Politica

Pinotti: "Basta scontri nel Pd a suon di veline"

Le riflessioni dell'ex ministro della Difesa riflette sulla pazza crisi di Governo e sullo scontro all'interno del suo partito

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Luca Telese

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Senatrice Pinotti, buongiorno, solo lei può spiegarci cosa sta accadendo.

(Sospiro). Lei è fortunato. Credo che difficilmente troverà qualcun altro disposto a parlarle in giorni così concitati.

Confido nella sua generosità.

(Sorride). Stia attento: sono generosa, ma non matta.

Cosa ne pensa della vicenda dell’audio in cui Matteo Renzi accusa Paolo Gentiloni di aver provato a far saltare l’accordo con i Cinque Stelle?

Mi dispiace, Gentiloni non merita tutto questo.

Perché?

Perché il confronto politico anche quando è aspro andrebbe fatto sui contenuti, non a mezzo di presunte veline giornalistiche.

Parla Roberta Pinotti, ex ministro della Difesa, esponente di AreaDem, la componente di Dario Franceschini, il leader del Pd più favorevole, da oltre un anno, all’accordo con il M5s. Sull’ennesimo episodio che divide il Pd, con Renzi che accusa Gentiloni, però non si sbilancia più di tanto. Le tensioni interne al partito ormai sono esplose. Genovese, ex scout, viene da lontano, è un’insegnante di italiano ma ha sedotto gli stati maggiori, è uno dei nomi che da quattro segreterie continua a essere sempre influente nelle scelte del Pd. Soprattutto in questo passaggio di svolta.

Senatrice, ci risponda almeno alle due domande di queste ore. Bisogna andare al voto o fare un governo? Cosa deve fare il Pd?

Guardi, la settimana scorsa si è tenuta una direzione del nostro partito da cui siamo usciti soddisfatti e unanimi.

Tutto è ripartito da lì.

Voto unanime sul mandato al segretario. Non accadeva da sei anni.

Il punto su cui ci siamo trovati concordi non è un dettaglio, ma il modo in cui abbiamo immaginato che si possa uscire dalla crisi.

Ed era un’unanimità sincera, non di facciata, secondo lei?

Io credo di sì. Abbiamo indicato cinque temi - il riconoscimento dei valori dell’Europa, il riconoscimento della democrazia rappresentativa, la sostenibilità ambientale, una svolta sui temi dell’immigrazione, una svolta sui temi economici - su cui inaugurare quello che Zingaretti ha definito «un governo di svolta». È il fatto politico più importante.

Giovedì scorso su questi temi, sui dieci punti posti dai Cinque Stelle all’uscita dalle consultazioni, e su altre tre condizioni poste da voi, si è ballato a lungo tra il si e il no: pareva che la trattativa non partisse per la reciproca sfiducia.

(Sospiro). Lo considero normale, questa

è anche una guerra di posizione, di resistenza, di rapporti di forza.

Poi Mattarella ha concesso i famosi cinque giorni di proroga ai partiti

e la trattativa si è sbloccata.

Io qui non parlo di nomi, ma della prima condizione politica che vale per noi e per tutti: se non c’è una reale possibilità di intesa, l’unica strada resta il voto.

E se invece la trattativa, malgrado queste difficoltà, continuasse?

In questo momento, anche rispetto allo scenario internazionale, c’è un punto di svolta possibile, in particolare ora che si sta componendo la nuova Commissione Europea.

Cosa intende dire?

Il senso ultimo di questa scelta è: vogliamo essere pronti per cogliere questa opportunità? Qui il problema

non sono i pur legittimi interessi di bottega e di parte, ma la collocazione internazionale dell’Italia, la centralità europea e l’interesse nazionale. Oltre alla necessità della manovra che Salvini voleva evitare, ma che va fatta.

Ci crede davvero o sono formule retoriche?

