Politica

Morte e resurrezione di Silvio Berlusconi

Ad un passo dal baratro il leader di Forza Italia si è ripreso un ruolo importante nel centrodestra

europee

Carlo Puca

-

Era una domenica, l’11 agosto 2019. Quel giorno la parabola di Forza Italia e di Silvio Berlusconi è stata a un passo dalla fine ingloriosa. Superato il grande spavento, soltanto ora lo staff del Cavaliere lascia trapelare indiscrezioni, prima segrete, sulle circostanze che hanno cambiato la storia del partito e della legislatura. I fatti.

Quarant’otto ore prima, il 9 agosto, Matteo Salvini aveva detto che alle elezioni sarebbe andato da solo, senza alleato alcuno, annunciando una potenziale ecatombe di eletti per il partito azzurro. Su quel discorso si era infilato l’altro Matteo (Renzi) proponendo un governo di legislatura in chiave anti-salviniana. I più disponibili, va da sé, si erano dimostrati i forzisti, soprattutto senatori, già pronti al salto della quaglia pur di allungarsi la vita e lo stipendio da parlamentare. Su un gruppo di 62 eletti, c’è chi ha contato appena 17 fedelissimi al Cavaliere. Indotti dai «carfagnani», i seguaci di Mara Carfagna, altri 25 erano pronti a buttarsi sul renzismo, una ventina titubavano invece tra i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, il Cambiamo dello scissionista Giovanni Toti e lo stesso Renzi.

Berlusconi ha intuito di dover intervenire, e anche presto. Domenica 11 ha riunito, di persona o via telefono, una piccola «war room» di fedelissimi. C’erano l’europarlamentare Antonio Tajani, il coordinatore dei gruppi parlamentari italiani Giorgio Mulè, le capogruppo di Camera e Senato (Maria Stella Gelmini e Annamaria Bernini), la senatrice Licia Ronzulli, che gode di un rapporto diretto e privilegiato con Salvini.

Bernini e Gelmini hanno messo sull’avviso i naviganti: «Rischiamo il fuggi fuggi generale». Nella riunione si è pure ipotizzato di assecondare la linea di Gianni Letta, aperturista con Renzi, una linea alla quale si sono decisamente opposti Mulè e Ronzulli. Fino a che i due non hanno indicato un escamotage tattico: far presente a Salvini che senza una decisa rassicurazione ai parlamentari di Forza Italia, Renzi sarebbe riuscito a dar vita a un governo con numeri importanti. Il risultato? Siccome Salvini detesta Renzi (ma ne teme anche l’appeal sul Palazzo), la sera stessa - per la precisione a Catania, durante il suo beach tour - ha cambiato decisamente strada, annunciando che dal giorno successivo avrebbe lavorato per ricostituire il centrodestra classico. Non solo. Lunedì 12, intervistato dal direttore Alessandro Sallusti, il leader del Carroccio è uscito con un’intervista a tutta pagina sul Giornale berlusconiano per garantire che Lega, FI e FdI sarebbero andati insieme alle elezioni.

In un sol colpo la mossa di Salvini ha spiazzato Renzi e Carfagna in primis, costretti a rinunciare - almeno per ora - al sogno di «grande centro» alternativo a destra e sinistra. Ma ha messo in difficoltà anche Toti, diventato improvvisamente meno attrattivo per i peones azzurri, e Meloni, che aveva teorizzato un’alleanza esclusiva tra Lega e Fratelli d’Italia. Infatti la corsa degli scissionisti verso Cambiamo e FdI si è improvvisamente arrestata.

Nonostante le smentite di rito, dovute alla necessità contingenti, Berlusconi ha rassicurato Salvini pure su un altro punto decisivo: a giochi fatti, cioè poco prima di presentare le liste elettorali, troverà il modo di nascondere il brand Forza Italia in un contenitore diverso. Si tratta di un piccolo sacrificio a fronte dell’enorme vantaggio di rientrare nel pieno del gioco politico-elettorale. Anche perché, con i sondaggi riservati che ha in mano (e ha girato pure a Salvini), la coalizione a tre conquisterebbe la stragrande maggioranza dei collegi uninominali, lasciando a 5 Stelle e Pd appena sei seggi a testa. Insomma, c’è posto per tutti. Anche per Carfagna.

Nonostante le continue ribellioni, Berlusconi continua a considerarla un’importante risorsa politica ed elettorale, grazie alla sua popolarità al Sud (dove Salvini è meno forte) e al gruppo di parlamentari portatori di voti che guida. Certo, c’è da far digerire ai fedelissimi del Cavaliere alcuni atteggiamenti non proprio gentili. Anche qui conta un giorno in particolare, il 1° agosto 2019. Berlusconi si era deciso a nominare Carfagna coordinatrice unica di Forza Italia a danno di Toti. Ma poche ore prima dell’ufficializzazione, la vicepresidente della Camera si sarebbe spinta a trattare malissimo Tajani davanti a diversi testimoni. A quel punto Tajani ha chiamato Berlusconi dicendo testuale: «O me o lei». E quindi niente nomina a coordinatrice e sostituzione con un Coordinamento di presidenza costituito da Bernini, Gelmini, Tajani, Sestino Giacomoni e nel quale Carfagna si è rifiutata di entrare. Senza uscire da Forza Italia. Non conviene a nessuno, ora. Nemmeno a lei.  

© riproduzione riservata

© Riproduzione Riservata

Commenti