Mattarella
(Ansa)
Politica

Il commissariamento della tecnocrazia con Mattarella II entra nella fase perenne

Per capire la rielezione di Mattarella bisogna partire dal 2018, quando le maglie dell’establishment si sono strette per congelare populismo e sovranismo. La pandemia ha portato la fine del Conte bis e l'arrivo di Draghi al governo. Ora i partiti abdicano definitivamente a decidere il futuro dell'Italia

Auto-conservazione e auto-commissariamento dei partiti politici hanno prevalso. La “sospensione stabile” soddisfa le aspettative del mondo finanziario e dell’establishment burocratico che vede nell’amovibilità dei perni del sistema (Capo dello Stato e Presidente del Consiglio) una garanzia di rispetto dei vincoli economici ed internazionali dell’Italia. Una forma di sovranità sotto tutela da non mettere a rischio. Tra il 2018 e il 2022, tra la paura per l’avanzata del sovranismo e del populismo e la pandemia, le maglie dell’establishment si sono strette facendo della stabilità e della continuità un’ossessione a tutela della sopravvivenza del sistema. Le élite politiche, economiche, mediatiche ed intellettuali sono diventate più conformiste, consociative, conservatrici e meno tolleranti verso qualsiasi ipotesi che potesse mettere a rischio le tenuta della struttura politica ed economica costruita intorno ai partiti centristi e all’Unione Europea.

Il materializzarsi di questo scenario, tuttavia, soprattutto in Italia, è stato favorito da un sistema politico oramai decomposto.

Non si può comprendere fino in fondo la vicenda del Mattarella bis se non la si osserva con una prospettiva più ampia. Le elezioni politiche del 2018 avevano generato uno scossone sul sistema politico italiano: la crescita repentina di consenso per il populismo (Movimento 5 Stelle) e per il sovranismo (Lega) aveva sabotato un’alleanza di governo moderata già in corso, quella tra Partito Democratico e Forza Italia. In parlamento arrivavano centinaia di nuove leve - politici giovani e poco professionalizzati - animate da animo anti-politico, euroscettico e anti-establishment. L’impossibilità di cucire un accordo a sinistra tra PD e Movimento 5 Stelle aveva fatto saltare momentaneamente il banco della istituzionalizzazione dei populisti e portato con faticosa mediazione all’esperimento nazional-populista del primo governo Conte. Si concretizza così la prima perturbazione istituzionale del sistema politico. L’esperimento è fallito dopo poco più di un anno sia per le ambizioni del leader leghista Salvini di tornare al voto e vincere le elezioni a capo della coalizione di centrodestra che per la trasformazione moderata ed europeista impressa da Giuseppe Conte al Movimento 5 Stelle. Una tensione irreparabile che ha fatto esplodere l’alleanza giallo-verde. A quel punto, l’intervento di Matteo Renzi, fino a quel momento ostile a qualsiasi dialogo con i populisti grillini, ha aperto il fronte dell’alleanza a sinistra tra PD e Movimento 5 Stelle. Il Presidente Mattarella scelse allora di non sciogliere le Camere e rinviare tutti alle urne, ma di concedere una seconda possibilità a Giuseppe Conte come Presidente del Consiglio con una maggioranza diversa rispetto a quella del suo primo governo. E questa è la seconda anomalia istituzionale, un cambio di maggioranza e di governo senza cambiare il premier. Tuttavia, nemmeno questa nuova architettura è riuscita ad arrivare indenne alla fine della legislatura. Il protagonismo del Presidente del Consiglio, la difficoltà nel portare a compimento le riforme, l’emergenza della pandemia hanno condotto Matteo Renzi e le forze centriste a spegnere l’interruttore del governo Conte 2. Dopo settimane alla ricerca di “responsabili”, cioè cani sciolti in parlamento, disposti a sostenere un Conte-ter il sistema politico ha scelto di auto-commissariarsi. Terza perturbazione istituzionale. Il Presidente Mattarella si ritrova davanti un’altra crisi e incarica Mario Draghi, appena congedatosi dalla presidenza della BCE, come Presidente del Consiglio. Il parlamento più anti-politico e anti-establishment della storia repubblicana è costretto ad accettare il governo del maggior tecnocrate nazionale ed europeo. Draghi svolge una funzione di neutralizzazione e pacificazione del conflitto politico. Egli agisce come una sorta di podestà, aiutato dal mutato contesto europeo sia in termini di politica monetaria che economica, con la sospensione del Patto di Stabilità e l’approvazione del Next Generation EU. La Lega, per riscattare la propria immagine di partito anti-sistema ed in vista dell’elezione del prossimo Presidente della Repubblica, decide di entrare nella maggioranza e al governo. Per quasi un anno, grazie alla propria auctoritas e sfruttando anche le maglie larghe concesse all’esecutivo dall’emergenza pandemica, Draghi governa indisturbato e con scarsi problemi di convivenza tra i partiti. Tuttavia, sotto la cenere covava il fuoco. A destra, l’ascesa di Giorgia Meloni costringe Matteo Salvini ad un doppio gioco equivoco: al governo con una maggioranza di unità nazionale, ma a tutte le elezioni come coalizione di centrodestra. La resistenza elettorale e parlamentare di Forza Italia, attratta dalle spinte centripete e da un rapporto sempre più stretto con Renzi e altre componenti moderate, complica ulteriormente lo schema. Mentre Meloni punta con Salvini su un modello maggioritario e sulla ricostruzione della vecchia alleanza di centrodestra, con l’obiettivo di elezioni quanto prima, il partito di Berlusconi e la galassia centrista virano verso il proporzionale e vogliono a tutti i costi il proseguimento della legislatura. Non meno complessa è l’intelaiatura del polo di sinistra. Il Pd resta il perno principale, ma continua ad essere diviso tra la componente cattolica (Letta, Franceschini, Gentiloni) e quella socialista (Orlando, Provenzano), mentre il Movimento 5 Stelle si divide tra una leadership mai decollata, quella di Giuseppe Conte, ed una lateralizzata per convenienze personali, quella di Luigi Di Maio. Quest’ultimo è convintamente governista, vicino a Draghi, fautore della stabilità della legislatura e ambiguo sull’alleanza con il Pd. Il secondo ha subito Draghi, che gli è succeduto in corso, è l’artefice dell’asse con i democratici e sa che la sua leadership nel Movimento può essere solidificata soltanto con le elezioni. Sia Di Maio che Conte faticano a controllare il gruppo parlamentare pentastellato che resta radicato ai valori dell’anti-politica e del giustizialismo, due elementi che rendono molti nomi per il Quirinale inaccettabili a gran parte del Movimento. C’è poi Italia Viva di Renzi, partito quasi inesistente sul piano del consenso, ma fondamentale per il centrosinistra sul piano parlamentare. Formazione che nel corso del 2021 ha votato spesso in Parlamento insieme a Lega e Forza Italia, che vuole arrivare alla fine della legislatura e ambisce al ruolo di ago della bilancia tra i due poli in un nuovo sistema proporzionale. Da ultimo, sul Parlamento pende una riforma costituzionale originata dall’ anti-politica. Dalla prossima legislatura i membri del Parlamento passeranno da 945 a 600, con notevole riduzione di possibilità di essere rieletti per un gran numero di parlamentari.

