La sorte segnata del Pd se continua ad affidarsi a Matteo Renzi

L'ex segretario si chiama fuori dalla corsa alla leadership ma continua a dettare l'agenda di un partito che non sa affrontare le sfide del nuovo corso politico europeo

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Sara Dellabella

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A Ravenna giovedì 6 settembre, alla Festa dell’Unità è andato in scena il solito Matteo Renzi. Battute rivolte al Movimento 5 Stelle, stilettate verso i compagni di partito da sempre accusati di averlo fatto fallire per ben due volte e persino il lancio del trailer di “Florence” che lo vede indossare i panni del conduttore di documentari.

Sotto il tendone della Festa Nazionale, con i militanti arrivati da tutta Italia per ascoltare l’ex segretario, è andato in scena il Renzi show. Ancora una volta ha ribadito ai suoi che non si candiderà alle prossime primarie. Resta però il fatto che dall’area renziana ancora nessuno si è fatto avanti per correre contro Nicola Zingaretti che al momento rimane l’unico candidato alla segreteria del partito.

Renzi risponde a qualcuno dal pubblico, ribadendo ancora una volta di non essere in partita eppure è sempre lì, non retrocede di un passo e anche quando aveva promesso di rimanere nelle fila dei senatori semplici, in un modo o in un altro ha trovato la maniera di far parlare di sé.

Nel suo intervento alla Festa nazionale, anticipato da una lunga intervista a Barbara Palombelli sulla nuova Rete4, Renzi non sembra andare oltre le solite cose dette e ridette. 
Il ragionamento non va tanto oltre il “avete attaccato il Matteo sbagliato”. L’idea di lanciare un fronte progressista allargato ad altre forze, non sembra attirare l’ex segretario che forse è più intenzionato a convincere il Pd che senza di lui il partito non esiste.

Sarà per questo che nei giorni scorsi si è anche opposto a chi consigliava di cambiare il nome alla ditta, operando così un lifting non solo ai democratici ma anche a tutte quelle forze di sinistra che alle urne raccolgono percentuali da prefisso telefonico. 

In prossimità delle elezioni europee c’è chi sogna un nuovo contenitore capace di fare fronte comune contro i partiti anti sistema che oggi rappresentano la maggioranza elettorale.

Renzi continua a infervorare i suoi, ma non scalda i cuori, non parla di valori da recuperare né traccia una strada da seguire. 
Il suo ragionamento è sempre binario: o con me o contro, o con loro o con noi. Tutto si riduce ad un tifo da stadio, quando ci sarebbe bisogno di visione.

Ben diversamente, solo qualche giorno prima, Walter Veltroni con toni molto più sommessi, in una lectio magistralis aveva richiamato il popolo democratico alle sue origini, ricordando cosa vuol dire essere di sinistra in un momento in cui in tutta Europa sta spirando il vento dell’estrema destra. 

Ma il Pd è ancora al palo, perché non basta prendere in giro l’avversario in una comunicazione da circolo di provincia per tornare a vincere, ma servono modelli alternativi anche a quello che è stato recentemente il partito, finito rottamato lo scorso 4 marzo.

Andare oltre la sconfitta, vuol dire andare oltre la storia recente del partito, bocciata a ogni tornata elettorale da un “popolo” che ha di gran lunga preferito Di Maio a Renzi.

Renzi ha definito l’attuale governo “una classe politica di improvvisati”, ma intanto loro governano e lui si improvvisa conduttore tv.

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