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Ma la sentenza dei giudici Ue non riguarda solo il velo islamico

La Corte ha stabilito un principio che vale erga omnes, non solo per le dipendenti musulmane: è possibile vietare tutti i simboli religiosi sul lavoro

Turkish Shiite women take part in a reli

Donne durante una processione religiosa in Turchia – Credits: MUSTAFA OZER/AFP/Getty Images

Licenziare una lavoratrice che indossi il velo islamico sul posto di lavoro non è di per sé una pratica illegale.

È una sentenza destinata a far discutere quella emessa ieri dalla Corte di Giustizia europea cui si erano rivolti i giudici francesi e belgi per ottenere un chiarimento sul caso di due lavoratrici musulmane allontanate dalle aziende per cui lavoravano a seguito del loro rifiuto a conformarsi all'obbligo di neutralità nell'abbigliamento sancito dalle normative aziendali interne.

Contrariamente a quanto potrebbe sembrare e contrariamente anche alla lettura strumentale che ne hanno dato - anche per esigenze titolistiche - alcuni organi di stampa, la Corte non ha stabilito però che è legale una normativa interna ad hoc solo per il velo islamico o per le lavoratrici islamiche.

Ha stabilito semplicemente che la norma  di un'impresa che vieti ai propri dipendenti di indossare in modo visibile qualsiasi segno politico, filosofico o religioso non è di per sé una violazione del principio di eguaglianza e non discriminazione sancito dalla legislazione europea e anche dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo  del 1948.

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Certo: è un crinale sottile e vischioso quello su cui si è mossa la giurisprudenza europea. Il fatto è che quando si parla di velo islamico scattano spesso, in pezzi delle opinioni pubbliche europee, riflessi  pavloviani, quasi a voler vedere dietro una sentenza, che è di natura giurisprudenziale, la conferma dei propri timori o dei propri punti di vista.

La sentenza della Corte europea - come tutte le sentenze - non è solo destinata a fare giurisprudenza in tutta Europa ma vale erga omnes: in teoria, dal punto di vista giuridico, anche un dipendente che, pur lavorando in un'impresa che ha adottato una normativa interna basata sulla neutralità dell'abbigliamento, faccia mostra di una croce d'oro al collo o indossi una t-shirt con l'immagine di Che Guevara potrebbe andare incontro a provvedimenti disciplinari perfettamente legittimi.  Financo, al licenziamento, come è accaduto a Samira Achbita e Asma Bagnaoui, le due donne in questione, licenziate rispettivamente nel 2003 da un'impresa belga e nel 2007 da un'azienda francese perché non volevano sottostare alle regole interne sull'abbigliamento. Questo ha stabilito la Corte europea. Il resto è contorno politico e grancassa mediatica, su un tema sensibile del dibattito pubblico europeo.

Naturalmente, scrive la Corte nel dispositivo, saranno i giudici nazionali a stabilire se nella singola fattispecie la norma aziendale non sia stata scritta con intenti palesemente discriminatori nei confronti di una razza o di una religione. La Corte non intende sostituirsi ai giudici nazionali per la valutazione specifica dei singoli casi. 

Sminato il campo dal dibattito strettamente identitario sul velo, il punto sollevato dai giudici europei solleva comunque una serie di questioni culturali che, indirettamente, toccano il cuore del dibattito pubblico, come ai tempi della feroce discussione sul diritto a indossare il burkini in spiaggia durante l'estate 2016 in Francia. 


È giusto che una normativa aziendale interna possa vietare tutti i simboli religiosi, politici e filosofici?

Rinunciare a indossare sul lavoro un simbolo, qualora la scelta sia libera, non è una richiesta di abdicazione alla propria cultura?

Che cosa accadrebbe se fossero licenziati un giorno due lavoratori che indossano non il velo, ma una croce al collo sul luogo di lavoro?

Che cosa ne direbbero, in tal caso, quelli che oggi traducono la sentenza della Corte come una vittoria contro l'islamizzazione strisciante delle società occidentali? 

La sentenza della Corte non rischia di trasformarsi, infine, in un ipocrito inchino al clima politically correct o a un laicismo depotenziato e privo di radici e identità?

Non è pericoloso inoltre, in un momento in cui anche l'Europa è tentata di innalzare steccati e i musulmani si sentono in quanto tali si sentono sotto attacco, emanare una sentenza che, di fatto, al di là delle motivazione tecnico-giurisprudenziali, finirà per essere brandita come una spada nel dibattito pubblico?

A queste domande i giudici lussemburghesi non potevano rispondere. Il loro lavoro terminava dopo la lettura del dispositivo. Siamo noi  europei - noi cristiani, ma anche noi indù, noi musulmani - che dobbiamo rispondere. Ma su questi punti, come ai tempi del furioso dibattito sulle radici giudaico-cristiane europee, siamo ancora in mezzo al guado.


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