Il carabiniere e il brigatista

I ricordi del generale Mori e dell'ex brigatista Franceschini, per una volta d'accordo: "Quella stagione è ormai finita"

Il generale Mori e l'ex br Franceschini

Il generale Mori e l'ex br Franceschini, intervistati da Giovanni Fasanella – Credits: Silvia Morara

Gianluca Ferraris

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Verso la fine di quella che poteva sembrare una chiacchierata tra due combattenti su meteo e acciacchi, una bottiglietta d’acqua cade a terra con un tonfo rumoroso. Trascorre forse mezzo secondo di pupille allargate e teste roteanti da parte di pubblico e malcelati bodyguard destati dal loro pomeriggio di sorveglianza discreta, finché uno dei due signori, che si chiama Mario Mori, prorompe serafico: «Tranquilli, non è mica una bomba». E il suo dirimpettaio, che si chiama Alberto Franceschini, abbozza: «Non è più stagione». Sorridono, senza concedersi alla risata, e tornano a guardarsi negli occhi. È la prima volta che lo fanno da 40 anni esatti.


Era l’8 settembre 1974 quando Mori, allora capitano agli ordini del Nucleo speciale antiterrorismo dei carabinieri comandato dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, pianificò l’operazione che portò all’arresto di Franceschini, cofondatore delle Brigate rosse. Dopo, i due non si sono mai più rivisti né parlati. Lo hanno fatto venerdì 12 settembre alla biblioteca civica di Verona, durante uno degli incontri della quattro giorni di «Panorama d’Italia» (vedere anche a pag. 96). Moderati da Giovanni Fasanella, l’unico giornalista a potersi vantare di essere stato coautore di entrambi, Mori e Franceschini (Stato e antistato) hanno rievocato quei giorni in cui «guerra civile», per l’Italia, non era una frase scritta sui libri di scuola ma qualcosa che si respirava ogni giorno, lasciandoti lo stomaco pesante come un blocco di ghisa e la testa carica di domande, alcune delle quali ancora oggi senza risposta. A cominciare dalla prima: quel «c’era qualcuno dietro le Br?» che ha alimentato centinaia di libri, documentari e dibattiti. «Non c’era nessuno dietro di noi, almeno fino a quando io ho fatto parte dell’organizzazione» dice Franceschini, col tono rassegnato di chi ha già parato il colpo mille volte. Poi però concede al pubblico un anelito complottista: «Di certo le nostre azioni facevano comodo a qualcuno. In quegli anni erano in molti a vedere con favore un’escalation di violenza in Italia».

Franceschini e Curcio

Franceschini e Curcio, i due fondatori delle Br, nella gabbia degli imputati a Torino nel 1978 – Credits: ANSA


Il grande vecchio
Pochi attimi e si plana sui classici: il «Grande vecchio», il Mossad israeliano, i servizi segreti deviati, la destra extraparlamentare, la criminalità comune. «Ci sono state senza dubbio connivenze, omissioni e cointeressenze ma non complicità o coperture, né da parte di pezzi dello Stato né da fantomatiche piste estere» puntualizza Mori. Il riferimento è a un altro pallino dell’ex brigatista, il cosiddetto Superclan: una sorta di Spectre ospitata dalla scuola Hyperion di Parigi, che riuniva vecchi fascisti, ex guerriglieri, intellettuali di sinistra e protohacker, tutti capaci, secondo i retroscenisti, di orchestrare tanto lo stragismo nero quanto il terrorismo rosso con l’obiettivo di smantellare l’Italia. «Abbiamo investigato a lungo su Parigi» dice l’ex generale dei carabinieri «ma abbiamo sempre avuto l’impressione che quel gruppo non c’entrasse. Certo, attorno alla Francia si muovevano personaggi equivoci e fuggiaschi di ogni colore, ma li abbiamo sempre stanati tutti. Molti anni dopo, quando ero a capo del Sisde, avevo un aereo pronto per prelevare Cesare Battisti, e restai a lungo in attesa di un via libera politico all’arresto che non arrivò mai. Se avessi avuto la possibilità di decapitare il vertice delle Br in un’epoca in cui ci era concessa molta più libertà, vi pare che mi sarei lasciato pregare?».
Franceschini non sembra convinto: «Ci sono un sacco di cose che non ci avete mai spiegato, come il blitz nel quale morì Mara (Cagol, compagna di Renato Curcio, uccisa nel 1975 in uno scontro a fuoco, ndr) e l’agguato di via Fani» osserva. «Abbiamo chiesto ai tuoi compagni che c’erano di chiarircele, ma non hanno mai cambiato versione. I dubbi, però, talvolta sono rimasti anche a me» replica Mori.