Queste erano le condizioni di partenza della corsa alla presidenza della Repubblica, a cui si è aggiunto l’attivismo degli ultimi mesi di Mario Draghi il quale ha lasciato intendere alle forze politiche di avere come obiettivo l’ascesa alla Presidenza della Repubblica. Draghi si è pubblicamente messo a disposizione e prima che si iniziasse a votare ha anche avviato contatti e incontri con i gruppi politici. Tuttavia, l’aula di Montecitorio è un girone infernale, una palude insondabile, e le condizioni politiche costringono le forze di maggioranza alla rielezione di Mattarella, il quale evidentemente non era così granitico nei suoi “no” istituzionali lasciati trapelare in questi mesi.

Tutto rimane com’è, o almeno così sembra in superficie. Un trionfo della stabilità che può andate bene ai mercati finanziari, alle élite tecnocratiche e all’Unione Europea. La realtà, però, è ben più complessa dell’apparenza. Draghi, sebbene resti il primo interlocutore di Mattarella, esce da questo percorso con una maggioranza indebolita e fratturata. Partiti maciullati si apprestano ad entrare in un anno pre-elettorale commissariati dal Quirinale e Palazzo Chigi. Governare in modo incisivo sarà molto complicato per il Presidente del Consiglio, in particolare nella seconda parte dell’anno. Il Presidente della Repubblica è stato invece chiamato ad accettare un secondo mandato, prassi ritenuta eccezionale e non consolidata, che forse non bramava a causa dell’incapacità politica dei partiti e che lo trasforma in una sorta di monarca costituzionale a tempo e che impone sulla repubblica una nuova convenzione costituzionale. Le due coalizioni di centrodestra e centrosinistra si sono rotte. A destra, Forza Italia si muove verso il centro, la Lega ridimensionata resta la destra di governo, mentre Fratelli d’Italia sfrutterà un anno di opposizione per intercettare tutto il voto anti-sistema. L’idea di una vittoria piena per la coalizione di centrodestra alle prossime elezioni resta probabilmente una illusione del passato ed è possibile che nel prossimo futuro si determini una frattura tra destra di governo (Forza Italia e Lega, o parte di quest’ultima) e destra indisponibile al compromesso con altre forze (Fratelli d’Italia). A sinistra, il sodalizio tra PD e Movimento 5 Stelle non decolla e quanto avvenuto sulle ipotesi di elezione al Quirinale di Draghi e Belloni ne è la testimonianza. I due partiti restano lontani nella cultura e nel metodo, il Movimento 5 Stelle resta scisso tra Di Maio e Conte oltre che a picco nei sondaggi rispetto all’exploit del 2018. Lo stesso PD dovrà quasi certamente abbandonare l’idea illusoria del “campo largo” e dello schema maggioritario per avviarsi verso una stagione negoziale con altre forze politiche di destra, centro e sinistra. Renzi è oramai proiettato al centro, verso Forza Italia e gli altri centristi, con l’idea di costruire un polo moderato autonomo capace di sfruttare i vantaggi posizionale della frammentazione dei due principali schieramenti. Il sistema corre veloce verso una proporzionalizzazione. E’ verosimile infatti che di legge elettorale si tornerà a discutere nei prossimi mesi. Il sistema politico avrà probabilmente una torsione centrista nei prossimi anni e accordi trasversali saranno necessari per avere seggi a sufficienza per governare. Il ruolo del Capo dello Stato, in questo contesto, sarà sempre più decisivo e incisivo. A breve si verificherà la propulsione residua rimasta al governo Draghi sul piano esecutivo, mentre Mattarella resterà il perno del sistema almeno fino a dopo le prossime elezioni politiche. Il futuro del Presidente del Consiglio oggi è più incerto. Arriverà alla fine della legislatura, ma è difficile fare pronostici ulteriori. Potrebbe essere recuperato ancora come premier se dopo le elezioni ci fosse un’altra coalizione mista, con convergenza al centro, oppure restare in attesa come potenziale successore di Mattarella o ancora impiegato come futuro commissario europeo. Tuttavia, con questo livello di disgregazione politica ed istituzionale il futuro è incerto per tutti gli attori sulla scena, Mario Draghi incluso.

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Lorenzo Castellani