Elezioni: come conquistare il voto degli indecisi

Crescita, occupazione, tasse, Europa: servono ricette basate sulla realtà per far uscire gli italiani dall’inerzia pessimista e rancorosa

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Stefano Cingolani

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Tutti lo dicono, ma nessuno lo fa; tutti sono pronti a riconoscere che la partita elettorale si giocherà sugli indecisi che oggi come oggi rappresentano le truppe più numerose. Tuttavia non c’è partito che si chieda cosa si può mettere in campo con realismo, per smuovere questa maggioranza silenziosa ed inquieta.

La campagna elettorale dimostra che finora i principali protagonisti si sono dedicati a stringere le fila e parlare ai loro sostenitori, cambiando argomento giorno dopo giorno, inseguendo la cronaca (spesso quella cruenta), sollevando temi che sono loro cari e che portano il segno indelebile delle divisioni ideologiche, anche quando sono di interesse generale (dall’immigrazione alla sicurezza, dal razzismo ai diritti civili).

C’è una scuola di pensiero che ha avuto successo negli Stati Uniti, secondo la quale le elezioni non si vincono più al centro, ma alle estreme, non conquistando l’elettorato oscillante, bensì radicalizzando i militanti in modo tale da condizionare e magari capovolgere l’agenda politica.

Il risultato di questa tattica è che da circa vent’anni il Congresso, il parlamento americano, è diviso e paralizzato, mentre i presidenti vengono eletti senza avere la maggioranza dei voti popolari.

Il circolo vizioso

In Italia i sondaggi dicono che così facendo ciascuno resta chiuso nelle proprie convinzioni e diventa quasi impossibile, con un sistema elettorale sostanzialmente proporzionale, raggiungere una maggioranza e garantire la governabilità. La mancanza di scelte nette e di un chiaro vincitore, a sua volta, aumenta l’indecisione, favorisce l’astensionismo e innesca un circolo vizioso.

Di questioni che colpiscono non solo l’immaginario, ma gli interessi concreti dei cittadini, in realtà ce ne sono molte. Il fatto è che, invece di metterle sul tappeto, si preferisce nasconderle sotto, in mezzo alla polvere.

Prendiamo la crescita economica. Il Pd esalta la ripresa della congiuntura come un risultato del buon governo degli anni scorsi. Le opposizioni negano perfino che ci sia. Si combatte qui una battaglia surreale perché sfugge quel che sta sotto gli occhi di tutti: l’economia si è rimessa in moto, ma se il prodotto lordo non sale ogni anno almeno di due punti percentuali è improprio parlare di crescita. E due punti in Italia, a differenza dagli altri paesi europei, sono un miraggio.

Anche se alcune riforme (il Jobs act, per esempio, o Industria 4.0) hanno dato un contributo, sia pur inferiore alle aspettative con le quali sono state annunciate, altre sono rimaste in mezzo al pantano (si pensi alla pubblica amministrazione o al sistema giudiziario).

Le cose da fare

Dunque, c’è un mucchio di cose fondamentali ancora da realizzare o da mettere in cantiere con una operazione verità che dica agli italiani non solo quello che un futuro governo può fare per loro, ma quello che loro possono fare per se stessi e per il paese. Il richiamo alla responsabilità individuale e collettiva, se fatto con sincerità e con una riconosciuta autorevolezza, può spingere la gente a sentirsi partecipe del destino comune.

Che cosa bisogna fare lo sappiamo bene: utilizzare meglio le nostre risorse, che non sono poche. Circa 800 miliardi, metà di quel che si produce annualmente, finisce in spesa per assistenza, pensioni, sanità, servizi sociali. La parola produttività non significa solo lavorare di più, ma lavorare meglio ed estendere la platea dei partecipanti. L’Italia ha un impressionante record negativo di fronte al quale il contrasto sul posto fisso è pura retorica.

Tutti dicono di voler mettere al centro il lavoro, cioè la risorsa fondamentale che ha fatto sviluppare un paese come il nostro, privo di materie prima e tutto sommato scarso di capitali. Non mancano gli obiettivi ambiziosi, manca la concretezza. L’unica cosa certa è che il Pd cerca di difendere quel che ha fatto e gli altri vogliono smontarlo, chi più chi meno. Insomma, una tela di Penelope.

La questione fiscale resta fondamentale (come e ancor più di altri paesi democratici), però è stata affrontata finora agitando totem e tabù. Davvero la flat tax rende i ricchi più ricchi e i poveri più poveri, come dice il Pd? Sono affermazioni da propaganda elettorale, non corredate da analisi serie.

Dal canto suo, il centro destra non ha ancora fornito prove chiare che sia sostenibile per i conti pubblici, senza ridurre il perimetro dello stato nell’economia, cioè senza privatizzare una parte dei servizi, come sostiene Nicola Rossi che la flat tax la propone da tempo, e i conti li ha fatti nel suo libro recente, con il rigore dell’economista.

Cosa vuole l'elettore

Chi non ha capito se val la pena votare e oggi preferisce stare lontano dalle urne, si chiede quale idea dell’Italia nel mondo offrono i diversi partiti. Scivolato lentamente dietro le quinte il dilemma euro sì euro no (trattato finora anch’esso in modo ideologico), l’elettore di buon senso vorrebbe sapere qualcosa di più sul nostro “posto al sole”, che cosa possiamo chiedere all’Unione europea, che cosa abbiamo dato e cosa possiamo ancora dare, quale ruolo svolgere nei confronti dei paesi mediterranei che, volenti o nolenti, segnano il destino della penisola da duemila anni.

Crescita, occupazione, tasse, Europa e Mediterraneo: sono capitoli tutti da scrivere o riscrivere, ma si tratta di una possibile agenda comune sulla quale concentrare il focus nelle due settimane che restano.

Ciascuno dia la propria risposta, proponga la propria ricetta, ma soprattutto dimostri che funziona stando ai fatti e accettando il principio di realtà. Solo così potrà convincere gli indecisi a partecipare e a scegliere, facendo uscire dall’inerzia pessimista e rancorosa la maggioranza degli italiani.   

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