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Amministrative 2016, corsa a ostacoli per il Pd

Alleanze in frantumi, avversari agguerriti, candidati incerti: ecco perché per i dem le prossime amministrative rischiano di trasformarsi in un incubo

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Attesa dei risultati delle amministrative alla sede del Partito Democratico, Roma 31 Maggio 2015. – Credits: ANSA/GIUSEPPE LAMI

Se perde va a casa, giura. Matteo Renzi ha scelto il suo test di midterm: sarà il referendum sulla riforma costituzionale e non le elezioni amministrative. Quelle sono un'altra cosa. Difficili da vincere perché “avremo tutti contro”, riconosce il premier, ma non impossibili.

Il vero spartiacque però non saranno quelle bensì il referendum. Tra le due, la sfida più simbolica ma meno rischiosa. Sulla fine del bicameralismo perfetto Renzi ci ha messo la faccia fin dal primo giorno e il benestare popolare, che considera alla portata, equivarrebbe a un salvacondotto per Palazzo Chigi dove, secondo i suoi detrattori, egli si trova da usurpatore.

Renzi ancora non controlla il livello locale del Pd
Il livello locale gli è sempre risultato, invece, più sfuggente e insidioso. Prima di mettere la faccia su Roma e l'appuntamento giubilare, ha aspettato che l'inquilino del Campidoglio fosse stato tolto di mezzo e che il Pd romano, “cattivo e pericoloso” soprattutto con lui, si ritrovasse a pezzi. Il precedente delle regionali del maggio scorso esorta alla prudenza. Renzi ha sicuramente imparato qualcosa di più su come muoversi. Ma non può dare nulla per scontato. Per questo non ci investe il suo futuro. Non dice: vado a casa se perdo le amministrative. Perché vincerle o perderle, a differenza del referendum, non può dipendere esclusivamente da lui.

Tutti contro
Quando dice “abbiamo tutti contro”, Renzi intende proprio tutti. Compresi gli “ex compagni di viaggio” di “Sinistra italiana” che correranno con i propri candidati. Senza intese con il Pd, almeno al primo turno. E che a Renzi che li avvisa che così si corre il rischio di fare un favore alla destra, rispondono che è lui a farla vincere la destra, anzi che è proprio lui la destra. A Torino è già sceso in campo l'ex sindacalista della Fiom, eletto alla Camera nel 2013 nelle liste di Sel, Giorgio Airaudo. Per Roma il predestinato sembra essere Stefano Fassina.

Per quanto riguarda le altre città i nomi usciranno a breve. Intanto, fuori da Sinistra italiana, c'è Pippo Civati che, pur di far perdere il Pd, è tentato dal candidare se stesso a Milano e di sostenere un'eventuale lista civica di Ignazio Marino a Roma. Sempre nella Capitale c'è Alfio Marchini. La sua corsa solitaria, né con il Pd né con Forza Italia, spaventa tutti. Il Pd in particolare rischia di vedersi erodere consenso da chiunque: un po' dall'ingegnere “che ama Roma”, un po' dall'ex sindaco, un po' da Fassina. E di ritrovarsi, se tutto va bene, al ballottaggio con il Movimento 5 Stelle nella condizione di dover rincorrere.

Ai ballottaggi con il Movimento 5 Stelle
Molto dipenderà dalla scelta del candidato grillino. Se dovesse venir fuori un'altra Patrizia Bedori (leggi qui chi è), disoccupata di 52 anni, diplomata in comunicazioni visive e consigliera in zona 3 appena eletta a Milano con una manciata di voti (non on line), il Movimento 5 Stelle farebbe un po' meno paura. Ma se si trattasse di un profilo già più definito, come quello di Chiara Appendino, 31enne consigliera comunale di Torino, laureata in Economia, scelta per sfidare Fassino, i timori aumenterebbero. Come sono già aumentati intorno all'attuale sindaco dem torinese, che sarà ricandidato dal Pd per un secondo mandato, ma senza che la sua rielezione sia data minimamente per scontata.

Il nodo candidati
A parte Piero Fassino a Torino, nelle altre quattro città principali al voto, la scelta del candidato sindaco è in alto mare. A Milano e Roma le alleanza elettorali che avevano portato all'elezione di Giuliano Pisapia e Ignazio Marino non esistono più. E a Bologna, l'attuale sindaco Virginio Merola è considerato troppo debole per rischiare di ricandidarlo. Si pensa allora a due nomi: Ivano Dionigi, rettore dell'Università, ed Elisabetta Gualmini, politologa, vicepresidente regionale e assessore alle Politiche sociali.

A Napoli vuole riprovarci Antonio Bassolino. In caso di primarie (quelle per la scelta del candidato presidente della Regione furono rimandate quattro, cinque volte) scatterebbero gli scongiuri. Tanto che a Palazzo Chigi l'uomo della salvezza è diventato l'ex nemico Vincenzo De Luca: ci pensi lui a tirare fuori un nome. Per Milano, dopo averlo corteggiato per settimane e aver ottenuto la sua disponibilità a candidarsi, sul commissario di Expo Giuseppe Sala il Pd adesso è diventato più cauto: non è ancora la scelta definitiva. Ma dove veramente il partito si ritrova in alto mare è nella Capitale.

Il problema "Capitale"
Dopo l'esperienza marziana con il chirurgo genovese, i dem sono alla caccia di un/una candidato/a credibile, almeno non stravagante. Ci si guarda in casa. Quindi no a Sabella (l'ex assessore alla Legalità di Marino), no a Cantone (il presidente dell'Anac) no a Gabrielli (il prefetto e commissario del Giubileo).

Si punta al nome politico. Circolano, tra gli altri, quelli del ministro della Pubblica Amministrazione Marianna Madia (tra le più improbabili), del deputato ultrarenziano Roberto Giachetti (che ha già detto “no, grazie”) e dell'attuale presidente del Lazio Nicola Zingaretti (quasi impossibile visto il vuoto, da colmare come?, che lascerebbe alla Pisana).

l problema del Pd è qui quello di trovare un nome di peso, spendibile in una competizione cruciale come quella romana, in grado di ricompattare il partito ma allo stesso tempo disposto anche a correre il rischio, molto concreto, di perdere, umiliato magari da un signor nessuno sbucato da una piattaforma on line. Un prblema "capitale". 


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