Il linguaggio di Renzi e la deriva autoritaria
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Il linguaggio di Renzi e la deriva autoritaria
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Il linguaggio di Renzi e la deriva autoritaria

Arrogante, vendicativo, intollerante. Lo stile del "renzismo" ricorda la durezza delle espressioni mussoliniane. Basta che si ricordi come è finita

"Noi tireremo dritto": questa frase, pronunciata dalla bocca virginale di Maria Elena Boschi, suona lieve come un battito di ciglia dei suoi occhi luminosi. L’effetto era ben diverso quando fu proclamata con voce ben più stentorea dal balcone di palazzo Venezia, nel 1935, per annunciare la volontà di andare avanti nell’impresa di Etiopia nonostante l’opposizione della Società delle Nazioni. Il suono è più dolce, ma la sostanza è la stessa. Si andrà avanti, con le riforme, costi quello che costi, contro il parere di tutti, per chiudere alla Camera entro la settimana. “Fino in fondo bisogna marciare, qualunque cosa accada” come scriveva l’uomo di Predappio a Hitler già nel 1943, “con una maggioranza blindata fino al 2018”, precisa il presidente del Consiglio. “Noi non ci fermeremo”, spiegava ieri Renzi, d’altronde “chi si ferma, è perduto”. “Fermarsi significa retrocedere”, spiegava il Duce a Genova nel ’26, e “io non torno indietro” aggiunge il Leader del PD.

E a proposito di Etiopia, quella guerra “può di pieno diritto definirsi fascista perché è stata condotta e vinta con l’animo del fascismo: rapidità, decisione, spirito di sacrificio, coraggio e resistenza oltre i limiti umani”. Più o meno gli stessi requisiti della maratona parlamentare alla quale il Governo costringe le Camere sulle riforme, mentre gli altri temi, forse più urgenti, languono nei cassetti.

Renzi è sicuro di mandarle in porto, le riforme, perché è certo, che “almeno una ventina di Senatori di Forza Italia”, oltre a un certo numero di Grillini, voteranno con il Governo ogni volta che ce ne sarà bisogno”. Insomma, nasce il “partito della Nazione”, dentro il quale ci sta tutto e il suo contrario, statalisti e liberisti, cattolici e laici. Come sintetizzava Mussolini, “L’Italia è fascista e il fascismo è l’Italia”. Oggi, naturalmente, si parla di Renzismo, il che è linguisticamente più brutto.

D’altronde Renzi ha caratteristiche piuttosto note nel mondo politico, puntigliosamente elencate dai suoi avversati: arrogante, vendicativo, intollerante alle critiche (difetti che peraltro non escludono grandi pregi: lucidità di visione, coraggio, decisionismo). E infatti aveva offerto all’altro contraente del Patto del Nazareno “o l’amicizia preziosa o l’ostilità durissima”, come diceva il Duce a Firenze nel 1930. In effetti, non lo ha mai nascosto, anche trattando con Alfano: “chi non è con noi, è contro di noi” (e contro di lui il coraggioso ministro dell’Interno non pensa davvero di mettersi).


Fare tutto questo senza mai aver vinto le elezioni naturalmente non è un problema: come spiegava Mussolini nella Dottrina del Fascismo, “regimi democratici possono essere definiti quelli nei quali, di tanto in tanto, si dà al popolo l’illusione di essere sovrano”. Per esempio quello italiano, al quale si dà quest’illusione, ma che dal 2011 è retto da governi che non ha scelto alle elezioni e da leader che non ha mai votato.

Questa dunque è la cifra stilistica del Renzismo (parliamo di stile, non di contenuti, ovviamente)?  É probabile che funzioni, d'altronde Benito Mussolini fu il più grande comunicatore della sua epoca. Facendo così diventò l' Uomo della Provvidenza, il Fondatore dell'Impero e altro ancora. Ma - lo ricordiamo sommessamente, e solo come metafora, allo statista di Rignano sull'Arno - poco tempo dopo finì a Piazzale Loreto.

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