Scherza? Siamo già ad agosto: entro metà ottobre bisogna presentare il Def, il documento di programmazione economica, scongiurare l’aumento dell’Iva: avere un governo vacante e una campagna elettorale in corso non è di sicuro utile in un momento così. O no?

Perché?

Senza una manovra di stabilità che reperisca per cominciare 23 miliardi di euro, scatta l’aumento automatico dell’Iva. Sarebbe un danno per tutti.

I vostri punti sono reali o sono una base contrattuale?

In che senso?

Non è che chiedete dieci per ottenere cinque?

Guardi, no, non stiamo scherzando. Per noi - per esempio - riorganizzare le politiche dell’immigrazione sui criteri di legalità, solidarietà sicurezza è un tema importante.

Non è un punto che sembra molto popolare, in questo momento.

Il Tar è intervenuto per disporre con una sua ordinanza lo sbarco dalla Open arms. La situazione umanitaria a bordo era diventata esplosiva. Il braccio di ferro messo in atto da Salvini è avvenuto sulla vita di donne e di uomini e ha posto problemi di ogni tipo. Per noi va cambiato il paradigma culturale, va mutato il segno di queste prassi di inutili crudeltà.

Perché secondo lei non è legittima la posizione che dice: «Il governo gialloverde è finito, adesso voto subito»?

È legittima ma è la posizione della destra, quella espressa nelle consultazioni da Giorgia Meloni e, poi, da Salvini.

E lei pensa che sia sbagliata?

Sinceramente sì. Mi pare che si finisca sempre per leggere la Costituzione, e gli obblighi che ci impone, con gli occhiali che ci servono per un tornaconto politico.

Mi spiega perché, secondo lei ?

Ho ascoltato Giorgia Meloni, per esempio, ripetere che le elezioni europee disegnavano una mappa del consenso completamente diversa rispetto alle politiche.

E questo non è vero?

Certo. Ma quando i cittadini votano per

il Parlamento lo eleggono perché duri cinque anni. Altrimenti, in linea teorica,

a ogni voto amministrativo che muta

il rapporto di forza si dovrebbe tornare

a votare. E non è così!

La caduta del governo gialloverde, però, segna la fine di una fase. O no?

Sì, ma non di una legislatura. Ricordo a tutti che anche il governo tra Lega e M5s non era affatto un esito naturale. Anzi:

la nascita di quell’accordo, a ben vedere, tradiva il patto del centrodestra.

Rispetto a chi?

Rispetto al vincolo contratto davanti agli elettori. Le ricordo che Forza Italia, la Lega e la Meloni, infatti, si erano presentati uniti nei collegi per un’altra maggioranza rispetto a quella del governo Conte.

Questo non lo ha osservato nessuno. 

Tuttavia è molto importante. Se c’è stato un ribaltone rispetto alla volontà popolare è stato quello che si è verificato all’inizio di questa legislatura, quando il centrodestra si è rotto. Adesso, dunque, Salvini non può parlare di illegittimità.

Ed è solo una questione formale?

Nooo! È un tema di sostanza. Prima si sono presentati uniti con il centrodestra. E poi si sono divisi e hanno governato con i Cinque Stelle. Noi abbiamo preso i nostri voti e - sul piano dei principi - abbiamo le carte in regola per costruire qualsiasi alleanza.

È sicura?

Non solo. Si sono uniti dopo essersi contrastati duramente, così come abbiamo fatto noi, per tutta la campagna elettorale. Gli elettori non immaginavano il governo del cambiamento quando hanno votato. Se era legittimo quel governo, anche un altro lo è.

Quindi cosa rende legittima una maggioranza in questo momento?

Se c’è la possibilità di fare un governo o no, lo si può decidere solo in Parlamento: lo ha ricordato anche il presidente Mattarella. E solo se c’è una maggioranza in questo Parlamento. Altri vincoli non ce ne sono.

Ma il Parlamento misura i rapporti di forza del marzo 2018.

Quando i cittadini hanno votato sapevano di eleggere una rappresentanza che sarebbe durata per cinque anni.

