro. Che di farsi da parte per evitare l'impallinamento, non ci pensa proprio. E più gli altri si affannano per farlo fuori in qualche modo, più lui resiste e anzi rilancia. Ora come ai tempi della battaglia per la premiership del centrosinistra.

Matteo Renzi vuole prendersi il Pd. Ma il Pd non vuole prendersi lui e pur di non lasciare il partito in mano all'ex rottamatore (cui al massimo si riconosce di essere “una grande risorsa” anche se non si sa bene per chi e per fare cosa), i capi-corrente sono arrivati a stringere insospettabili e, a volte, improbabili alleanze in vista del congresso del prossimo autunno.

Temono, i vari Dario Franceschini, Enrico Letta e Pier Luigi Bersani, che se a guidare la segreteria fosse davvero il sindaco di Firenze, il governo delle larghe intese avrebbe le ore contate.

All'incontro organizzato ieri al Nazareno dal correntone democratico e intitolato “Fare il Pd”, c'erano tutti per esempio. Tranne Walter Veltroni e, ovviamente, Matteo Renzi. Per caso ci sono capitati due dei suoi, D'Arrigo e Paganelli, ma uno cercava la sua borsa, l'altro il bagno e si sono defilati entrambi in gran fretta.

C'era pure Massimo D'Alema. Fino a qualche tempo fa tra l'ex premier e il piccione sembrava scoppiato l'amore. Poi si è rotto qualcosa e la strana coppia è scoppiata. Con lancio annesso di piatti e bicchieri. D'Alema oggi accusa Renzi di mettersi a piagnucolare sulle regole ogni volta che vorrebbe cambiarle a suo uso e consumo, di voler usare il Pd come un taxi per Palazzo Chigi e di fare la vittima mentre nessuno intende far fronte contro di lui. Renzi ribatte che certo non aspetta il permesso di D'Alema per decidere di candidarsi.

Ma perché tanta velenosità da parte di Baffino? I ben informati raccontano di un presunto patto tradito. All'indomani delle elezioni, dopo mesi passati a insultarsi nemmeno tanto cordialmente, i due, infatti, si sarebbero riavvicinati sulla base di un accordo: Renzi avrebbe garantito al rottamato D'Alema di voler fare solo finta di puntare alla segreteria del partito (per cui invece avrebbe appoggiato un dalemiano) e che il suo unico vero obbiettivo sarebbe stato quello, piuttosto, di sondare il suo consenso all'interno del Pd e quindi accompagnare il centrosinistra verso nuove elezioni con lui candidato premier.

D'Alema ci avrebbe creduto al punto di rilasciare anche diverse interviste in cui indicava il giovane sindaco come leader con più chance di successo nel futuro.

Poi però le cose sarebbero cambiate. Renzi deve aver annusato l'aria e capito che nel Pd non c'era alcuna voglia di accelerare la caduta del governo Letta e quindi una sua possibile premiership. Ecco allora che da mossa fatta sola per sparigliare i giochi, quella della candidatura alla segreteria è diventata altro. A patto, sempre, che le regole cambiassero un'altra volta. E di nuovo a suo vantaggio. L'anno scorso, per candidarsi alle primarie, aveva ottenuto da Bersani la deroga all'articolo dello Statuto che prevedeva che il segretario fosse automaticamente anche il candidato premier; oggi vorrebbe che fosse ristabilita quella regola perché ci mancherebbe che, con lui eventuale segretario, qualcun altro finisse a Palazzo Chigi al posto suo.

Da qui l'ira funesta di Baffino e il suo riavvicinamento al correntone anti-Renzi. Che però, a differenza, di qualche tempo fa, può contare sull'appoggio di almeno un paio di suoi ex detrattori: il leader di Sel Nichi Vendola e il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari. Diventati, nemmeno troppo a sorpresa, membri della lega per la difesa del piccione.

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