Pace Israele-Hamas: le soluzioni possibili
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Pace Israele-Hamas: le soluzioni possibili
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Pace Israele-Hamas: le soluzioni possibili

Servono soluzioni interne e interlocutori credibili. Per gettare le basi di un libero Stato palestinese, serve guardare all’esempio dell’Irish Republican Army che generò la Repubblica d’Irlanda - Lo speciale

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Sapevamo che Israele non avrebbe fermato le operazioni militari nella Striscia di Gaza prima di poter annunciare al mondo che “l’operazione è stata portata a termine con successo”. Così come sapevamo che le truppe di Tel Aviv non si sarebbero ritirate finché i leader di Hamas non fossero stati eliminati e i loro tunnel - almeno quelli conosciuti - completamente distrutti. Cosa che oggi, almeno secondo il governo israeliano, è avvenuta.

In questa parte di mondo è stato sempre così, occhio per occhio. Un modus operandi che è ormai consuetudine e pare destinato ad andare avanti anche nel futuro prossimo. Prima di oggi, lo abbiamo visto accadere nell’Operazione Pilastri della Difesa del 2012 e ancor prima con la violentissima Operazione Piombo Fuso, terminata nel gennaio 2009 con 1.300 morti palestinesi e 13 israeliani. Stavolta, l’Operazione Margine Protettivo del 2014 ha prodotto ben 1.800 vittime da parte palestinese e 67 da parte israeliana, prima della tregua. 

Le truppe di Tel Aviv adesso si sono ritirate nella “buffer zone”, per fare spazio alla politica. Così, a margine dei colloqui ufficiali, adesso anche delegazioni americane, europee, saudite e turche hanno preso la via del Cairo, in Egitto, per mediare le trattative. Anche Matteo Renzi il 2 agosto era al Cairo.

Purtroppo, tutto ciò somiglia tanto a una triste e stanca liturgia, officiata già in passato da altre generazioni di politici e di soldati, determinati più a salvare la forma che non i contenuti. Nulla fa pensare, dunque, che con questa nuova stagione di colloqui - peraltro non ancora inaugurata, le macerie a Gaza sono ancora calde - siamo a un vero punto di svolta.

- Il ruolo dell’Egitto

L’Egitto è certamente un Paese cruciale per il dialogo tra Hamas e Israele ed è l’unico vero interlocutore interessato alla pace in Medio Oriente. Non è un caso che Il Cairo stia uscendo da un periodo drammatico, quello delle Primavere Arabe, che ne hanno minato la stabilità e messo a dura prova l’intero sistema di potere.

Oggi, in tutto il Medio Oriente e oltre, il jihadismo di matrice sunnita-salafita (di cui la Fratellanza è autorevole esponente e sponsor) prolifera come mai prima d’ora. Lo si può osservare tanto in Iraq e Siria, quanto in Libia e in Egitto. Proprio al Cairo, le forze islamiche radicali avevano tentato il “colpo grosso”, immaginando di potersi impadronire di un Paese chiave per l’equilibrio dell’intera regione. E da lì espandersi in tutto il Nord Africa e poi verso levante, a cominciare da Gaza. Un bel problema, anche per Israele.

È servito un golpe militare per riuscire a mettere al bando i Fratelli Musulmani, il movimento islamico salito al potere nel 2011 che avrebbe voluto la Sharia come legge unica dello Stato. La casta dei militari, nel timore di un’islamizzazione radicale della società egiziana, si è mobilitata per arginare la deriva e buona parte della popolazione l’ha seguita, scegliendo la laicità. Solo così, il Paese è sopravvissuto al terremoto islamico, pur avendo dovuto sacrificare la democrazia sull’altare della stabilità e sicurezza. 

Certo, in Egitto la Fratellanza è passata per libere e democratiche elezioni ed è inutile qui analizzare le concause della cancellazione del voto, alcune delle quali rintracciabili nelle mosse autoritarie e ambigue della presidenza di Mohammed Morsi. Ma non si può leggere la crisi di Gaza senza considerare proprio il ribaltone istituzionale egiziano. Durante questo periodo, infatti, Hamas ha potuto riarmarsi pesantemente con la complicità della Fratellanza in Egitto, che ha aperto le porte (anzi, i tunnel) al contrabbando di armi e uomini attraverso la linea di confine. 

Oggi, invece, ripristinato il potere secolare manu militari, il presidente Abdel Fattah Al Sisi ha sigillato il confine con Gaza, ha stilato già a metà luglio un accordo in dieci punti rivolto tanto ad Hamas quanto a Israele, e ha invitato tutti al tavolo della pace. Tutti tranne uno.

- Marwan Barghouti

La Palestina, come noto, è divisa in due: la Striscia di Gaza, dove è al potere il partito radicale Hamas, e la West Bank o Cisgiordania, dove comanda il partito moderato Al Fatah. Insieme, costituiscono i Territori Palestinesi. L’accordo istituzionale per un governo di unità nazionale nei Territori è stato raggiunto a fine aprile tra Hamas e Fatah, dopo che nel 2006 Hamas aveva vinto le elezioni e dopo che tra le due parti era scoppiata una faida che aveva spaccato in due la società palestinese.

Secondo alcuni, proprio l’insofferenza di Al Fatah e di Israele nei confronti del Movimento Islamico di Resistenza Hamas, ha portato alla guerra. E c’è chi si spinge a dire che Abu Mazen, leader di Fatah, veda con favore la guerra intrapresa da Israele contro la sua controparte. 

Eliminare Hamas, infatti, non conviene solo a Tel Aviv. Piace ad Al Fatah, che potrebbe riprendere il controllo della Striscia di Gaza dopo quasi dieci anni, e piace all’Egitto dei militari, che teme una minaccia islamica al confine col Sinai, dove peraltro imperversano milizie jihadiste, predoni e probabilmente anche i salafiti di Gaza.

Per evitare un ennesimo fallimento della pace, allora, Abu Mazen potrebbe farsi da parte e promuovere la mediazione di Marwan Barghouti, esponente di primo piano dell’ala militare di Fatah che, gravato da ben cinque ergastoli, si trova da dodici anni nelle prigioni israeliane. 

La sua partecipazione affrancherebbe Abu Mazen dal rischio di essere visto come un “traditore” della causa palestinese e susciterebbe giubilo tra la popolazione palestinese, essendo Barghouti un “eroe” di guerra che sconta in carcere la sua resistenza a Israele. Ma per fare questo, serve soprattutto Israele e la sua buona volontà. 

- La soluzione irlandese

L’esempio irlandese dell’IRA, Irish Republican Army, potrebbe essere un buon termine di paragone per comprendere la gestione delle trattative israelo-palestinesi. Da Michael Collins a Martin McGuinness, passando per Gerry Adams, sono stati uomini in armi spietati e sanguinari ad aver determinato il futuro del proprio popolo: comandanti militari che hanno compreso i tempi in cui vivevano e si sono comportati di conseguenza. 

Uomini che hanno poi assunto responsabilmente il rango di politici, che hanno trattato la pace con l’Inghilterra (1921), creato la Repubblica Irlandese (1922) e pacificato l’Ulster. Personaggi sconosciuti all’estero, ma leader carismatici e influenti in patria. Gente che godeva di autorevolezza e credibilità tra la popolazione, proprio come oggi Marwan Barghouti in Palestina.

Dimenticate dunque gli Stati Uniti e l’Europa. Dimenticate le Nazioni Unite. Questa è una storia mediorientale e tutt’al più un po’ africana. Perciò, è solo da questa terra che giungerà una soluzione. Basta che gli “uomini di buona volontà” si concedano vicendevolmente una possibilità.

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