Mi dica, sinceramente, un elemento che può favorire l’intesa.

Io penso che l’elemento che potrebbe giocare a favore oggi è guardare l’interesse del paese. Se lo si mette al centro della discussione è più facile trovare punti di incontro.

E sia sempre sincera: mi dica un elemento che invece gioca a sfavore.

Se il M5S parte dall’idea della democrazia diretta sostituendola a quella della democrazia rappresentativa. Per fortuna - voglio dirlo - il discorso di Conte era tutto centrato sul ruolo del Parlamento, sul rispetto delle istituzioni e sulla necessità della democrazia rappresentativa.

Lei è una delle poche esponenti di opposizione che si è complimentata con Conte per il suo discorso delle dimissioni.

Mi sono sentita di dirgli che ho apprezzato alcuni passaggi del suo intervento. Anche tra avversari ci può essere riconoscimento di dignità e di rispetto. La penso così, da sempre.

Che cosa le è piaciuto?

Ho trovato che sia stato molto coraggioso nelle cose che ha detto a Salvini.

Per esempio? 

Ha fatto bene a ricordare che sul «Russiagate» lui era venuto a riferire in Parlamento e Salvini no. Un ministro dell’Interno non può permettersi opacità su questioni così importanti.

E poi?

Mi è piaciuta la difesa appassionata della democrazia parlamentare. Ovviamente non condivido la rivendicazione orgogliosa dei 14 mesi di governo...

Fermiamo per un attimo il ragionamento sulla politica e ricostruiamo - come sempre in queste interviste - la sua storia.

Sono figlia di una famiglia umile, e ne sono orgogliosa.

Cosa faceva suo padre?

Era un operaio dell’Enel. Lavorava in squadra, con un mezzo articolato. Saliva  sull’autoscala a cambiare le lampadine e a eseguire interventi di manutenzione.

Per un bambino una professione su cui fantasticare.

Era assegnato a Genova, alla zona della val Polcevera. Lavorava in coppia. Quel camion con scala mi sembrava un mezzo bellissimo, potentissimo, ero orgogliosa di lui.

E che cosa ricorda?

Non ci sono salita mai. Ma mi piaceva moltissimo quando la scala si allungava.

Che tipo era suo padre?

Un uomo allegro, positivo, sorridente. Ha presente quello che fa partire l’applauso per primo ai matrimoni e grida «Viva gli sposi!»? Ecco, lui.

E sua madre?

Veniva da una famiglia di mezzadri. Quando aveva 17 anni i suoi si spostarono dal Piemonte a Genova per vendere il vino che producevano. E ci rimasero.

Perché?

Per bisogno di emanciparsi. Quando ero bambina lei mi raccontava di non sopportare i soprusi. Quando i proprietari del terreno le dicevano, «Lava i piatti!» lei si ribellava, perché non era un compito dovuto, e rispondeva «Non sono la vostra serva».

Mezzadri che diventavano ceto medio?

Mi sembra esagerato, che diventano commercianti, sì, ma con molta fatica, partendo dal basso. Dalla vendita del vino passano ad aprire una trattoria.

Come si chiamava? 

«Veggi», il cognome della famiglia di mia mamma. Io ero bambina e facevo i caffè alle macchinetta, quella con lo stantuffo. Che ogni tanto mi sfuggiva, finendomi in faccia.

Era solo un gioco o ci lavorava?

Scherza? Si dava una mano. Ho servito ai tavoli e aiutato in cucina. Una volta, ricordo che rovesciai persino un piatto di minestrone su un cliente.

Addirittura?

Mi bruciavano le mani, ma più di tutto soffrivo per la vergogna. Mi chiusi in bagno e non riuscii a trattenere le lacrime per la rabbia e l’umiliazione. 

Viveva in trattoria...

No, ma ci passavo molto tempo. La mattina, durante le vacanze estive, pulivamo cassette di fagiolini, con i miei cugini. Ne ho puliti così tanti che da adulta non li posso più vedere.

