Verdini e il verdinismo, ancora di salvezza del Governo

Che piaccia o no ai membri del PD, il fondatore di ALA è diventato indispensabile per la tenuta futura dell'esecutivo

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Denis Verdini in Senato - Roma, 27 Gennaio 2016 – Credits: ANSA/GIUSEPPE LAMI

Serenus Zeitblom

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Per quanto sia certamente una signora affascinante, neppure al suo fidanzato Sandro Bondi verrebbe in mente di paragonare la senatrice Manuela Repetti alla Venere Capitolina. E comunque certamente la bionda parlamentare ieri in Senato era vestita in modo ben più pudico ed aveva un atteggiamento assai meno malizioso della Dea dell’Amore.
Tuttavia se Renzi avesse potuto coprirla con uno scatolone come le incolpevoli statue dei Musei Capitolini, durante il suo intervento a sostegno del governo, lo avrebbe fatto con grande piacere.

Verdini di fatto è "in maggioranza"
Già, perché il suo vibrante discorso, tutto teso a sostenere i meriti del governo e le virtù della Boschi ha segnato un piccolo spartiacque di questa legislatura. Da oggi il gruppo di ALA (così si sono chiamati i “verdiniani”) è ufficialmente in maggioranza.

Non è una novità, sul piano sostanziale: da tempo gli amici dell’ex-plenipotenziario del Nazareno appoggiavano il governo, ma da parte del PD si poteva ancora cavillare: “in maggioranza c’è solo chi vota la fiducia al governo”. I verdiniani, si puntualizzava, votano singoli provvedimenti, che condividono. Da oggi, anche questa pietosa bugia è caduta.

Le anime belle della sinistra se ne dovranno fare una ragione. Per loro l’idea di allearsi con Verdini è gradita quanto lo sarebbe per il Presidente Rohani visitare un campo nudista. E tuttavia oggi "l’impresentabile" Verdini, è un loro alleato. Un alleato decisivo, forse non nei numeri di ieri, ma nella stabilità della maggioranza domani, di fronte a snodi ben più delicati come le “unioni civili”. E siccome le anime belle della sinistra hanno una sensibilità piuttosto elastica, e sono totalmente prive di una strategia politica, emettono qualche guaito di dolore e proseguono serenamente sulla strada del loro suicidio.

Il verdinismo, ancora di salvezza del governo
Certo, oggi Renzi e i suoi si affannano a coprire pudicamente i verdiniani negli scatoloni di compensato, negando che i loro voti siano stati decisivi. Verdini, al contrario (uno che i conti li sa fare) osserva che senza i suoi voti la maggioranza si sarebbe fermata a 160, sufficienti per vincere ieri, ma sotto la maggioranza assoluta. Il paradosso, uno dei tanti bizantinismi della politica italiana, è che hanno ragione tutti e due.

Se non Verdini, certamente il verdinismo è l’ancora di salvezza del governo. Ma cos’è il verdinismo?  Lo spiega bene uno dei parlamentari più vicini al senatore toscano, Massimo Parisi, che ha appena pubblicato un libro nel quale si ricostruisce, nell’ottica verdiniana, la storia del Patto del Nazareno.
Quell’accordo è stato una grande occasione perduta per Berlusconi che – questa la tesi di Parisi –avrebbe potuto chiudere la sua carriera politica intestandosi la riforma della Costituzione e uscendo di scena da padre della patria, riconoscendo in Renzi il suo naturale successore.

Renzi erede di Berlusconi?
Non so quanto a Renzi piaccia l’idea di considerarsi l’erede politico di Berlusconi (lo ha detto più volte, nei colloqui privati fra i due, ma è facile pensare che fosse una formula di cortesia), ma certo non gli piace affatto sentirselo dire. Eppure in qualche modo è così. Lo stesso Renzi lo ha ammesso, involontariamente, pensando di maramaldeggiare sulle opposizioni, per distrarre l’attenzione da scandali bancari e figuracce monumentali: dopo aver ironizzato sul fatto che i parlamentari dei gruppi di opposizione (ma si rivolgeva a Forza Italia) “sono sempre meno”,  ha aggiungo “abbiamo la fila di vostri senatori e di vostri consiglieri regionali” in attesa di sostenere il governo.

Non è difficile crederlo: e anche alcune assenze al voto di ieri non sembrano casuali. Il che significa due cose: che i voti del gruppo di Verdini, nonostante la buona volontà, non sono affatto determinanti, e che tuttavia la maggioranza di Renzi si fonda sempre più ampiamente sul voto di transfughi che, come diceva Verdini, vedono in Renzi il successore di Berlusconi. Il successore, si intende, nel senso di colui che potrà garantire loro un posto, la speranza di un posto, o almeno uno strapuntino.

La scelta della coerenza
Se qualcuno di meraviglia della tenuta morale e politica dei gruppi di Forza Italia, d’altronde, basta che consideri un dato: nel 2013 Berlusconi, concentrato sulla campagna elettorale che lo portò a un passo da una clamorosa inaspettata vittoria, delegò a un gruppo di lavoro la composizione delle liste, intervenendo solo in pochissimi casi. Chi c’era in quel gruppo? Alfano, Cicchitto, Schifani, Lupi, Verdini. Non uno di loro, meno di tre anni dopo, è rimasto nel partito che lo ha eletto.

Se questi sono i selezionatori, non è difficile immaginare i selezionati. È anzi notevole – e può migliorare un po’ la pessima immagine della nostra classe politica – il fatto che nonostante lusinghe, fedeltà e amicizie personali, speranze più o meno fallaci, l’inevitabile corruzione del potere, vi siano tanti deputati e senatori azzurri che privilegiano la coerenza o l’intelligenza politica, rimanendo fedeli ai loro elettori.

E Berlusconi come reagisce a questa situazione?
Semplicemente la ignora. Non certo per fatalismo o disinteresse, caratteristiche che certo non appartengono al leader di Forza Italia. Berlusconi sa benissimo che la battaglia non si gioca più in questo parlamento, nel quale esiste un’ampia maggioranza di persone determinate a restarci il più a lungo possibile, nella saggia convinzione che non gli ricapiterà mai più nella vita una fortuna del genere. D’altronde più la maggioranza di Renzi più si allarga e meno diventa efficiente: anche gli strapuntini del potere hanno un limite e il numero degli aspiranti si moltiplica. Non è tecnicamente possibile accontentarli tutti.

Berlusconi sa anche, come tutti quelli che si occupano di politica, che gli appuntamenti decisivi sono tre: le elezioni amministrative, il referendum e le elezioni politiche, che – se il referendum avrà l’esito che Renzi spera – si terranno nel 2017, fra poco più di un anno. Su questi tre tavoli si decide il futuro dell’Italia. ll resto è solo intrattenimento.

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