Toni bassi
Tra i due reduci i toni non si alzano mai. Non è un impasto di Pietà l’è morta e di La mia generazione ha perso, ma semplice rispetto, cresciuto dal tempo e da consapevolezze come quella che arriva a metà serata: «Forse la nostra nascita e la nostra azione erano necessarie» dice Franceschini; «Forse anche le nostre. Come se avessimo bisogno di esistere l’uno per l’altro» ribatte Mori. Che di quegli anni ricorda i continui cambi di direzione investigativa, la fatica, l’idea di avere a che fare con un nemico nuovo che andasse affrontato con armi nuove: «Volete che ve lo dica in una parola? Eravamo incazzati. Davamo la caccia a un gruppo di persone di cui non sapevamo nulla, se non che erano simpatiche a molti, mentre la politica esitava a schierarsi con noi».
Non fa sconti alla coscienza, invece, Franceschini, che pur essendosi dissociato nel 1983 dei suoi primi, caotici anni di clandestinità rievoca «la frenesia, la necessità che sentivamo dentro di sovvertire un certo ordine, la convinzione che studenti e operai, soprattutto i secondi, sarebbero stati dalla nostra parte. Io sono nato a Reggio Emilia, vivevo nel mito negativo della Resistenza tradita. L’idea di rifare la rivoluzione per me aveva un suo fondamento politico».


Br e vecchi partigiani
Proprio alla Resistenza è legato uno dei ricordi più cari di Franceschini. «Andai a trovare un vecchio partigiano riparato in Cecoslovacchia. Mi disse: “So che partirai. Vorrei venire con te ma ormai sono vecchio. Una cosa, però, te la voglio dare”». La cosa era una pistola Luger, rubata a un ufficiale delle SS ucciso sull’Appennino. Ricomparirà, stretta nel pugno di Franceschini, nella Polaroid brigatista che ritrae Michele Mincuzzi, capo dell’ufficio del personale dell’Alfa, vittima di un sequestro lampo nel 1973.
Era la fase della propaganda armata, i morti arrivarono solo a partire dall’anno successivo, ma era come se fossero stati messi in conto da sempre. «Un giorno, sarà stato il luglio del 1974, Moretti disse: “Siamo così carichi di odio che le nostre pistole sparano da sole”. Curcio gli rispose: “Sì, però per il momento ci spariamo sui piedi. Abbiamo bisogno di lui”». Lui era Silvano Girotto, detto «Frate Mitra», un ex guerrigliero ingaggiato come istruttore militare che si rivelò il primo infiltrato di Dalla Chiesa ai piani alti delle Br.

Dalla Chiesa, il ricordo
Proprio sulla figura del generale, ucciso dalla mafia nel 1982, si sofferma a lungo Mori. «Carlo era un uomo dalle straordinarie intuizioni investigative» racconta Mori. «Il nostro metodo, mantenuto anche in seguito nella caccia ai boss mafiosi latitanti, si potrebbe sintetizzare con il motto “Meglio un pollaio domani che una gallina oggi”».
Che poi altro non è che la sublimazione dello sbirro vecchia scuola, ancora più fondamentale quando si ha a che fare con gruppi ermetici: pedinamenti, suole consumate, riscontri. Si parte da una traccia sottile e si arriva chissà dove, chissà quando: «La colonna romana delle Br la stroncammo seguendo alcuni militanti di Potere operaio. Erano solo simpatizzanti, ma un giorno li fotografammo sulla spiaggia di Ostia con Barbara Balzerani: per noi era una sconosciuta, ma dagli ingrandimenti risultò avere una pistola nella borsetta. Potevamo prenderla subito, invece continuammo a seguirla; così finimmo per arrestare 34 persone».
Alla fine chi voleva portare l’attacco al cuore dello Stato e chi in quegli anni lo Stato rappresentava e proteggeva, si stringono la mano. Senza eccessivo calore, ma sempre con rispetto. «Penso che avremmo potuto continuare a chiacchierare per altre due ore» dice Mori. «Anche di più» commenta Franceschini.

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