E poi?

Facevo i compiti in trattoria rubando la luce dal bar. Lì restava accesa, mentre il resto del locale era al buio quando la cucina non era utilizzata.

E che è accaduto, ancora?

Dopo molti anni di lavoro i miei hanno ceduto l’attività.

Vivendo di rendita?

Magari. Però sono riusciti a comprarsi la casa. Mia mamma poi è morta quando avevo 26 anni, e mio padre nel 2007, quando ero presidente della Commissione difesa.

Era giovane.

È morto nel sonno, a settant’anni. Ha sciato fino al giorno prima. È venuto alla prima seduta parlamentare per vedermi eletta.

Si parlava di politica a casa?

Non molto. Mio padre era di sinistra, iscritto al sindacato. Per un breve periodo era stato iscritto ai giovani comunisti nel Dopoguerra. Ma non ha mai fatto politica.

E sua madre?

Era molto cattolica, molto credente, molto riservata. Pensi che mi ripeteva:«Il voto è segreto, non si dice!».

E cosa votava?

Non ho mai capito che cosa votasse: se Dc, da buona parrocchiana, come ipotizzavo io, o Psi, come suo padre.

Lei fa il liceo.

Lo scientifico, a Sampierdarena.

Secchiona, come nella vita politica.

Ero molto brava, e ci tenevo. Pensi che alla maturità ho preso 56. E fu un dolore per me che volevo il 60!

Addirittura. E perché?

Il problema di matematica della maturità conteneva un errore nella traccia. Si chiedeva di calcolare le due aree di intersezione tra una circonferenza e una parabola. E a me ne venivano tre!

Perché quello era l’errore. Ma davvero si ricorda questo dettaglio sulla maturità 1979-1980?

Ero molto arrabbiata, gliel’ho detto: persi molto tempo a rifare il sistema per colpa di quell’errore nel testo e se non me lo sono ancora scordato un motivo ci sarà.

Quale?

Era importante. Per me l’istruzione era ciò che avrebbe potuto farmi fare il salto di condizione sociale.

Lei voleva fare la professoressa e c’è riuscita.

Ho fatto Lettere perché credevo

nell’idea che la scuola fosse un modo per migliorare la società. Le materie letterarie mi parevano un veicolo più adatto per trasmettere valori.

Aveva iniziato a fare politica.

Sì, a scuola. Ero impegnata in un collettivo studentesco.

Ed era anche una scout.

Per me è stato il mio romanzo di formazione. Molto di quello che sono lo devo all’Agesci.

Addirittura.

Ho passato tutta la mia giovinezza nel gruppo scout, partendo da «coccinella» fino a diventare «capo» per molti anni.

Mi dica una cosa che poi le è stata utile.

L’esperienza di educatore dell’Agesci.

Perché?

Quell’impostazione ti aiuta a leggere l’ambiente in cui ti trovi, fare l’inventario delle forze positive, dei gruppi, dei talenti... Questa abitudine a costruire in automatico un progetto educativo è stata una scuola fondamentale per me.

Dunque, lei voleva insegnare.

Sì, storia e italiano. Mi sono laureata con tre esami su Montale. E all’università avevo fatto anche una piccola scoperta con un collega.

Ovvero?

Un dettaglio. In un racconto di una raccolta di prose della Farfalla di Dinard, Montale scriveva che l’abate Buganza, in una determinata settimana, non aveva vinto i cruciverba dell’Almanacco delle famiglie, come invece avveniva regolarmente. Il protagonista del racconto aveva pensato che quello fosse il segnale per poter cambiare vita. Ma era stato solo un errore redazionale, corretto con le scuse all’Abate la settimana successiva. Il protagonista ripiombò nello sconforto.

Era una metafora.

No, così si credeva: noi eravamo andati a consultare  la raccolta dell’Almanacco delle famiglie del 1924.

Due matti.

