Politica

Autonomia alle regioni: i dubbi di un federalista pentito

Il trasferimento delle competenze rischia di diventare un percorso ad ostacoli, con dei risparmi tutti da quantificare

Luca Ricolfi

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Non sono mai stato leghista, però per anni sono stato convinto che l'autonomia, il federalismo fosse la strada giusta per affrontare alcuni problemi di fondo del nostro paese, primo fra tutti il costo aggiuntivo che le nostre imprese sono costrette a sostenere a causa dell’inefficienza della spesa pubblica corrente, specie nelle regioni meridionali. Un costo che, con l’inasprirsi della concorrenza internazionale e l’ingresso dell’Italia nella zona euro, non potevamo più permetterci.

Su questo scrissi anche un libro (Il sacco del Nord, Guerini e associati), che documentava e misurava la tassa che la spesa pubblica nel Mezzogiorno imponeva al sistema produttivo, e in particolare alle regioni settentrionali.

Dati i miei trascorsi, oggi dovrei essere felice che tre regioni settentrionali (Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna) stiano per riuscire nell’impresa di sottrarre competenze e risorse allo Stato centrale. Come si sa, Lombardia e Veneto hanno chiesto, mediante referendum, di avere competenza esclusiva su 23 materie attualmente gestite insieme allo Stato centrale, mentre l’Emilia Romagna ha fatto la stessa richiesta su meno materie (15 anziché 23) e senza ricorrere al referendum. E invece no, più che felice sono perplesso. Le ragioni sono due.

La prima è che, dopo aver visto naufragare sia la riforma del Titolo V della Costituzione imposta dal centrosinistra (2001), sia la cosiddetta «devolution», voluta dalla Lega ma fondamentalmente concordata con il centrosinistra (2009), mi sono reso conto che nessun vero federalismo sarà mai possibile in Italia.

Sia la prima sia la seconda riforma, infatti, poggiavano su pochissimi automatismi, capaci di regolare in modo prevedibile il flusso delle risorse fra il centro e la periferia, e tantissimi meccanismi di mediazione essenzialmente politica (per esempio le Conferenze Stato-Regioni). L’inconveniente di fondo di questi ultimi non era semplicemente di lasciare troppo spazio ai rapporti di potere e alla discrezionalità della politica, ma di allungare i tempi di qualsiasi decisione, rendendo straordinariamente complicato quel che avrebbe potuto essere semplice. Senza contare il fatto che, in entrambe le riforme, il principio di redistribuzione delle risorse dalle aree forti a quelle deboli continuava a giocare un ruolo molto pesante, lasciando pochissimo spazio a una competizione meritocratica fra i territori. Insomma, anche la Lega aveva finito, pur di veder approvata la sua riforma (e pur di conservare il proprio potere locale), per accettare una riforma che non poteva funzionare.

La seconda ragione che mi lascia perplesso, di fronte al disperato tentativo delle tre regioni ricche del Nord di non precipitare nell’abisso in cui l’Italia sta sprofondando, è che non sono affatto sicuro che, una volta approvata, questo tipo di autonomia renderà la vita più facile agli abitanti delle regioni del Nord. Perché mi assale questo dubbio?

Fondamentalmente, perché ho scorso la lista delle materie che passerebbero in carico alle Regioni e ho provato a immaginare che cosa dovrebbe succedere per rendere effettivo il trasferimento di competenze.

Per alcune come istruzione, sicurezza sul lavoro, sostegno all’innovazione, tutela della salute non vedo obiezioni particolari a una gestione regionale, ma per altre - reti di comunicazione ed energia per esempio - mi pare che l’esperienza passata ci dica che il potere di interferenza o di veto dei territori è stato un formidabile ostacolo al decollo e alla rapida attuazione di tanti progetti (dalle trivellazioni agli inceneritori, dal Tap alla Tav).

Forse sarebbe più saggio lasciare allo Stato centrale materie così strategiche. Ma non è solo questo, il problema. C’è anche un dubbio più grande.

Per quel che se ne sa, il processo di trasferimento delle competenze durerà almeno cinque anni, e comporterà uno svuotamento di molte funzioni svolte a livello centrale, in particolare dalla burocrazia ministeriale. Nessuno pare aver valutato con la dovuta attenzione le conseguenze e i costi di questo percorso. Un primo problema nasce dal fatto che - nella fase di transizione - il processo stesso di trasferimento delle competenze non potrà non comportare immani perdite di tempo, negoziazioni, conflitti interpretativi, allungando i tempi delle decisioni e delle autorizzazioni, e complicando non poco la vita dei soggetti che operano sul territorio, a partire dalle imprese; e il fatto stesso che si parli di ben cinque anni di transizione, che come di consueto potrebbero diventare anche di più, fa intendere quanto complessa possa risultare la strada dell’autonomia.

Un secondo problema, che per ora è stato sollevato solo dai diretti interessati, è la perdita di posti di lavori nella capitale, come conseguenza inevitabile del trasferimento di compiti alle Regioni. Qui un lettore cattivello e un po’ leghista (o meglio: proto-leghista, la Lega di oggi è alquanto «romanizzata») potrebbe commentare: bene così, «Roma ladrona» dovrà farsene una ragione. Ma si sbaglierebbe, perché le conseguenze non ricadrebbero solo sulla capitale.

L’esperienza, infatti, insegna che quando un ente pubblico viene cancellato il suo personale non sparisce bensì viene spostato ad altro incarico, altro ministero, altro carrozzone, ossia continua a gravare su quella che eufemisticamente chiamiamo la fiscalità generale, ossia su tutti noi. L’effetto dell’autonomia alle regioni del Nord potrebbe, in altre parole, essere una piccola riduzione dei costi delle amministrazioni centrali, a fronte di un non piccolo incremento dei costi di personale delle regioni. Insomma, la Pubblica amministrazione nel suo complesso rischia di spendere di più, non di meno.

Ecco perché sono perplesso. Il fatto che, alla fine, non ci siano più materie in cui, a causa della sciagurata riforma del Titolo V, le regioni devono negoziare con lo Stato centrale, è sicuramente un bene. Tutto sta a vedere se alla fine ci arriveremo, e in che condizioni. Per ora, tutte le volte che si è tentato di imboccare la strada del decentramento, ne siamo usciti stremati, e senza aver risolto nessuno dei problemi per cui il federalismo era stato invocato (anche da me!). Speriamo che questa volta vada in modo diverso, e che la politica sappia far tesoro degli errori del passato. 

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