Marco Ventura

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Che dovesse essere Paolo Gentiloni era scritto nelle stelle. A volte, anzi spesso, succede così. Si creano le condizioni, si incastrano le circostanze e tutto va al suo posto. Le traiettorie convergono e quello che fino al giorno prima appariva impossibile, diventa realtà.

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Gentiloni, l’ex portavoce di Rutelli Sindaco e poi assessore al Giubileo, l’ex ministro degli Esteri subentrato a Federica Mogherini, sarà presidente del Consiglio in mesi nei quali l’Italia sarà al centro dei riflettori avendo una sfilza incredibile di presidenze di organismi internazionali da gestire: G7, Osce, Consiglio di sicurezza dell’ONU (ne farà parte e lo presiederà a novembre), Processo di Berlino per i Balcani occidentali e, a marzo, le celebrazioni per i sessant’anni dai Trattati di Roma.

La nuova legge elettorale
Gentiloni legherà il suo nome alla nuova legge elettorale che dovrà sostituire quella bocciata dalla Consulta. Tutto sulle sue spalle, insomma. Che a qualcuno possono sembrare fragili, ma non lo sono.

Come non sono fragili le spalle del capo dello Stato, Mattarella. I democristiani si sa, quelli di razza, escono sempre alla distanza.

Entrambi, Mattarella e Gentiloni, nel loro ruolo sono creature di Matteo Renzi, che ha dimostrato di saper scegliere all’occorrenza politici forse non carismatici ma seri e quadrati. Politicamente fuoriclasse. Uomini di Palazzo. In senso anche buono. Gentiloni, peraltro, è stato uno dei primi big a sostenere Renzi nella sua scalata al partito.   

È successo pure negli Stati Uniti che un candidato altamente improbabile, Donald Trump, nel giro di pochi mesi venisse proiettato dal voto popolare alla Casa Bianca, pronto a rivoluzionare il mondo. Solo che in America diresti “è la democrazia, bellezza!”. In Italia, invece, Gentiloni è il terzo capo del governo uscito dal cilindro della clamorosa sconfitta elettorale di Pierluigi Bersani (l’uomo che ha perso le elezioni più facili della storia).

Prima Enrico Letta, il n. 2 di Bersani, estrazione democristiana, giovane ma agguerrito, che però si è bruciato (è stato bruciato) al fuoco lento della rottamante avanzata di Matteo, ancor più giovane e ancor più battagliero.

Il politico mediatore
Stavolta, la scelta di Gentiloni non è quella di un premier tecnico come fu Monti (economista di fiducia del presidente Napolitano, rovinatosi con le proprie mani nelle elezioni del 2013). E questo è già un bene.

È invece la scelta di un politico con un profilo sufficientemente normale per essere ben accetto da tutti. E pur non essendo eletto dagli italiani, il suo compito consiste adesso nel traghettarci verso le urne. Possibilmente al più presto. Possibilmente, quando sarà minore il rischio di una vittoria grillina che consegnerebbe, dal punto di vista di Renzi e dei centristi, il Paese al caos, all’incertezza, al dilettantismo (anche se difficilmente oggi, dopo anni di lavoro nelle istituzioni, i cinque stelle potrebbero definirsi anti-politici).

Gentiloni è un vecchio nobile signore romano con tanto di palazzo di famiglia. Un ex gruppettaro da ragazzo, poi convertito all’ambientalismo, radicato nella capitale, vicino alla comunità ebraica e agli Stati Uniti. E tanto bravo come mediatore, da aver conservato perfino buoni rapporti con Berlusconi a dispetto del suo essersi occupato di Rai come avversario del Cavaliere.

È stato all’altezza del compito come ministro degli Esteri: ha risolto in silenzio, senza clamori, con caparbia serietà, il caso dei nostri due marò che adesso sono entrambi in Italia. Non ha evitato invece che precipitasse la situazione tra Italia ed Egitto in conseguenza della morte tragica di Giulio Regeni, sulla quale resta ancora fitto il mistero ma che potrebbe risolversi dopo che gli inquirenti egiziani hanno pure incontrato a Roma i genitori del ricercatore.

Su ogni dossier, Gentiloni ha dimostrato di essere preparato e equilibrato. Adesso con la stessa serenità sarà presidente del Consiglio fino al voto.

Il passo da fare: le elezioni
S’intenderanno bene, lui e Mattarella. Renzi non se ne sentirà minacciato. Tutto il Pd può riconoscersi nell’uomo, anche perché la sua estrazione è di autentica sinistra. In giro per il mondo, come capo della nostra diplomazia, ha seminato rispetto e stretto le mani che contano.

Poi, finalmente, passata anche questa stagione di presidenti del Consiglio senza investitura popolare diretta, si tornerà alla democrazia dei governi liberamente scelti dagli italiani. Sperando che una eventuale situazione di stallo (post-voto) non diventi cronica (e cronaca) nella politica italiana.   

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