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Ma dov'è finito Matteo Salvini?

Aspetta di conoscere l'esito dei referendum di Veneto e Lombardia che deciderà le mosse future: ambire o meno davvero a Roma

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Sara Dellabella

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Da qualche giorno Matteo Salvini ha abbassato i toni. Sempre presente nella scena pubblica ma in maniera meno roboante del solito, segnale che qualcosa nel sottobosco della politica si sta muovendo. Questa calma apparente ha a che vedere con i referendum indetti in Lombardia e Veneto trainati sulla scia della Scozia, della Catalogna e in qualche modo anche della Gran Bretagna con Brexit? L'affrancamento dallo Stato centrale, l'inizio della realizzazione della “Padania libera” sognata fin dagli albori di Pontida: se il referendum dovesse andare per il verso giusto, il movimento di Alberto da Giussano potrebbe vedere a vent'anni dalla fondazione i primi risultati. Ma la Lega è molto cambiata nel frattempo.

Tra scandali e ambizioni, come è cambiata la Lega

Travolta dagli scandali che hanno visto coinvolta la famiglia del fondatore Umberto Bossi e la vecchia dirigenza, le inchieste nelle ultime settimane hanno disposto il congelamento dei conti correnti del partito mettendo in difficoltà Salvini e i suoi. Ma in questi anni il Carroccio da movimento di protesta verso quel sistema corrotto uscito fuori dalle inchieste di Tangentopoli, è diventato partito di governo e, come hanno dimostrato le inchieste, ha finito per essere colpito da quello stesso virus che doveva combattere.

Inoltre, con l'avvento di Salvini il Carroccio da partito del nord ha cercato costantemente di diventare partito nazionale, sfondando la diffidenza anche in alcune regioni rosse come la Toscana e l'Emilia Romagna, dove alle scorse regionali la Lega ha presentato dei propri candidati alla presidenza. Un allargamento della base importante per un leader che oggi si propone di fare il presidente del Consiglio e in una delle ultime apparizioni a Porta a Porta ha dichiarato di avere già la squadra di governo pronta.

In questi anni abbiamo visto un Salvini che stringe la mano a Marine Le Pen, a Nigel Farage e persino a Vladimir Putin, la dice lunga sulle ambizioni del ragazzo che è stato concorrente al Pranzo è servito prima di essere folgorato dalla politica. D'altronde sono pro-Putin tutti gli alleati della Lega, non solo il Front National, ma anche gli olandesi di Geert Wilders e del suo Partito della Libertà, gli austrici della Fpö di Heinz-Christian Strache, i tedeschi dell’AfD.

Si o no all'autonomia e la strada verso Roma

La verità è che a Salvini la Padania sta stretta. Non si può sognare Palazzo Chigi da sotto il Duomo. Anche se gli esperimenti della Lega 2.0, ovvero “Noi con Salvini” da Roma in giù non vanno troppo bene. Nel Lazio i comitati si stanno disciogliendo e i pezzi che avevano concorso al sogno di una Lega nostrana stanno tornando nel guscio sicuro di Forza Italia.

Ma se i referendum di Lombardia e Veneto andassero nella direzione dell'autonomia, sarebbe una vera vittoria? E' evidente che il leader si troverebbe di fronte ad un bivio importante tra la strada che porta a Roma e quella che riporta la Lega al suo sogno originario: lo stato federale padano.

Una data quella del referendum padano che in qualche modo segnerà anche la strada della Lega e le alleanze alle prossime elezioni. Perchè se i referendum dovessero andare male, la narrazione leghista non cambierebbe. Il giorno dopo ritroveremo Matteo Salvini in qualche studio tv a soffiare sulla paura della gente, a protestare per gli immigrati in hotel, a promettere l'aumento degli assegni per chi ha un cane – guida (è l'ultima trovata del segretario della Lega in chiave elettorale) e gettare uno sguardo di comprensione per gli imprenditori. L'atteggiamento di chi di abitare nelle nebbie di Bruxelles non ne può più e punta ad un bel posto nella calda Roma. Anche se non fosse Palazzo Chigi, ma magari proprio il Ministero degli Interni.

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