Turchia, la piazza a sostegno di Erdogan
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Turchia, la piazza a sostegno di Erdogan
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La nuova Costituzione autoritaria di Tayyip Erdogan

La possibile nascita di una Repubblica presidenziale e il rischio della svolta totalitaria: le prospettive della Turchia dopo il primo Sì del parlamento

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Dopo una settimana di infuocato dibattito in parlamento, durante il quale deputati di opposti schieramenti sono addirittura venuti alle mani con un parlamentare che è addirittura finito al pronto soccorso per un morso alla gamba, nella giornata di domenica 15 gennaio è arrivata l’approvazione preliminare alla nuova costituzione che trasformerà la Turchia in una Repubblica presidenziale.

 Per il varo definitivo del nuovo assetto costituzionale sono ancora necessari una seconda approvazione – in calendario dal prossimo 18 gennaio – e un referendum popolare. Per raggiungere i tre quinti dei voti necessari all’approvazione dei 18 articoli del progetto di riforma, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) del presidente Recep Tayyip Erdogan ha dovuto stringere un’alleanza politica con il partito di estrema destra Partito del Movimento Nazionalista (MHP) e fronteggiare la durissima opposizione del Partito Repubblicano del Popolo (CHP). I parlamentari curdi del Partito Democratico del Popolo (HDP), alcuni dei quali sono stati imprigionati dopo che Erdogan sull’onda emotiva del fallito colpo di stato dello scorso 15 luglio ha abolito l’immunità parlamentare, hanno boicottato le votazioni abbandonando l’aula al momento del voto.

 

Cosa prevede la riforma costituzionale

La nuova costituzione prevede che il presidente della Repubblica sia il capo dell’esecutivo con poteri di nomina e di destituzione dei ministri e sia affiancato da un vice presidente. Per la prima volta nella storia della Turchia moderna la carica di primo ministro verrà abolita e il presidente avrà ampi poteri in tema di dichiarazione dello stato di emergenza. Il varo della nuova costituzione consentirà a Erdogan, al potere da 14 anni – 11 da primo ministro e 3 da presidente – di detenere tutte le leve del potere, anche se alle critiche di deriva dittatoriale rivoltegli dagli ormai scarsi oppositori interni e dai governi europei il presidente turco ha replicato che i suoi poteri saranno “simili a quelli del presidente degli Stati Uniti”.

  

La costituzione vigente, adottata nel 1982, garantisce in modo netto l’indipendenza della magistratura da “ogni organo, autorità o ufficio”, mentre il nuovo testo consentirà al presidente di controllare direttamente il potere giudiziario. Un potere che il presidente turco giudica pesantemente infiltrato dai seguaci di Fethullah Gulen, il leader politico religioso – dal 1999 esule negli Stati Uniti – che Erdogan ritiene essere stato l’ispiratore del tentato golpe del 15 luglio.

 

Le critiche delle opposizioni

“Non prendiamo in giro il popolo turco” ha dichiarato alla CNN turca il leader del CHP Kemal Kilicdaroglu, “questo è un passaggio da una democrazia parlamentare a un regime totalitario e il nuovo assetto costituzionale esporrà la Turchia a gravi problemi”.

 

“I cambiamenti costituzionali” ha replicato il presidente Erdogan “daranno una spinta alla crescita del Paese. Se Dio vuole nessuno si potrà più opporre alla costruzione e alla rinascita della Turchia”. Commentando l’abolizione della carica di primo ministro che attualmente ricopre, Binali Yldirim ha sostenuto che “due capitani fanno affondare la nave. A bordo ci deve essere un solo capitano”.

 

La modifica costituzionale dello stato di governo da parlamentare a presidenziale avviene in un momento molto delicato per la società turca, ancora scossa dal fallito golpe di luglio che ha portato all’arresto o al licenziamento di migliaia di magistrati, poliziotti, militari di ogni grado e dipendenti dello stato, e dalla catena di attentati di matrice jihadista o curda che negli ultimi mesi hanno provocato centinaia di vittime.

 

Cosa rischia la Turchia

All’instabilità interna si aggiunge una crisi economica che ha risucchiato anche il turismo. Una crisi che ha visto la Lira turca perdere nell’ultimo anno un quarto del suo valore rispetto al dollaro. Il crollo della moneta nazionale è stato interpretato da Erdogan secondo una delle tante teorie del complotto che sembrano essergli tanto care. Il 12 gennaio il presidente turco ha dichiarato: “La nostra economia è manipolata con l’obiettivo di attaccare la Turchia. Non c’è differenza tra un terrorista armato di pistola e chi tiene in tasca dollari o euro. Ambedue vogliono far deragliare la Turchia. Anche la valuta è un’arma”. I circoli islamisti vicini al governo concordano con il presidente nell’analisi delle difficoltà economiche e valutarie del Paese. L’11 gennaio Abdurrahman Dilipak, editorialista del quotidiano filogovernativo Yeni Akit ha scritto: “Il valore della Lira è sceso sotto quello del Ryal saudita. Ficht (l’agenzia di rating statunitense, ndr) è in agguato pronta a un’imboscata. C’è un assalto collettivo contro la lira turca”.

 

Accerchiata da nemici interni o esterni, veri o presunti, in piena crisi economica, impegnata in una costosa impresa militare in Siria e Iraq con l’operazione “Scudo sull’Eufrate” e contro un irredentismo curdo sempre più aggressivo, la Turchia di Erdogan si avvia con la riforma della costituzione verso una condizione di ulteriore isolamento internazionale visto che difficilmente i partner europei e della NATO accetteranno la sua trasformazione in un regime dittatoriale. Il futuro disegnato per il Paese dal presidente appare, all’inizio di questo 2017, piuttosto nebuloso e gravido di pericoli, all’interno e all’estero.

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