Nuovo Senato, un cambio storico
ANSA/MASSIMO PERCOSSI
Nuovo Senato, un cambio storico
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Nuovo Senato, un cambio storico

Quanto fatto per archiviare il bicameralismo perfetto è un segnale molto positivo, ma guai a fermarsi. Avanti con le riforme

Un cambiamento storico. Questo va detto, questo va riconosciuto a Renzi (e Berlusconi). La riforma del Senato permette all’Italia di archiviare gli effetti paralizzanti del “bicameralismo perfetto”. La riforma non è ancora legge ma ha superato lo scoglio della prima votazione. Il ghiaccio è rotto.

Se l’impianto verrà confermato nelle successive tre letture e riuscirà anche a passare la prova del referendum, avremo un’assemblea con 100 senatori non remunerati (invece degli attuali 315 remunerati). Un colpo d’occhio già di per sé rivoluzionario. E non saranno i senatori di oggi. Saranno eletti non direttamente ma indirettamente (74 tra i consiglieri regionali, 21 tra i sindaci e il territorio, 5 nominati dal capo dello Stato per sette anni e non più a vita). Il nuovo Senato non sarà chiamato a dare la fiducia al governo e si occuperà solo di un numero limitato di materie. Contribuirà a eleggere il presidente della Repubblica, ma conterà meno in ragione del numero più basso di senatori. Sarà come le Camere Alte non elette della gran parte dei paesi europei, politicamente di rango inferiore rispetto alle Camere basse. Non ci sarà più l’estenuante rimpallo tra un’assemblea e l’altra. 

Insomma, una salutare rivoluzione (rivoluzionari si sono rivelati i renziani e Forza Italia, reazionari il Movimento 5 Stelle, la sinistra del PD e SEL).

Renzi ha dimostrato di vedere lungo sulla questione dell’eleggibilità, e ha saputo resistere a chi lo incitava a mantenerla: un Senato “eletto” avrebbe avuto una più pesante investitura politica rispetto a uno non eletto. C’è chi dice (non a torto) che sarebbe stato meglio abolirlo del tutto. Ma almeno è stato raggiunto un compromesso possibile e necessario volendo mantenere un simulacro di Camera Alta.

Altro risultato: le Regioni perdono peso con la riforma a vantaggio dello Stato centrale, grazie a una redistribuzione delle competenze in cui lo Stato guadagna la “clausola di supremazia”. Sui dettagli potranno esservi modifiche più in là: correzioni e aggiustamenti di tiro. La sostanza non cambia.

Chi vaticinava che i senatori mai avrebbero fatto harakiri è stato smentito. Certo il percorso non è concluso, ma ci sono motivi per essere ottimisti. Le riforme istituzionali dovranno sposarsi con una efficace legge elettorale. Quanto a Berlusconi, ha dimostrato che è possibile la collaborazione fra un’opposizione costruttiva e un governo che vuol mettere seriamente mano al cambiamento. 

Renzi può ripartire da qui per accelerare su altre riforme (lavoro, giustizia, pubblica amministrazione). Su questo versante ha commesso molti errori, fatto e non mantenuto troppe promesse, deluso le forze produttive italiane e i partner europei che speravano in una leadership effettiva. Il risultato è che oggi l’Italia è la vera “malata d’Europa”. Il tempo stringe. Nonostante le apparenze, Renzi non è andato veloce. Ora deve correre. Non sul tapis roulant (agitandosi molto e restando fermo), ma aggredendo la salita al passo di Nibali: alto sul sellino, testa bassa, mani puntate sul manubrio. Pedalare, pedalare, pedalare.

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