Il Natale nero del furbetto

La legislatura per Renzi finisce come era iniziata: con un tradimento. Allora fu Letta la vittima. Ora gli italiani convinti che fosse "diverso"

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Matteo Renzi, segretario Pd, novembre 2017 – Credits: VINCENZO PINTO/AFP/Getty Images

Giorgio Mulè

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Per Matteo Renzi la legislatura che si avvia a conclusione finisce esattamente come era iniziata. Con un tradimento.

E coincide ancora una volta con il periodo natalizio che, in verità, per il segretario dem ha più le atmosfere quaresimali alle quali però non segue la Pasqua di resurrezione.

Nel 2013 c'era Renzi che sotto l'albero di Natale pungolava Enrico Letta ma prometteva lealtà incondizionata e soprattutto, passata la befana, proclamava in televisione il famoso: "Enrico stai sereno, nessuno ti vuol prendere il posto...vai avanti, fai quello che devi fare".

Meno di un mese dopo Renzi giurava senza aver ricevuto alcun mandato elettorale nelle mani del suo (ex) padrino Giorgio Napolitano.

Conoscemmo così l'arte della bugia di un premier per caso, arte nella quale dimostrò di essere un fuoriclasse nei mille giorni del suo governo tenuto in piedi da una maggioranza raccogliticcia e composta da molti transfughi tra i quali si stagliava la figura di Angelino Alfano.

Il quale, va detto, non condivide lo stesso destino di Renzi nel bilancio della legislatura perché al tradimento iniziale corrisponde una fine ingloriosa che al più occuperà una riga nei Bignami di storia.

Come accade a chi si crede puro ed è fatalmente destinato a trovare sulla sua strada qualcuno più puro che lo epura, l'ex premier ha conosciuto a ridosso del Natale 2016 il candore della voce del popolo.

Finalmente chiamato a esprimersi su quello che l'arroganza renziana aveva trasformato in un referendum sulla sua persona, Renzi incassò la sconfitta che avrebbe dovuto condurlo come da sua solenne promessa dritto all'addio della politica (ennesima bugia).

E siamo al Natale 2017. Che coincide con il disastro sulla gestione delle crisi bancarie gestite dal governo Renzi.

Le parole del governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, sulle vicende legatea Banca Etruria e sull'interesse di Renzi costituiscono l'ultima conferma di un metodo istituzionalmente disordinato e politicamente disgraziato: è la gestione provincialotta e arraffazzonata del potere che generò il "giglio magico" di cui Maria Elena Boschi era non a caso una delle figure di spicco.

Entrare a gamba tesa da premier e chiedere al governatore di Bankitalia "perché Vicenza vuol prendersi Arezzo (cioè Etruria, ndr)" o incalzarlo in altra occasione con "ci parli delle banche in difficoltà" incassando un eloquente silenzio nel primo caso e un risoluto "di banche in difficoltà parlo solo col ministro dell'Economia", sono il paradigma di questo metodo.

Che pretende di apparire all'esterno trasparente e puro mentre nella realtà si muove con sfrontatezza e opacità.

È l'alta funzione di presidente del Consiglio, alla fine, a uscirne umiliata.

Perché gli atti successivi di Matteo Renzi, come quello di chiedere la testa di Visco, oggi proiettano la luce tetra della rivalsa se non della vendetta. Nulla di nuovo: è il metodo usato già in Rai, nelle aziende di Stato e fin dentro il Partito democratico.

E siamo all'ultimo tradimento, quello consumato nei confronti di milioni di italiani convinti che il giovane di Rignano fosse "diverso"; salvo scoprire di aver conosciuto un furbetto che si credeva più uguale degli altri.

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