Gliel’ho detto, secchiona. E abbiamo scoperto che effettivamente, in una nota,  si diceva che «per errore» ci si era dimenticati di citare l’abate Buganza tra i vincitori.

Quindi Montale non aveva inventato nulla!

Esatto. Era un dettaglio, ma rivelava la sua attenzione e il suo metodo di lavoro. Pensavamo di aver scoperto l’America!

Però lei si laurea su Alfieri.

Sì: un confronto tra la Mirra di Alfieri e la Fedra di Racine. Ho preso 110 e lode.

Perché era una secchiona, ho capito.

(Ride). Non sia insolente. Alla fine della maturità il mio professore di matematica era molto arrabbiato perché avevo scelto lettere. E mi diceva: «Lettere e cartoline!».

Che voleva dire?

Che non avrei lavorato mai.

Invece?

A 22 anni mi chiamano in cattedra e divento sua collega, nella stessa scuola dove avevo studiato.

Divertente.

Sembravo ancora una ragazzina. Uno dei primi giorni il bidello mi urla in corridoio: «Torna subito in classe!».

E il professore di matematica?

Gli dico con un sorriso: «Lettere e cartoline», ma ora siamo colleghi. Era un insegnante severissimo e di grandissima levatura.

Quando diventa di ruolo?

Con il primo concorso nel 1987.

Fortunata, a soli 26 anni.

(Ride). Ci metta pure che ero un po’ bravina. Mi sposo nel 1988.

Con il «signor Pinotti».

Giovanni Orengo, medico ospedaliero, molto appassionato del suo lavoro. Si è trovato a gestire l’emergenza ospedaliera il giorno in cui è crollato il Ponte Morandi.

E che cosa ricorda?

Tutto. Furono bravissimi ad allestire a tempo di record moltissime sale chirurgiche. Ma poi, purtroppo,

servirono 43 bare.

Fa in tempo a iscriversi al Pci.

Mi sono iscritta nel 1990, l’anno della Svolta, quando dopo un discorso di Achille Occhetto che apriva ad ambientalisti e cattolici, io e altri sette scout ci iscriviamo al Pci di Sampierdarena.

E lascia la scuola.

Ho insegnato fino a quando non è nata mia figlia Elena. Vengo eletta in circoscrizione, poi assessore provinciale e quindi assessore comunale. Il cursus honorum in cui imparavi tutto.

E da qui viene proiettata a livello nazionale da Walter Veltroni.

Alle elezioni comunali avevo preso tantissimi voti, la più votata. Più del segretario degli allora Ds, più del vicesindaco. Ma il partito aveva perso il 20 per cento, essendosi ricandidato anche il sindaco uscente. Una Caporetto.

E questo cosa comporta?

Che serviva un volto nuovo. Era il 1999, al congresso di Torino aveva vinto Veltroni. Quando i dirigenti di Genova mi accompagnano a Botteghe oscure ci  conosciamo e nasce una simpatia politica che dura ancora oggi.

Entra nella rosa dei nuovi segretari da lanciare. E lui la porta in segreteria.

Walter mi sceglie anche per il «governo ombra». Ero responsabile sicurezza, pensi.

Gli deve molto?

Sì. Lo stimo molto come persona e per la sua costante passione per la «bella politica».

E poi? 

Divento segretaria provinciale di Genova. E deputata, nel 2001.

Va in commissione Bilancio.

Volevo conoscere i conti dello Stato. È stata una palestra.

Poi l’ultimo amore della sua vita, la commissione Difesa.

Pensi che ci finisco perché la commissione Esteri era strapiena, con tutti i big, a partire da D’Alema.

Nasce il gruppo dell’Ulivo.

Divento presidente della commissione, nel 2006.

È stata adottata dai generali.

(Ride). Si può dire così. Sentivo che qualcuno all’inizio diceva: «Ma cosa ne sa di Difesa? Una professoressa di Lettere?». In realtà ho dedicato più tempo alla Difesa che all’insegnamento ed è un mondo che ho studiato con attenzione.

