Il 1968: perché è un anno da dimenticare

Ha rappresentato il crollo del principio di autorità, lo sfilacciamento della responsabilità, la cancellazione del merito

valle giulia 1968

Carica di Cavalleria durante gli scontri a Valle Giulia il 1 marzo 1968 – Credits: Wikicommons

Marco Ventura

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Il ’68? Un anno da dimenticare. Ha introdotto in Italia l’irresponsabilità, la creatività individualista fine a se stessa ma unita al collettivismo, il ripudio del merito, lo strapotere delle ideologie.

Si parla poco del ’68, eppure il 1° marzo ricorre l’inizio canonico delle celebrazioni del cinquantenario con il ricordo della “battaglia di Valle Giulia”, quando gli studenti attaccarono la polizia per il controllo della Facoltà di Architettura a Roma. Fu un pomeriggio rovente, che si concluse con centinaia di feriti (146 tra le forze dell’ordine, 478 fra gli universitari “rossi” e “neri”) più 10 arresti e 228 fermi.

Due mesi dopo partì il maggio francese con la fusione della protesta di universitari e operai, mentre negli Stati Uniti la rivolta nelle Università assunse caratteri da Nuovo Mondo: pacifismo contro la guerra in Vietnam, e rivendicazioni razziali.

Anche nell’Est Europa arrivò l’onda lunga della rivoluzione che coincise con gli otto mesi di esperimento riformatore di Dubcek, soffocato dai carri armati sovietici. La primavera di Praga significò però ben altro che il nostro ’68, che nelle sue componenti “rosse” era comunista (a dispetto dei distinguo interessati e, diciamo così, postumi).

Ho un piccolo ricordo personale. Avevo 7 anni, nel ’68, ma qualche anno dopo mio padre si ritrovò nella Commissione per gli esami di abilitazione alla professione di architetto. Il ’68 aveva portato fra l’altro due novità: la contestazione del principio di autorità e l’esaltazione della creatività contro regole e rigidità del sistema…

Poi un’aspirazione militante al livellamento, sotto forma di lotta contro i “privilegi di classe” per cui il buon andamento a scuola era considerato un ingiusto vantaggio dei figli della borghesia che avevano la possibilità di studiare nelle ricche biblioteche di famiglia. Poco importa che i sessantottini fossero figli loro stessi di quella borghesia, non di rado medio-alta.

Ricordo che mio padre decise con gli altri componenti della Commissione (dopo anni in cui si dava il 18 politico, si promuoveva e abilitava chiunque e si ammettevano alla fine degli studi progetti di città sottomarine di vetro o palazzine simili a sculture invece che case abitabili) di porre domande semplici che nessun professore poneva più, per non apparire reazionario: che cos’è un sifone, di cosa è composto il cemento, come si progetta un bagno perché la porta non sbatta contro il water.

In quella sessione, fu bocciata la maggioranza degli aspiranti architetti, che a quelle domande basiche non seppero rispondere. Ricordo le telefonate di minaccia che ci arrivarono a casa per quella piccola controrivoluzione.

Per me il ’68 significa quello: il crollo del principio di autorità col pretesto di abbattere l’autoritarismo (che è cosa diversa), lo sfilacciamento della responsabilità per cui vale più un’idea fantasiosa ma sconclusionata, che non la serietà di un progetto capace di far nascere un palazzo, un ospedale, una sala concerti, utile per chi ci vive.

Per me, il ’68 significa quel movimento che in nome dell’eguaglianza e della lotta alla borghesia e ai suoi privilegi, ha cancellato il merito e le pari opportunità. Per la prima volta, forse, è invalso il principio per cui uno è uguale a uno. È rimasto, della celebre provocazione di voler portare la fantasia al potere, l’amore del potere. Come dimostra la capacità politica degli ex capipopolo sessantottini di riciclarsi nella società in posizioni di potere, per esempio nel mondo finanziario e nei media, che all’epoca erano i principali bersagli dei loro slogan demolitori.

Il ’68 significa anche la vittoria di una classe di intellettuali che per tanti, troppi anni, ha monopolizzato l’editoria, la magistratura, l’accademia, e ha introdotto nella cultura un elemento, quello del discrimine ideologico, che ha escluso fior di scrittori, artisti, accademici.

C’è stato un eroismo del ’68 che non è quello dei sessantottini, ma di quanti dai sessantottini furono ostracizzati. Dopo il ’68, in Italia ha agito una dittatura culturale per la quale chiunque non aderisse a quelle matrici ideologiche (il cattolicesimo “socialista”, il pacifismo anti-imperialista che di fatto faceva il gioco del blocco sovietico e delle dittature comuniste, la critica del capitalismo che per successive metamorfosi avrebbe prodotto i progetti terroristici degli anni ’70) era inevitabilmente tacciato di fascismo o, peggio, di cultura “borghese”.

C’è chi sostiene che anche il valore della famiglia si è svalutato con il ’68. Non è escluso. Certo, sessantottina era l’idea che i figli della classe operaia non potessero emanciparsi e, quindi, si dovesse immaginare per loro una grammatica che accettasse la perdita dei congiuntivi. Certo, sessantottina era l’idea del 18 politico.

Con la conseguenza di avere ancora architetti incapaci di progettare un bagno, ingegneri che non saprebbero calcolare un’autostrada, magistrati che forse intendono il loro incarico come una missione politica, non come l’esercizio di una funzione di garanzia super partes.

C’è anche stata molta violenza, nel ’68. E i sessantottini che non si sono riciclati conquistando il potere, si sono persi nella violenza politica degli anni ’70. Ma intanto sono riusciti a introdurre nella società un sistema di contro-valori che abolisce il merito, rinnega la tradizione, denigra la competenza. Il ’68? un anno da dimenticare.

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