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12,8 mld, il debito di Roma troppo grande per la Raggi

Più che un "sindaco" servirebbe un ministero "ad hoc" o un super commissario come successe con Tronca

Viriginia-Raggi

Non è vero che a Roma mancano i vigili. «Beccata una zozzona mentre butta un sacco in mezzo a un’aiuola. Grazie alla segnalazione di questi cittadini stufi di comportamenti intollerabili, questa incivile è stata individuata e multata», così Virginia Raggi esultava sui social lunedì 29 aprile, in pieno stile Vincenzo De Luca, l’ex sindaco sceriffo di Salerno. Per carità, inutile negare che la cosiddetta città eterna abbia un serio problema con la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, attività che le altre capitali d’Europa svolgono senza particolari problemi o pathos. Ma la Raggi che nelle more dell’ennesimo decreto «salva Roma», e con un debito da 12,8 miliardi che come al solito rischia di gravare su tutti gli italiani, si comporta come un amministratore di condominio, è il miglior spot possibile e immaginabile per quella che forse sarebbe l’unica soluzione onorevole (e logica) a questo eterno «Disastro capitale»: affidare la capitale a un ministro.

Del resto, non è questione di avercela con Roma o, peggio, con i romani. Il problema è che qualunque disservizio in un capolavoro come Roma offusca l’immagine internazionale dell’Italia. E, come non bastasse, c’è anche il Vaticano. Manlio Cerroni, il ras di Malagrotta e delle discariche laziali, fino all’era grillina soprannominato «l’Ottavo re di Roma» o «Il Supremo», amava avvertire: «Se non raccolgo la monnezza del Vaticano, il giorno dopo le immagini di Piazza San Pietro con i sacchi della spazzatura sono l’apertura di tutti i telegiornali del mondo». E giù contratti d’oro. Ma soprattutto, per chi crede al sacrosanto principio della democrazia inglese «no taxation without representation», quando una comunità locale è costretta regolarmente a farsi salvare con i soldi dello Stato, non sarebbe forse più giusto che fossero tutti gli italiani a decidere a chi farla governare?

Del resto il problema è cronico. Nel 2008 Silvio Berlusconi leva le castagne dal fuoco al neoeletto Gianni Alemanno e gli mette il debito pregresso fuori bilancio; nel 2010 il Cavaliere regala altri 600 milioni al Campidoglio; nel febbraio 2014 Matteo Renzi puntella Ignazio Marino con 570 milioni dello Stato «nominali», nel senso che poi non sono mai arrivati. E ora M5s tenta un nuovo «salva Roma» per la Raggi, con cui vorrebbe trasferire i debiti finanziari allo Stato, tenendo in capo alla città solo quelli verso i fornitori.
Insomma, i residenti di tutti gli altri comuni, di fronte al colabrodo romano, ormai sono al «taxation without representation». Eppure i Veltroni, i Rutelli, gli Alemanno, i Marino e le Raggi non se le sono votate gli italiani. Anzi, sono almeno trent’anni che chi si siede sotto le mammelle della Lupa si fa prendere dalla grandeur e sfonda i bilanci, perché sogna di diventare ministro o premier.

Ma quando, per difendere se stessa dalle accuse d’immobilismo, un’amministrazione ancora si compiace del fatto che Salvatore Buzzi e Massimo Carminati, i due simboli di Mafia capitale, non comandino più, vuol dire che non siamo in un posto normale. La qualità dell’amministrazione grillina, onestà a parte, non è molto diversa da quelle precedenti: metropolitana che non funziona, municipalizzate fuori controllo (a parte Acea che dà dividendi), nettezza urbana da incubo, traffico asfissiante, strade come scolapasta, patrimonio immobiliare mal gestito e seri problemi di mafia a Ostia e a Roma Est.

Ai primi di aprile, dopo quasi tre anni di governo, la Raggi ha annunciato che il debito era a quota 12,8 miliardi, ovvero 800 milioni in meno di quanto certificato da Silvia Scozzese, ex assessore al Bilancio con Ignazio Marino e commissario al debito fino al 2017. Già, perché il debito della capitale è stato messo fuori dai suoi bilanci e affidato a una gestione separata nel 2008. Alemanno aveva trovato un rosso di 9,5 miliardi (2,5 in più del previsto), che è un regalino delle gestioni precedenti, ovvero quelle di Walter Veltroni (2001-2008) e di Francesco Rutelli (1993-2001). Veltroni interruppe il secondo mandato capitolino per candidarsi premier nel 2008 e lo stesso fece Rutelli nel 2001: in entrambe le occasioni gli italiani apprezzarono talmente tanto il famoso «modello Roma» che vinse Berlusconi. Chiamato in causa dai giornali nelle more dell’ultimo «salva Roma», Rutelli ha smentito di aver creato il debito della capitale, scrivendo al Fatto quotidiano (26 aprile) che con lui al Palazzo Senatorio «i bilanci erano in pareggio e i mutui contratti per investimenti e per le aziende di trasporto - in nessun caso derivati, o swap - sono stati assorbiti». Ma secondo i calcoli del Sole 24 Ore, Rutelli ha lasciato la città con 2,3 miliardi di debito in più e Veltroni ne avrebbe aggiunti per un altro mezzo miliardo.

