Viva Margaret Thatcher
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Viva Margaret Thatcher

Una donna unica, un politico unico, che mai come ora serivrebbe per la sua visione del mondo - la fotostoria - il ricordo di Carlo Rossella - l'analisi - il ricordo di De Michelis -

Margaret Thatcher, la “Lady di Ferro”. È morta e la sua morte è come la morte di Mao, Tito, Gandhi, Kennedy, la morte di miti in carne e ossa. È la donna che ha fatto la storia come (e per noi europei anche più di) Indira Gandhi o Golda Meir.

Erano anni che Lady Thatcher non appariva e non parlava più in pubblico. Era malata. Custodiva però nella propria mente, nel modo criptico e orribilmente affascinante delle patologie senili, la propria incredibile storia personale, compresa la favolosa storia d’amore col suo “first husband” Sir Denis diventata il cuore del film su di lei interpretato da Meryl Streep. Incarnava e conteneva in sé la storia di un grande paese, la Gran Bretagna, di un continente, l’Europa, e di un mondo, l’Occidente. Il suo orizzonte era quello delle libere democrazie occidentali e anglosassoni, tanto che le parole di Obama (“Una vera amica degli Stati Uniti”) significano assai più di quel che dicono.

Campionessa delle libere democrazie europee nella duplice dimensione liberale e imperiale. Nata politicamente e cresciuta negli anni della Guerra Fredda, sempre al fianco di Ronald Reagan nella difesa del mondo libero contro le aberrazioni del comunismo e della dittatura sovietica. Unica nel Regno Unito a fare ombra perfino alla Regina. Amata, e odiata.

Margaret, figlia del droghiere di Grantham nel Lincolnshire, divenuta per 11 anni primo ministro britannico, prima leader donna dell’Ovest, infine baronessa di Kesteven per volere di Sua Maestà, si è mossa con personalità e carattere pari solo all’inossidabile determinazione, al rigore morale, al senso pratico del suo esser donna anti-femminista (quasi) sempre vittoriosa nel confronto con gli uomini monopolisti della politica ai suoi tempi (suo il detto: “In politica, se vuoi che qualcosa venga detto, chiedi a un uomo, se vuoi che venga fatto, a una donna”). Ma, soprattutto, la Thatcher è stata la madre del “thatcherismo”, strana fusione di liberismo e conservatorismo, come Mao del Maoismo, Stalin dello Stalinismo e Tito del Titoismo, con un bilancio, il suo, che potrebbe sintetizzarsi come “la forza della libertà”. Libertà che la Gran Bretagna ha saputo difendere, come ai tempi (allora non troppo remoti) di Churchill, con le armi (nella crisi delle Falkland, alla Thatcher bastarono tre giorni per ordinare alla flotta di salpare verso l’altro capo del mondo a riconquistare le isole violate dall’Argentina).

Una storia più grande della sua vita, per usare un’espressione giustamente richiamata da Marco Liconti per l’Adn-Kronos: “Larger than life”. Che potrebbe essere un buon epitaffio. A noi, oggi, abitanti di un’Europa che declina, perde drammaticamente terreno, soccombe alla globalizzazione e non riesce più a guardare avanti, a soffrire in modo intelligente, a tenere fermi i principi, il “thatcherismo” ha insegnato tanto. La “Iron Lady” ha sconfitto i luoghi comuni, ha dimostrato che la politica non è solo ricerca della popolarità, ma adesione a princìpi necessari. Che l’uomo (la donna) di Stato deve avere una visione che va oltre le beghe di partito e i destini personali. La Thatcher vinse il braccio di ferro col potentissimo sindacato dei minatori. Restituì al Regno Unito l’autostima e il prestigio imperiali pur non avendo più un Impero. Ebbe il coraggio di mutare radicalmente le basi dell’economia britannica, ebbe la lucidità di capire che l’industria manifatturiera era finita, che era tempo di un’autentica rivoluzione verso un’economia dei servizi. Infine, ha affermato l’idea liberale della minima intrusione dello Stato e della priorità dell’individuo.

Privato è bello. È morta la Thatcher, viva il “thatcherismo”.  

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