In pellegrinaggio con gli sciiti verso Kerbala, sfidando il terrorismo
In pellegrinaggio con gli sciiti verso Kerbala, sfidando il terrorismo
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In pellegrinaggio con gli sciiti verso Kerbala, sfidando il terrorismo

Centinaia di migliaia di iracheni si recano a Kerbala e Najaf in pellegrinaggio nonostante la paura per gli attentati che si moltiplicano nel Paese. Siamo stati in mezzo a loro.

Non si respira nel cortile della moschea di Alì a Najaf, Iraq centrale. Sono stritolato insieme con altre migliaia di persone: donne in chador, bambini piccolissimi, uomini di tutte le età. Alcuni mangiano, altri pregano, molti fanno la fila per entrare, scontrandosi con quelli che cercano di uscire. Sono in uno dei luoghi più sacri per gli sciiti: qui c’è la tomba di Alì, il genero del profeta e, secondo la tradizione, il primo uomo ad essersi convertito all’Islam. Poco più distante c’è il cimitero più grande del mondo perché tutti gli sciiti desiderano farsi seppellire in questa terra santa. La situazione è resa ancora più caotica da un gigantesco cantiere per l’ampliamento della moschea. Il complesso risale al sedicesimo secolo ed è uno splendore di oro e maioliche all’esterno, specchi, vetri e pietre preziose all’interno.

Nella sala dove è conservata la tomba si soffoca, assomiglia più a una lotta che a un pellegrinaggio. Eppure ci sono molti che in questo caos riescono ugualmente a ritagliarsi un piccolo spazio per pregare, incuranti del disordine e del frastuono che c’è intorno. La spiritualità per l’Islam passa anche per il corpo, persino il “corpo a corpo” dentro una moschea così drammaticamente affollata.

Sono 15 milioni i pellegrini sciiti che ogni anno si recano a Najaf, specialmente in questo periodo dell’anno. Siamo infatti nei 40 giorni di lutto che seguono la ricorrenza dell’Ashura che, per gli sciiti, fa memoria del martirio dell’imam Husayn, figlio di Alì, e dei suoi 72 seguaci. Tutto il paese è listato a lutto, con migliaia di bandiere nere per le strade. Il precetto per gli sciiti è di recarsi in pellegrinaggio a Kerbala, poco distante da Najaf, dove è conservata la tomba di Husayn, considerata, in un certo senso, la loro “Mecca”. Sono 30 milioni i pellegrini che in questo periodo dell’anno si recano a Kerbala. In alternativa, quelli che cercano una destinazione “meno affollata”, puntano su Najaf. “Non si può capire l’Islam se non si partecipa a un pellegrinaggio. Non è solo un precetto, esso racchiude in sé i valori centrali dell’Islam ed è a sua volta uno strumento di fratellanza e di pace”, mi spiega, prima di partire per Najaf, Mohamad Mahdi Al-Nasiri, uno dei più importanti imam di Nassiriya, nel sud dell’Iraq. Per le strade dell’Iraq c’è un intero popolo in cammino.

La maggioranza va a piedi, le donne coperte dallo chador nero, gli uomini che sventolano le bandiere nere, i bambini intorno. Sfidano la paura e il rischio degli attentati, proclamano con il loro cammino la forza di una religione che dà identità ma che dovrebbe anche unire al di là delle differenze geografiche e culturali. Non sono solo iracheni infatti quelli che vedo in cammino verso Najaf, tanti sono anche pakistani e iraniani. Ma arrivano un po’ dappertutto. Lungo le strade sono state erette delle grandi tende dove, gratuitamente, i pellegrini possono trovare riparo, mangiare, riposarsi. C’è posto e accoglienza per tutti, anche per un gruppo di cristiani. Pane e tè caldo se occorre. Giunti a Najaf ci riceve lo sceicco Diaa Aldin Zain Aldin, segretario generale della moschea, un’autentica autorità a Najaf e nel mondo sciita. L’argomento della conversazione è il dialogo tra le religioni: “Noi musulmani, come voi, fratelli cristiani, siamo responsabili di camminare sulla retta via. E, tra i doveri di coloro che camminano sulla retta via, c’è quello di non fare del male agli esponenti delle altre religioni”.

L’accoglienza nelle tende lungo il percorso e nella moschea insomma non è stata casuale: è il segno profondo del valore dell’incontro tra le grandi religioni sul terreno di ciò che hanno di più intimo e di più caro, la spiritualità popolare, i “santuari”, le tombe dei santi e dei profeti. Chissà se questo spirito riuscirà a vincere la strategia della paura e della tensione che sembra essere ancora padrona dell’Iraq.

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