Le è servito.

Ho fatto il sottosegretario alla Difesa. E poi il ministro, negli ultimi due governi.

Un giorno che le resta nel cuore?

La prima volta che ho parlato ai soldati in missione in Afghanistan.

Perché?

Stavo pensando: cosa si può dire a chi rischia la vita lontano dai propri affetti? Così dissi loro: immagino che stiate pensando ai vostri figli, so che cercate di parlarci su Skype, la sera... Ma voi siete qui anche perché i bambini afghani possano far volare di nuovo i loro aquiloni.

Ecco l’insegnante di Lettere che faceva da ghostwriter al ministro, parafrasando Khaled Hosseini. Andava in giro in mimetica?

Non ho mai messo l’uniforme, quando ero ministro.

In polemica con le divise di Salvini? 

No, lui era ancora nella fase delle felpe, all’epoca. Per rispetto del ruolo dei militari. E anche per rispetto del ruolo di ministro. Ci sono compiti diversi che non vanno confusi.

Oggi è una franceschiniana di ferro.

Io sono prima di tutto pinottiana. Sempre stata in AreaDem.

Per chi non conosce le geografie del Pd è ostrogoto.

È più semplice di quel che sembra. AreaDem era nata per fare in modo che le due componenti fondatrici non si divaricassero. C’era tra noi gente veniva dai Ds e altri che venivano dal Ppi.

E lei ha le carte in regola, oggi, perché avete sempre sostenuto, anche in minoranza, la necessità di allearsi con i Cinque Stelle.

Devo essere sincera. Io ero molto più perplessa di Franceschini quando Dario ha iniziato questa battaglia.

Perché?

Razionalmente capivo che aveva un senso ma emotivamente non riuscivo a convincermi che fosse possibile.

Cosa la frenava?

La mancanza di rispetto. La battaglia durissima fatta contro di noi nel 2013, indicandoci come dei malfattori.

E cos’è cambiato?

Con il senno di poi ho capito che l’intuizione di Dario andava perseguita. Buttare il Movimento nelle braccia di Salvini non è stato positivo, l’errore politico più grande degli ultimi anni. Ora si può rimediare, ma è l’ultima possibilità.

Che cosa bisognava fare nel 2018?

Fare un tentativo, non mettersi a mangiare pop corn mentre gli altri facevano il governo.

Ma una come lei che ha fatto tanti anni di Parlamento, davvero teme la Lega di Salvini?

Io penso che le vicende vadano lette con gli occhiali dell’attualità.

E cioè?

Io vedo avanzare dei populismi pericolosi in Europa, perché minacciano i valori della democrazia liberale.

La Lega non garantisce su questo piano?

Negli ultimi settant’anni abbiamo avuto confronti politici in un quadro di regole condivise, mantenendo in Europa la pace dopo due guerre terribili.

E oggi le pare che ci siano più distanze rispetto a quando c’era la guerra fredda?

Preoccupa se uno dei paesi fondatori dell’Unione viene governato da chi pare prendere le distanze da quei valori. Preoccupa chi vede nella democrazia di Putin un esempio da perseguire.

Perché?

Per esempio è grave che Salvini non abbia voluto riferire in Parlamento sul caso Savoini. È un fatto grave. Senza precedenti.

Teme di più Salvini di quanto non temesse Berlusconi?

Io non faccio il gioco della torre. Però Berlusconi si è sempre collocato nella sfera dell’Alleanza atlantica e nel mondo dei valori liberali.

Ha appena buttato giù dalla torre Salvini.

In una parte importante d’Europa avanza questo rischio, un nuovo modello autoritario, secondo cui la democrazia liberale sarebbe vecchia e inefficiente.

E cosa risponde a questo attacco?

Che sono d’accordo, a proposito di valori liberali, con sir Winston Churchill: «La democrazia è la peggiore forma di governo. Escluse tutte le altre». 

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