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Musica

Michael Jackson: la leggenda continua (con un musical ed un biopic...)

Il mito eterno del più grande performer pop di sempre. Che ha studiato i grandi per diventare il più grande...

L’obiettivo è ricreare la tempesta perfetta: un biopic campione d’incassi al box office che rilanci a vertici delle classifiche gli album più iconici dell’artista e che inneschi un effetto domino sulle vendite del merchandising e i clic delle hit in formato digitale. Forte dei 905 milioni di dollari incassati da Bohemian Rhapsody, il best seller dedicato alla band di Freddie Mercury, la formidabile macchina da guerra del business della nostalgia punta ora dritto su Michael Jackson. Che, a dieci anni dalla sua morte, resta il brand musicale che incassa le royalties più alte nella classifica di Forbes relativa alle popstar che non sono più tra noi. 

A occuparsi del film e a prendere le decisioni che contano saranno due pezzi da novanta: Graham King, il produttore di Bohemian Rhapsody e John Logan, lo sceneggiatore di The Aviator e Star Trek: la nemesi. Portare sul grande schermo i vizi, le virtù e il talento di Mercury, è stata un’operazione straordinariamente complessa, ma raccontare il re del pop in un paio d’ore di pellicola rischia di essere molto, molto più difficile

Non foss’altro perché la vita privata di Jackson è stata scandagliata da media, polizia e tribunali, come quella di nessun altra superstar. Chi lo ama ha impresso nella memoria l’eco dei quattordici ‘non colpevole’ pronunciati nel 2005 da un giudice di Los Angeles nel processo che lo vedeva imputato per molestie sessuali a minori. Viceversa chi lo considera un molestatore seriale crede ciecamente allo storytelling del contestatissimo e recente documentario Leaving Neverland in cui due uomini, Wade Robson e James Safechuck raccontano di essere stati abusati sessualmente quando erano bambini da Jackson. Singolare che lo stesso Robson avesse testimoniato in tribunale a favore di Jackson, quando era in vita, scagionandolo da ogni accusa…

Detto questo, quel che ci si aspetta dal biopic e anche dall’attesissimo musical MJ, in scena a Broadway a partire dall’estate del 2020 (Jackson sarà interpretato dall’attore Ephraim Sykes), è una narrazione più incentrata sull’artista e la sua opera e meno sull’uomo. Anche perché, è bene ricordarlo, Michael è stato forse il più grande performer di sempre, un visionario che ha rivoluzionato l’arte del pop come pochi altri e che, tra album solisti e con i Jackson 5, ha venduto 750 milioni di dischi. Un numero straordinario, da Guinness dei Primati, così come lo sono i 400 milioni di dollari devoluti nel corso della carriera a 39 enti di beneficenza.

“Sarebbe molto interessante se il film raccontasse come Jackson abbia avuto l’intuizione di trasformare la musica da prodotto suonato a prodotto suonato e recitato insieme, facendo incontrare Hollywood con la tradizione della Motown, la leggendaria casa discografica di Detroit. Prima di lui i video musicali (basti pensare a Thriller; ndr) non avevano molta rilevanza e hanno smessa di averla dopo la sua morte. Michael era dotato del cosiddetto ‘orecchio assoluto’, ovvero la capacità naturale di identificare una nota senza l'ausilio di uno strumento di riferimento. Sapeva suonare chitarra, basso, tastiere, pianoforte, batteria e percussioni” racconta a Panorama Gabriele Antonucci, il giornalista che quest’anno ha pubblicato per Hoepli il libro Michael Jackson. La musica, il messaggio, l’eredità artistica.

Non meno intrigante sarebbe una ricostruzione cinematografica dell’incontro in sala d’incisione, a Encino, in California, tra Jackson e Freddie Mercury. Insieme registrarono tre brani, tra cui la bellissima There must be more to life than this. Esilarante la telefonata che Mercury fece al suo manager: “Vieni pure a prendermi. Sto cantando da due ore a fianco di Louie, il lama di Michael...”.

O ancora, l’epica scena in cui Muhammad Ali rivolgendosi a Michael e ai fratelli Jackson disse: “Ripetetevi ogni giorno che siete invincibili, che siete qualcosa di straordinario, i più grandi”, così come le brevi interviste (incise su un mini registratore a cassetta) a cui il Re del Pop sottoponeva i big del cinema che gli capitava di incontrare per sapere quali fossero i loro criteri di gestione del business e del successo. E, dulcis in fundo, l’incontro storico con Prince sul palco del padrino del soul, James Brown, nel 1983, al Beverley Theater di Hollywood.  

Insieme al biopic e al musical in programma a Broadway, sempre nel 2020 sono previsti un documentario su Jackson che stando alle prime indiscrezioni dovrebbe essere realizzato dal regista spagnolo Marcos Cabotà per Netflix e un bizzarro puppet-musical intitolato For the Love of a Glove: An Unauthorized Musical Fable About the Life of Michael Jackson, As Told by His Glove.

In definitiva, l’operazione repechage del mito di Jackson è ormai inesorabilmente avviata e con ottime chance di successo, anche perché Il re del pop ha lasciato segni indelebili non solo nell’arte delle canzoni: “La moda continua ciclicamente a ispirarsi ai suoi look” sottolinea Antonucci. “Dai pantaloni sopra alla caviglia al cappello Fedora nero, dal guanto ricoperto di strass alle vistose divise militari, dal giubbotto rosso di Thriller alle borchie di Bad, fino agli amati mocassini neri e ai Ray Ban specchiati da aviatore. Michael, fin da bambino, ha analizzato nei minimi dettagli i migliori ballerini, cantanti e attori. Ha studiato i grandi ed è diventato il più grande”. 

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