Le differenze tra Italia e resto d'Europa negli aiuti di Stato per il Covid-19
Le differenze tra Italia e resto d'Europa negli aiuti di Stato per il Covid-19
Politica

Le differenze tra Italia e resto d'Europa negli aiuti di Stato per il Covid-19

Isabella Tovaglieri spiega cosa succede negli altri paesi mentre da noi le imprese e gli autonomi sono ancora in attesa dei finanziamenti

Mentre in Italia il Decreto Liquidità è ancora alle prese con la sua difficile applicazione pratica, cosa succede in Europa? Che i paesi economicamente più 'virtuosi' possano godere di maggiori risorse è naturale. Meno comprensibile è che all'interno dell'Unione Europea non siano definite misure in grado di arginare il divario che si fa sempre più ampio tra gli stati che la compongono.

Isabella Tovaglieri, europarlamentare e membro della Commissione Europea Industria, Trasporti, Ricerca ed Energia, ha chiaro il polso della situazione ed è consapevole che le differenze di pesi e misure tra i vari paesi d'Europa si pagheranno al lungo termine.

«Tutti gli stati europei attuano misure più o meno simili nei criteri generali. Esistono però evidenti diversità di sostanza e di tempo. La Germania, ad esempio, per evitare che salvare le aziende eroga, tra le altre misure, una sovvenzione una tantum non rimborsabile per tre mesi (da 9 a 15 mila euro in base ai dipendenti). Gli aiuti francesi non sono ai livelli di quelli tedeschi, ma in ogni caso rilevanti: gran parte dei finanziamenti statali vanno alle piccole medie imprese e agli autonomi che vedranno anche prorogato il pagamento di affitti e utenze. La Spagna ha puntato soprattutto sul sostegno alle esportazioni e al settore turistico (10 miliardi per dare liquidità al comparto). Il Belgio ha previsto un bonus da 1.200 a 1.600 euro e stanziato 4 mila euro cash agli operatori turistici. In Olanda l'aiuto agli autonomi è di 1.500 euro a persona per tre mesi oltre 4 mila euro a fondo perduto, mentre i norvegesi saranno compensati dai guadagni persi fino all'80% sulle loro entrate medie, i danesi fino al 75%».

Fuori dall'Europa la situazione su quali parametri si attesta?

«In Svizzera in cinque minuti le aziende hanno ottenuto credito restituibile in 5 anni ad un tasso di interesse pari a 0% per il primo anno e 0,5% negli anni successivi, con lo stato che garantisce al 100%. L'amministrazione Trump ha messo in campo un pacchetto di salvataggio dell'economia americana di 2 trilioni di dollari con 367 miliardi di prestiti alle piccole medie imprese e 60 miliardi per le compagnie aeree passeggeri e cargo. Le piccole e medie imprese usufruiscono anche di un bonus di 10 mila dollari e un contributo settimanale ai dipendenti di 600 dollari, mentre le famiglie stanno ricevendo direttamente sul conto corrente bancario 2.400 dollari per i coniugi più 500 per ogni bambino. Anche Hong Kong versa 1.200 dollari ai suoi residenti e 10 mila dollari a fondo perduto per ciascuna piccola impresa».

Sottolineava una disparità di tempi e modi delle seppur simili misure europee.

«Nelle erogazioni tutti i paesi europei hanno adottato le stesse modalità, con bonifico bancario direttamente sul conto corrente dei beneficiari, ma le tempistiche dell'accredito sono state diverse. Tedeschi e svizzeri sono stati i più veloci. I lavoratori tedeschi hanno già avuto l'erogazione: un tempo record nell'elaborazione di 150 mila domande. Autonomi, free lance, artisti hanno ricevuto 5 mila euro al mese che sono arrivati senza intoppi informatici e il bonifico, in certi casi, è arrivato 24 ore dopo aver fatto la domanda.

In Svizzera i prestiti sul 10% del fatturato per le piccole e medie imprese sono stati erogati in 48 ore, mentre i lavoratori autonomi si sono visti estendere il sussidio di disoccupazione normalmente riservato ai dipendenti. In Francia i versamenti sono arrivati una settimana dopo l'apertura delle domande, mentre in Spagna, che aveva aperto le domande il 18 marzo, sono arrivati il 17 aprile. È un dato di fatto, quindi, che le misure adottate da tutti i paesi europei sono già concretamente operative, a differenza di quelle italiane, ma il ritardo è ancora più grave se si considera che negli altri paesi il virus è arrivato dopo. Come al solito, in Italia il sostegno economico è stato tardivo, insufficiente e gravato dalla burocrazia. Al momento non è assolutamente chiaro l'obiettivo che il governo intende perseguire per sostenere le aziende italiane».

Secondo lei, cosa è andato storto?

«Al termine del Consiglio d'Europa, il 23 aprile scorso, il presidente Conte si è presentato senza il mandato del parlamento e con la maggioranza spaccata. Di fatto, il premier ha accettato gli strumenti decisi dalla UE (MES, BEI, SURE) in cambio di un quarto strumento: il Recovery Fund, un fondo per la ripresa economica post-pandemia proposto dalla Francia e fatto proprio anche da altri paesi tra cui Spagna e Italia seppur osteggiato da Germania e Austria che, tra l'altro, essendo basato sul bilancio europeo, non potrà essere approvato prima di gennaio 2021. Conte aveva un'arma importante per ottenere migliori condizioni sugli aiuti europei e non l'ha utilizzata. Avrebbe dovuto negoziare con i paesi del nord Europa che avevano tutto l'interesse ad allentare il Patto di Stabilità per poter regalare generosi aiuti di stato alle proprie aziende».

Ma il Patto di Stabilità vale anche per l'Italia?

«Certo, con la differenza che il nostro governo, già indebitato all'inverosimile, non ha la possibilità di donare aiuti alle proprie imprese e sta solo prendendo tempo. Così, adesso abbiamo le altre aziende europee, peraltro nostre concorrenti, caricate di liquidità dai loro governi pronte a pregiudicare la regola aurea del mercato unico in cui tutti devono poter competere alle medesime condizioni. Le nostre aziende, come al solito, arrancheranno».

Un dato positivo lo possiamo trovare?

«L'Europa ha consentito alle amministrazioni regionali italiane di trattenere la parte dei fondi assegnati ma non utilizzati nell'anno, che si doveva restituire, come di solito avviene. Può essere una buona notizia, anche se il fatto ci dovrebbe portare a chiedersi perché non siamo mai in grado di spendere tutti i fondi europei che riceviamo. Ma questa è un'altra storia. Per il momento, finché non sentirò il governo parlare di contributi a fondo perduto non potrò ritenermi soddisfatta delle azioni adottate rispetto agli altri paesi europei».

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