Chiunque vinca, vince Lombardo (Toti)

Il presidente della Regione Siciliana è in campagna elettorale. Per Toti, figlio primogenito, al quale è già stato riservato l’assessorato alla Sanità. Qualunque sia l’esito del voto del 28 ottobre.

Credits: Alessandro Di Meo

Pietrangelo Buttafuoco

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«Non sono il presidente della regione, sono il papà di Toti». Sono cose che riempiono il cuore, queste. Dirigenti, manager della pubblica amministrazione, banchieri dell’Unicredit, medici e pure i precari delle aziende sanitarie raccolti nel cortile del palazzo ex Esa, a Catania, oggi sede distaccata della Regione Siciliana, pensano di andare a conferire con il governatore perfino già dimesso e presto ne ricavano la sorpresa. Quella di ritrovarsi al cospetto di un padre premuroso: «Ognuno di voi mi porti 10 voti al “caruso”». Almeno 10 voti, questa è la consegna. E Raffaele Lombardo, uno che se sale le scale le scale gli baciano i piedi, usa la sede della regione, i telefoni della regione, il personale amministrativo della regione, la luce della regione, il tè verde della regione, le sedie, anzi no, le sedie no, della regione per Toti, suo figlio.

È il padre che si fa padrino. Tutti soldi pubblici per la campagna elettorale, che è una cosa personale e privatissima, al suo delfino, anzi «il pescespada» (così si è definito il figlio stesso), pronto a vincere con chiunque vinca. Come si addice a ogni pescecane. Il ragazzo sarà il più votato per trasmissione onomastica e, chiunque sia il presidente eletto, con qualunque governo, farà l’assessore alla Sanità, dove Massimo Russo, ex pm e foglia di fico di Lombardo, gli ha aggiustato i conti.

Chiunque vinca, vince Lombardo, che ha assicurato al figlio l’appoggio della componente alemanniana del Pdl di Catania, scatenati a cercare voti per Toti nei quartieri. E siccome è meglio abbondare, non guasta la fresca nomina di Santi Rando, un cercatore di preferenze, nella giunta comunale di Catania (Pdl). Chiunque perda, dunque, non fa perdere Lombardo, che vanta in Sicilia una geografia tutta sua di seggi chiave in tutti i partiti. Tutti ex Mpa che oggi stanno nell’Udc, come Lino Leanza e Orazio D’Antoni, che se proprio non fanno mostra di essere alleati sono funzionali al suo sistema di potere; quindi in Fli, dove Lombardo fa arrivare voti che sono ossigeno, visto lo sbarramento elettorale al 5 per cento. Nel partito di Gianfranco Fini, di cui è compare, Lombardo può contare, oltre che su Mario Bonomo, indagato per tangenti, su Salvatore Maugeri, proiettato verso sicura elezione che, nel 2007, ebbe un avviso di garanzia per la gestione dei rifiuti: in quel momento Maugeri era sindaco del Mpa sostenuto pure dal Pd.

È il Partito democratico ad avere appoggiato il più ributtante governo della storia di Sicilia e nel Pd, oggi, fra i tanti simpatizzanti di Lombardo, come Concetta Raya (Cgil), spiccano nelle liste i nomi di Anthony Barbagallo, ex sindaco Mpa di Pedara, e Beppe Spampinato, ex assessore regionale alla Famiglia, elargitore di una cifra più che ragguardevole, ben 8 milioni di euro, disseminata a badanti, case famiglia, famiglie in cerca di case e badanti in prossimità di palazzi. E, a proposito di case, come si fa a non ricordare che Rosario Crocetta, il gagà di Gela oggi candidato alla presidenza della regione in quota Pd-Udc, abitava nella casa di Lombardo a Bruxelles?

«Voi cronisti sopravvalutate il personaggio» dice Ivan Lo Bello, l’esponente della Confindustria cui Lombardo aveva augurato un glaciale «che vada a morire ammazzato»; Andrea Vecchio, leader degli imprenditori impegnati sul fronte antimafia, ha un’altra idea: «Il suo potere è più in forma che mai». Vecchio ha una certa esperienza. Chiamato da Lombardo all’assessorato alle Infrastrutture, orripilato dai modi («Mai un verbale delle riunioni di giunta, convocate telefonicamente nel giro di 5 minuti, sempre presente lui, lui che s’era dimesso»), s’è ritrovato cacciato da Lombardo quando il governatore aveva già rassegnato le dimissioni. Ecco, sulla base di chissà quali poteri Lombardo abbia cacciato Vecchio è vertenza di cui darà sentenza la legge, ma quella del dimesso che dimette gli altri è parte fondante dell’unico uso di mondo di Sicilia, quello dell’abuso.

Ed è tutto un chiamare del presidente, in queste ore che si avvicinano al voto del 28 ottobre. A volte si appalesa la voce di Patrizia Garaffo (imputata di truffa aggravata per l’affidamento diretto di un progetto per minorenni con l’associazione Mpa, sovraffatturando le prestazioni) dalla segreteria dell’Mpa, che, oltre che per Movimento per l’autonomia, sta per «Muoversi per gli altri», poiché tutto è solo call center nell’isola dove ogni fegatello di mosca è sostanza.

Come quella volta che dovendo nominare dei ragionieri in ogni distretto scolastico (600 posti per 1.000 euro lordi l’anno), Lombardo li convocò uno per uno, per farli arrivare nella saletta del palazzo ex Esa che, in queste ore, si riempie di clientes accuditi da un omino che porge un cartoncino dove il visitatore «deve» segnare i propri dati. Come in un racconto di H.G. Wells si è dolcemente obbligati perché lui vuole avere i cartoncini in sequenza e decidere chi chiamare prima o dopo. Sono facce di piccolo cabotaggio che sembrano lì più per testimoniare un atto di fede che per chiedere qualcosa. Guardano spesso l’orologio, parlano al telefonino e promettono appuntamenti: «Se mi fa sbrigare...». Quando arriva il turno, li accoglie con stretta distratta della mano (niente a che vedere con Totò Cuffaro che, quando torna in paese per salutare il padre malato, pur da detenuto, viene accolto dall’applauso commosso dei compaesani). È in camicia bianca, senza cravatta e coi pantaloni stretti dalla cintura sopra la vita. Niente sedie su cui sedersi. Sulle sedie, appunto, non concede sprechi. Tutti in piedi. E un nuovo record: «Visti 200, convinti 40, voteranno in 10, almeno 10 voti al caruso».

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