Elezioni per il sindaco di Roma: i partiti nel caos

Il Pd è alle prese con il "fantasma" di Marino. Il centrodestra è frantumato. I 5Stelle senza un candidato stellare. Il rebus è tutto ancora da decifrare

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Palazzo del Campidoglio. – Credits: ANSA/FABIO CAMPANA

Claudia Daconto

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Come in mezzo al traffico impazzito negli orari di punta, sulle strade della politica romana in questi giorni regna il caos più assoluto. Le elezioni sono previste tra quattro mesi, il 12 giugno ma forse anche prima. Nel frattempo dovranno essere sciolti una serie di nodi che ad oggi non fanno dormire sonni tranquilli a nessuna delle forze in campo.

Le primarie del Pd
Per il centrosinistra una data decisiva è quella delle primarie del 6 marzo. I candidati in campo sono:
- l'ex capo di gabinetto di Rutelli sindaco e vicepresidente della Camera Roberto Giachetti, calato da Matteo Renzi sull'agone capitolino;
- l'ex assessore all'urbanistica di Veltroni e deputato dem Roberto Morassut;

- Stefano Pedica, sempre del Pd;

- il sottosegretario alla Difesa, esponente di Centro democratico, Domenico Rossi;
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il leader del Popolo Viola, che corre per i Verdi, Gianfranco Mascia.

Nessuno dei cinque, e soprattutto nessuno dei due Roberto, è ancora riuscito a scaldare i cuori del popolo del centrosinistra. Le campagne elettorali sono partite decisamente sottotono e tra tanti malumori. Concentratisi soprattutto intorno alla candidatura di Giachetti, inviso agli antirenziani ma criticato anche da molti renziani della prima ora che non hanno digerito il modo in cui le solite note correnti del Pd romano si sono spartite il comitato elettorale e attendono, con ansia, che Giachetti inizi a fare davvero Giachetti smarcandosi da un abbraccio che rischia di rivelarsi per lui fatale.

La sorpresa Marino
A dimostrazione che la corsa non è iniziata nel migliore dei modi per nessuno dei due principali sfidanti c'è anche un sondaggio di Izi spa che attesta un 32,5% di potenziali elettori decisi a non votare per nessuno dei quattro. Giachetti è in testa con il 25,8% (una percentuale che proiettata sull'intero corpo elettorale si tradurrebbe in un deludente 12%), mentre Morassut arranca al 6,6%.

Ma la vera sorpresa è il 18% assegnato a Ignazio Marino e il 14,3 attribuito a Stefano Fassina. Entrambi si sono posti fuori dalle primarie che, in occasione della presentazione dell'associazione “Parte civile - Marziani in movimento” nata dal gruppo fondato su Facebook dai suoi sostenitori, l'ex sindaco ha definito una “farsa” e invitato a disertare.

Per quanto, trattandosi di un sondaggio, anche quest'ultimo debba essere preso con le pinze (anche perché realizzato subito dopo l'annuncio della candidatura di Giachetti e quindi già piuttosto datato), è molto probabile che il risultato lo galvanizzi comunque. Marino non ha mai digerito di essere stato cacciato dal Campidoglio dal Pd e da tempo ha giurato vendetta. Ha recentemente rinnovato la tessera ma ha anche profetizzato il suicidio del suo partito.

A meno che non decida di assumere lui stesso il ruolo dell'assassino correndo con una sua lista alle prossime amministrative. L'opzione è nell'aria e la presenza all'evento marziano dell'altro giorno di Stefano Fassina, a sua volta autocandidatosi sindaco, dimostra che, dalle parti di Sel, ci sarebbe l'idea di sostenere la candidatura di Marino con l'obbiettivo di diventare il vero ago della bilancia in un possibile ballottaggio tra dem e M5S.

Il caos nel centrodestra: Marchini non gradito
Ma se nel campo del centrosinistra sta andando in scena il tutti contro tutti, in quello del centrodestra a regnare sovrano è il caos. Il vertice di ieri ad Arcore, che doveva essere risolutore, si è rivelato ancora una tappa interlocutoria. Servita soprattutto a Giorgia Meloni per imporre il suo altolà al nome di Alfio Marchini, erede di una dinastia di costruttori comunisti, molto stimato da Silvio Berlusconi che, dopo il no di Bertolaso, aveva deciso di puntare sull'ingegnere “calce e martello” sponsorizzato dal senatore Andrea Augello e sostenuto dall'ala moderata di Forza Italia rappresentata a Roma da Tajani e Gasparri.

Peccato che all'incontro di ieri la leader di Fratelli d'Italia, che ha escluso di poter correre lei stessa per via anche della sua gravidanza annunciata, tra le polemiche, dalla piazza del Family day di fine gennaio, lo abbia detto chiaramente: “noi non lo votiamo – il sunto della nota diramata in serata - È un palazzinaro amico di Alfano. Se il nome resta il suo, rompiamo le alleanze in tutta Italia”. O Silvio Berlusconi propone qualcun altro, magari appoggiando il jolly rosa che la stessa Meloni annuncia di aver in serbo, o lei, d'intesa anche con Matteo Salvini, è pronta a candidare il suo padrino politico, il capo dei Gabbiani, potente corrente ex missina, Fabio Rampelli.

Pertanto, se una soluzione non dovesse venir fuori dal prossimo incontro già previsto per domani, il centrodestra rischia di presentarsi alle elezioni spaccato tra il candidato di Berlusconi, quello di Fratelli d'Italia, l'ex presidente della Regione Lazio e leader de La Destra Francesco Storace e lo stesso Alfio Marchini.

Il M5S: manca il candidato forte

Infine c'è il capitolo M5S che ha già deciso da tempo di non volerle davvero vincere queste elezioni. Al di là dei proclami, nessuno dei due candidati più accreditati, gli ex consiglieri capitolini Marcello De Vito (appoggiato da Roberta Lombardi e Carla Ruocco tra gli altri) e Virginia Raggi (spinta molto da Casaleggio perché “buca lo schermo” e sostenuta da Alessandro Di Battista e Paola Taverna) hanno l'appeal giusto per sbaragliare chiunque.

Si fosse candidato il "Dibba", rinunciando alla cieca osservanza delle regole fatte in casa, allora sarebbe stata un'altra storia. Ma se dal voto on line, i cui risultati sono attesi entro questa settimana, tra i 209 aspiranti candidati alla guida del Campidoglio dovesse emergere un nome ancora meno affermato di quelli di De Vito e Raggi, le chance si ridurrebbero ancora. Il che non significa che il M5S non arriverà comunque al ballottaggio o che non possa diventare a giugno il primo partito della Capitale riuscendo ad eleggere un numero tale di consiglieri d'opposizione in grado di mettere seriamente in difficoltà, in pieno stile grillino, chiunque avrà la maggioranza.

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