E l’ex camerata Alemanno, come si è illustrato in questa storia dove i numeri sono da sempre opachi (per i debiti antecedenti al 2008 manca l’informatizzazione)? Non ha fatto che peggiorare la folle gestione di Ama e Atac e ha acceso debiti anche con le banche private, mentre prima di lui il Comune era indebitato solo con la Cassa depositi e la Bei. E oggi le banche, a cominciare da Intesa Sanpaolo, Unicredit e Crediop Dexia, incassano ricchi interessi, con condizioni che sarà difficile rinegoziare.

Il decreto Berlusconi del 2008 prevede che il debito accumulato fino alla primavera 2008 sia spostato da Roma allo Stato, spalmato fino al 2048 e così ripagato: 300 milioni l’anno direttamente dal governo e 200 dai romani, in parte con un aumento dell’addizionale Irpef di 0,4 punti percentuali e poi con un’addizionale sui diritti d’imbarco dei passeggeri in partenza dagli aeroporti di Fiumicino e Ciampino. Ma visto che nei prossimi tre anni c’è una «gobba» di interessi e pagamenti che rischia di far fallire anche la gestione commissariale nel 2022, il governo ha preparato questo ennesimo mutandone di Stato. E il piatto forte prevede di trasferire al ministero dell’Economia la garanzia di un Boc (Buono odinario comunale) da 1,4 miliardi di euro, che costa quasi 80 milioni di euro l’anno di interessi (sono al 5,3 per cento, oggi fuori mercato).

Il 2022 non è esattamente domani e quindi, magari, si poteva aspettare anche dopo il 26 maggio, ma nessuna riflessione viene fatta su questi 12,8 miliardi di debito del Campidoglio «vantati» dalla Raggi. Sono come tutto il debito di Piemonte, Liguria, Lombardia e Valle d’Aosta al 31 dicembre 2017. O come lo Zambia, 17 milioni di abitanti e 12,4 miliardi di dollari di debito pubblico, costretto a bussare alla porta di Pechino per non dichiarare bancarotta.

Dal 2008 al 2048, la voragine romana costa a tutti gli italiani oltre 30 miliardi, senza contare i vari decreti d’urgenza emessi più o meno a cadenza quadriennale dal governo di turno. Mentre dal 2009 al marzo scorso, il Campidoglio ha accumulato 3,5 miliardi di nuove passività, alla faccia del Patto di stabilità.

E ancora, per capire quanto potere ha il sindaco della capitale, nel 2017, il Comune ha speso 14 miliardi e mezzo di euro, come e più di un ministro di quelli che contano. Quest’anno, per esempio, la Giustizia spenderà 8 miliardi e la stessa cifra Matteo Salvini la metterà a bilancio per tutto il Dipartimento di Pubblica sicurezza. Tra peso per le casse dello Stato e potere di spesa (e di fare danni), forse ce n’è abbastanza perché Roma la gestisca un ministro ad hoc. E del resto, quando il governo l’ha fatto direttamente, le cose non sono andate affatto male, anzi.

Dal 30 ottobre 2015, quando cade Marino, al 22 giugno 2016, giorno in cui si insedia la Raggi, Roma è stata amministrata da un prefetto, Francesco Paolo Tronca, che con l’aiuto di una squadra di civil servant in soli sei mesi inverte la rotta. Sui temi del bilancio, delle partecipate, del patrimonio e soprattutto del debito, a fianco di Tronca c’è l’economista Marcello Minenna a cui viene chiesto, finita la gestione commissariale, di proseguire da assessore tecnico l’opera di risanamento. Purtroppo resiste solo due mesi: con stile, al momento delle dimissioni parlerà solo di un «deficit di trasparenza». Dagli atti giudiziari delle inchieste che pochi mesi dopo hanno travolto la giunta Raggi si capisce altro: i consigliori della sindaca e tra questi Raffaele Marra e Luca Lanzalone (entrambi finiti agli arresti) non gradivano i tentativi di Minenna di riorganizzare le partecipate in maniera efficiente e non certo per smembrarle. D’altronde tra rifiuti, trasporti ed energia, non girano solo tanti voti, ma anche tanti soldi. Un’altra ottima ragione per cui il sindaco di Roma dovrebbe essere l’espressione di tutti gli italiani, ai quali è chiesto continuamente di salvare l’onore della capitale.
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