Politica

Migranti: la vera soluzione è una riforma di Frontex

E' l'opinione di Franco Frattini, ex Ministro degli Esteri, dopo la vicenda della Sea Watch

Migranti

Anna Maria Angelone

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Una soluzione temporanea che non affronta il cuore del problema e mostra i limiti della politica europea su uno dei temi più sensibili della nostra epoca. È questa l'analisi della vicenda dei 49 migranti bloccati per giorni davanti alle coste maltesi fatta da Franco Frattini, due volte ministro degli Esteri nei governi di centrodestra e commissario europeo fra il 2004 e il 2008, con responsabilità proprio sull'immigrazione.

Che cosa ne pensa di come si è conclusa la vicenda delle navi ong cariche di migranti bloccate per diciannove giorni al largo di Malta?
«È l'ennesima dimostrazione che se c'è una solidarietà europea le cose possono funzionare. Ma così non si risolve il vero nodo».

Quale?
«Da vicepresidente della Commissione europea, ho tenuto a battesimo Frontex (l'agenzia europea della guardia di frontiera e costiera con sede a Varsavia, ndr) ma non sono riuscito a inserire nello statuto la disciplina sulle regole di ingaggio da assegnare all'agenzia».

E quindi?
«E quindi siamo ancora ad accordi su base volontaria. Invece, la ridistribuzione dei migranti dovrebbe seguire le operazioni di salvataggio seguendo un preciso schema».

Chi si oppose?
«La Francia, con l'allora ministro degli Interni Nicolas Sarkozy, fece da capofila. Avevamo preparato lo statuto per un effettivo corpo di frontiera europea ma un gruppo di paesi si rifiutò di dare a Frontex il ruolo di identificare e ridistribuire, per così dire, coattivamente i migranti ai quali viene riconosciuto il diritto di accoglienza o il rimpatrio degli altri. Risultato: i paesi Ue partecipano sempre meno alle operazioni di Frontex. E solo un atto di buona volontà fra i partner sblocca la cosa».

Approva o no il “braccio di ferro” fatto dall'Italia?
«Sebbene, di fatto, sia una forzatura e comporti una certa durezza, dico di si: l'Italia ha costretto i partner Ue ad assumersi le proprie responsabilità. Altrimenti, secondo una logica europea che io conosco perfettamente, non si sblocca nulla».

Perché?
«Di questi tempi, si vive di consensi. I governi, spesso, non se la sentono di prendere decisioni comuni che possono comportare perdite di voti in casa. Stante queste condizioni, se non si forza la mano, si resta fermi».

Però Malta si appiglia a varie interpretazioni delle norme pur di limitare al minimo il suo intervento nelle operazioni di soccorso...
«La zona Sar di Malta è troppo ampia. È una storia che va avanti da anni. Al ministro degli Interni Giuseppe Pisanu arrivò perfino la “denuncia” che, talvolta, erano le stesse motovedette maltesi a rifornire di carburante le imbarcazioni cariche di migranti per consentire loro di raggiungere le coste italiane».

Un po' "furbetti" sulla pelle degli altri?
«A loro discolpa, va detto che la posizione geografica li svantaggia e l'isola è troppo piccola per un'accoglienza massiccia senza prima un sistema di ricollocamento condiviso».

Non sarebbe meglio fare un accordo di cooperazione a più paesi per le zone Sar nel Mediterraneo?
«Il cuore del problema non è il soccorso in mare ma come gestire la fase successiva. Come e dove si ridistribuiscono i migranti? Senza risolvere questo punto, non si collabora neppure sul primo. Se Malta non apre i porti è perché non è sicura che gli altri partner faranno la loro parte dopo».

Insomma, per lei servirebbe una riforma di Frontex?
«Assolutamente si. L'alternativa è una coalizione permanente di paesi volenterosi che, realisticamente, non si farà mai perché ogni governo vuole procedere, piuttosto, caso per caso. Frontex, invece, dovrebbe essere come la Bce: se da Francoforte si può commissariare una banca, perché da Varsavia non si può decidere di assegnare un certo numero di rifugiati nei vari partner Ue?».

Non facile convincere i paesi di Visegrad...
«Un'agenzia europea con i pieni poteri conoscerebbe numeri, fondi disponibili, reali capacità di accoglienza dei singoli paesi. Così, avremmo una gestione seria. Senza queste regole di ingaggio a Frontex, dare più soldi o ampliarla non ha senso».

E che ne pensa dell'idea di creare hotspot Ue in Africa per vagliare le richieste di asilo prima delle partenze, contrastando il traffico di vite umane?
«Che quando avanzai io la proposta di farli mi dissero che volevo fare i campi di concentramento! Ora, appare una buona soluzione. Ne prendo atto».

Come andò?
«Anni fa, la facemmo a Gheddafi io e António Guterres, allora alla guida dell'Alto Commissariato per i Rifugiati. Andammo in Libia con un piano per aprire centri sotto l'egida delle Nazioni Unite».

Che cosa successe?
«Gheddafi ci disse: io qui non ho rifugiati, ma solo fratelli africani».

E oggi?
«Guterres è ora Segretario generale dell'Onu, c'è un clima più favorevole nonostante tutte le difficoltà. Io sono ancora della stessa idea».

Resta il fatto che questo è, per così dire, l'ultimo miglio del traffico di migranti. Il primo rapporto dell'Onu sulla criminalità che lo gestisce, facendo enormi profitti, evidenzia che i punti di smistamento restano sempre gli stessi da anni: perché non si interviene direttamente qui a smantellare i trafficanti?
«È vero. Ma ci sono almeno due motivi per cui non si fa. Il primo è che per finanziare prevenzione e lotta alla criminalità si devono dare soldi alla fonte. E la preoccupazione della burocrazia Ue è che finiscano nelle mani dei corrotti di turno. Il secondo è che dovremmo creare occasioni di lavoro dove non c'è. Ma l'attuale fondo europeo per l'Africa non arriva a un miliardo di euro mentre ne abbiamo già dati cinque alla Turchia per i profughi».

Conclusione?

«Una sfiducia verso l'Africa è un ostacolo a investire in questi paesi e l'Ue dimostra, ancora una volta, di non avere una visione di lungo periodo».

Nel suo periodo a Bruxelles, si parlò anche dei «migranti economici». Non crede che bisognerebbe affrontare di nuovo l'argomento, visto che spesso il confine fra richiedenti asilo e persone che fuggono da situazioni di estrema necessità è molto sottile?
«Inaugurammo la blue card per facilitare gli spostamenti dei lavoratori altamente qualificati. Ma quello era solo l'embrione per altri settori professionali».

In che modo?
«Facemmo un progetto pilota con la Spagna: mancavano esperti di potatura degli ulivi, attività che deve essere fatta in alcuni periodi stagionali. I più bravi in questa attività sono i marocchini. Ogni anno, servivano solo per sei mesi. Così, aprimmo un canale regolamentato con specifici permessi temporanei: una retribuzione regolare che assicurava a questi lavoratori una fonte di reddito sufficiente a mantenere le rispettive famiglie per tutto l'anno in Marocco».

Potrebbe coinvolgere molte attività produttive...
«Togliendo manovalanza alla criminalità o il prosperare del lavoro nero. L'obiettivo deve essere sempre sostenere l'economia legale».
























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