Il manifesto-sfottò contro i marò? Il no comment della compagna di Latorre
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Il manifesto-sfottò contro i marò? Il no comment della compagna di Latorre
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Il manifesto-sfottò contro i marò? Il no comment della compagna di Latorre

Paola Moschetti parla della solidarietà che arriva da tutti gli italiani, non delle provocazioni contro i due militari detenuti in India

"Tutti insieme, nessuno indietro": è lo slogan del San Marco ed è diventato anche il motto di chi non si rassegna a dimenticare Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, trattenuti ormai da quasi due anni e mezzo in India, con l'accusa di aver sparato a due pescatori al largo delle coste del Kerala, uccidendoli. Accuse non ancora tradotte in un'ipotesi di reato formale, in attesa che la burocrazia indiana decida anche chi debba processare (e dove) i due fucilieri di Marina.

Il ministro della Difesa italiano, Pinotti, nelle scorse ore ha ribadito che il governo italiano, nella sua nuova strategia per uscire dall'empasse, punta sull'immunità funzionale, ovvero non riconosce la giurisdizione indiana sul caso perché i due marò si trovavano a bordo del mercantile Enrica Lexie nell'ambito di un'operazione anti-pirateria sotto egida Onu e rappresentavano, in quanto militari in servizio, il nostro Paese. "Ma visto che la procedura dell'arbitrato è lunga, io spero sempre che i due nuovi governi che ora si sono insediati a Roma e a New Delhi trovino l'intesa" ha ribadito Roberta Pinotti.

Dal canto loro, i familiari dei due fucilieri continuano a mantenere un basso profilo, nonostante evidenti provocazioni, come quella del manifesto-"sfottò", comparso a Roma: si tratta di un poster della Marina Militare, che invita all'arruolamento, ma che è stato taroccato ad hoc . Su metà della gigantografia, dove si leggeva "Vieni in Marina", compariva una scritta che trasformava il messaggio originale in "Vieni in India a sparare ai pescatori". "Non credo valga la pena di commentare certi gesti" ha detto a Panorama.it Paola Moschetti Latorre, che invece ha mostrato tutto il suo entusiasmo per la riuscita della manifestazione di sabato 14 a Roma, a sostegno proprio dei fucilieri.

"E' stata una manifestazione molto bella e sentita oltre che emozionante per diversi aspetti" ha commentato ancora Moschetti Latorre, che ha sfilato per le vie della Capitale, insieme ad alpini, parà e molta gente comune. "In questi ventotto mesi di lontananza dalla Patria e dagli affetti più cari, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone hanno sempre affermato la propria innocenza con stile: la fermezza dei loro animi è stata possibile anche grazie agli incoraggiamenti che arrivano dal popolo tricolore, che ha fatto della campagna per i Leoni del San Marco una battaglia di libertà e giustizia".

La compagna di Latorre ringrazia uno ad uno coloro che hanno manifestato solidarietà ai marò e alle loro famiglie. Un messaggio che arriva mentre Salvatore Girone è impegnato oggi nella seconda prova della maturità , proprio da New Delhi, da dove si è preparato per ottenere il diploma. Collegato via Skype con l'Istituto tecnico-professionale Marconi di Bari, è stato descritto come "un alunno modello" che vuole dimostrare che "non gli è stato regalato niente", come ha dichiarato una professoressa. Lui, invece, continua a mentenere il consueto riserbo, come la sua famiglia, che preferisce aspettare l'esito dell'esame per poi eventualmente rilasciare dichiarazioni.

Chi invece ha parlato nei giorni scorsi è Alfredo Saitto, ex ammiraglio della Marina oggi in pensione, che ha presentato un esposto alla Procura generale militare di Roma contro l'ex ministro della Difesa. L'accusa è pesantissima: secondo l'alto ufficiale, Giampaolo Di Paola, sarebbe colpevole di " inettitudine grave al comando e di aver abbandonato due militari in servizio , da lui dipendenti, in territorio straniero chiaramente ostile". Oltre a puntare il dito sulla gestione del caso con il governo Monti, l'ex alto ufficiale sostiene di sapere che "quando gli indiani chiesero alla nave Enrica Lexie con i marò a bordo di rientrare in porto da Santa Rosa a Roma, all'inizio dissero no. Poi l'armatore, la Farnesina e alla fine lo stesso ministro Di Paola decisero diversamente". Da qui l'accusa di aver "tradito" i marò.

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